Cattolici: ripartire, soprattutto dalle comunità

Carlo Baviera

Lo spunto viene da una serata. Un incontro dibattito come ce ne sono stati molti altri.

Cattolici, Costituzione, Città; in fondo niente di nuovo. Cose dette e ridette. Tante volte. E ritornarci, pur per ricordare l’impegno recente di amici, non aggiunge nulla.

Dove sta allora l’aspetto importante? Credo che lo troviamo in due momenti. Il primo è che la relazione della storica Marta Margotti (è lei la relatrice) si svolge  nei locali dell’Oratorio salesiano della Parrocchia del Valentino a Casale Monferrato – finalmente in un oratorio!- con la presenza di alcuni giovani. Il secondo che si trasmette l’idea che impegno per la città, per la propria comunità, per il proprio territorio e gli alti valori e principi della nostra Carta repubblicana siano fortemente intrecciati. Non solo, ma anche che senza l’attenzione al “locale”, alle comunità locali, quei valori siano sminuiti e amputati.

Margotti, ripercorrendo la storia dei rapporti dei cattolici con lo Stato, col fascismo e la sua ideologia, con la politica e la democrazia, sottolinea quella che sembra essere oggi uno dei limiti maggiori: la mancanza di formazione politica (quando va bene siamo al pre-politico). Ricorda come sia fondamentale passare dai valori e dai principi alla capacità di leggere con categorie politiche la società, l’economia, le riforme da compiere, ecc. Cosa essenziale per non essere fondamentalisti, incapaci di mediare nella formazione delle leggi: capacità che invece si è manifestata positivamente nei lavori della Costituente.

A suo parere, fra le cause del non breve collateralismo del mondo e dell’associazionismo cattolico va evidenziato l’affievolirsi poco alla volta della coscienza politica di molti cittadini che pur gravitano attorno alle parrocchie e vi svolgono compiti caritativi o di collaborazione pastorale.

Ciò ha portato, conseguentemente, al non accorgersi delle profonde trasformazioni sociali anche a causa dell’essere più concentrati sull’anticomunismo. Anche se l’attacco maggiore e il pericolo reale è venuto soprattutto dalla società dei consumi. Mancando il “pensare politicamente”, per citare Lazzati, ci si è trovati spiazzati rispetto alle tante novità e si ha la sensazione di irrilevanza.

Possiamo aggiungere, a commento, che l’irrilevanza è soprattutto di elaborazione di un pensiero nuovo, di mancanza di un progetto di società pluralistica e inclusiva aperta alla globalizzazione, e nel contempo capace di non perdere le proprie radici e specificità.

A questo punto il discorso può continuare, approfittando della seconda parte della serata in cui si sono presentati i pannelli illustrativi dell’attività e delle realizzazioni di Paolo Ferraris, come politico e amministratore locale e regionale. Ne ho già parlato in uno scritto precedente e non ripeto il contenuto della “graphic novel”.

La figura di Paolo (e di altri amici) aiuta invece a sottolineare il ruolo, importante per tutto il Paese, dell’azione che i cattolici democratici hanno saputo svolgere concretamente nelle Amministrazioni Locali. Gli Enti locali sono stati, fin dalla fondazione dello stato unitario, il banco di prova delle capacità e della progettualità dei cattolici: il <non expedit> consentiva di partecipare solo alle elezioni comunali e provinciali, e in quei contesti ci si è misurati, scontrati e confrontati con altre tendenze. E’ lì che si è, poco alla volta, costruito un disegno e un programma popolare che Sturzo ha saputo comporre all’interno del Partito Popolare Italiano e De Gasperi a renderlo attraente anche per la Repubblica liberl-democratica, alleata dell’occidente, e fondatrice dell’unità europea; oltre che attenta alle esigenze dello sviluppo e della socialità.

Diceva La Pira che le città hanno una vocazione e devono essere educanti. Paolo Ferraris e altri amici, senza conoscere le parole del Sindaco di Firenze, iniziarono l’impegno che approderà nell’attività istituzionale per alcuni, con quello spirito che veniva dalla formazione dell’oratorio: una formazione iniziata nell’azione Cattolica (di cui fu presidente parrocchiale dei Giovani), con l’esempio di adulti dediti alla carità e alla generosità quotidiana (con loro ci si recava settimanalmente nella mattinata della domenica, dopo la S. Messa, presso la Casa di Riposo a tenere compagnia agli anziani soli o a servire i pasti). Paolo fu anche il primo fra gli amici a far parte del Consiglio Pastorale Diocesano e a respirare lo spirito conciliare che già nelle riunioni giovanili si apprendeva con la lettura delle Costituzioni emanate dal Vaticano II.

Di lì nasce l’interesse per il bene comune e per il servizio alla polis che Paolo Ferraris, come altri giovani del mondo cattolico, svilupperà in seguito. Un interesse politico non per la carriera o per conquistare posti in qualche Consiglio o Amministrazione, ma per servire la crescita della comunità insieme ad altri, non da solo.

Quegli anni di immediato post-Concilio avevano registrato a Casale Monferrato il sorgere o lo svilupparsi di tanti gruppi giovanili parrocchiali, o riuniti attorno a sacerdoti carismatici. Fra questi gruppi ci si incontrava, si scambiavano esperienze, ci si confrontava: era una prassi sinodale così come ora viene richiesta alle comunità ecclesiali; un modo per prepararsi a collaborare con la gerarchia, ma soprattutto per mettersi in condizione di essere protagonisti in città e nei paesi monferrini.

Era anche sorta, nel 1966, la Consulta Giovanile comunale, occasione di confronto con giovani di diversa ispirazione (soprattutto di sinistra); e si iniziava ad entrare in sintonia con le elaborazioni che sarebbero esplose a livello generale nel 1968, con esperienza di partecipazione e di studio delle realtà cittadine.

L’occasione, banalmente, venne a seguito della decisione di svolgere un Censimento parrocchiale, per conoscere la realtà delle famiglie, le loro condizioni di vita, le eventuali esigenze. C’erano necessità di assistenza (essendo un quartiere povero e con molta immigrazione meridionale), di un dopo scuola estivo per di chi doveva recuperare per settembre, di un risanamento abitativo e urbanistico del quartiere per mettere fine a condizioni anche igieniche insufficienti, la necessità di rendere il rione meno “periferico” in fatto di vivibilità.

Tutto ciò portò alla nascita, come stava avvenendo in altre città, di un Comitato spontaneo di quartiere. E Paolo divenne qualche anno dopo Presidente del Consiglio di quartiere a seguito di elezioni promosse dal Comune.

Questo è Ferraris prima del suo impegno istituzionale. La svolta decisiva avvenne nel 1969, quando agli amici scrive di sentirsi disgustato del modo di far politica che sta affermandosi, deluso dal “non dibattito” nella DC nazionale, e aggiunge: L’arrivismo, la sete di potere, il trasformismo di una certa classe dirigente mi brucia più che mai […] Penso sia questo il momento di entrare, di lottare: forse non riusciremo a combinare molto, ma almeno non potremo dire di non aver tentato […] Il nostro impegno è: un Congresso aperto (sono parole di Moro). Il nostro impegno è: una DC diversa, anzi nuova, a Casale. È forse questo l’obiettivo sui cui dobbiamo e possiamo, ora, più utilmente impegnarci. L’obiettivo Congresso è, per noi, troppo lontano, ma l’altro, no! L’altro è a portata di mano. L’altro non ci deve sfuggire. Non si risolverà né in un giorno, né in un mese, né in un anno, ma si risolverà e in ciò dobbiamo credere fortemente e perciò batterci.

Con l’ingresso nella DC locale e l’incontro soprattutto con Riccardo Triglia e Riccardo Coppo inizia una “storia” locale e ora è necessario riproporre e narrare i motivi, lo spirito e il metodo che erano a supporto del loro impegno: un modo diverso di fare politica, la capacità di mediare pur restando fermi su alcuni principi (quali il non accettare trattative sottobanco, o il giocare su due tavoli per avvantaggiarsi nelle alleanze), la trasparenza delle posizioni, la neutralità delle istituzioni, il rispetto delle minoranze, la partecipazione popolare, la moralità dei comportamenti pubblici che hanno potato fuori l’amministrazione e la politica comunale da situazioni che stavano subendo una involuzione (tant’è che pochi anni dopo ci si trovò ad affrontare un inquinamento fraudolento dell’acquedotto comunale oppure si dovette insistere decisamente per arrivare a bloccare la produzione e il commercio dell’eternit), l’impegno costante per cambiare il volto della città e tenere unito il territorio (vedi l’impegno nel Comitato Comprensoriale).

La sua, e quella della sinistra DC (insieme al contributo di altre forze e sensibilità), è stata una presenza che ha caratterizzato con progettualità, correttezza e coerenza, la vita di Casale M. e della zona; e ha dato, per tornare alla citazione di La Pira, una vocazione a Casale.

Quell’impegno per la realtà locale è stata arricchita, per quanto riguarda Ferraris, dalla sua capacità organizzativa. Si devono soprattutto a lui la costituzione di Cooperative (alimentare, edilizia, culturale), la fondazione di una squadra di calcio, e non pochi momenti formativi all’impegno amministrativo.

E’ solo un esempio a cui attingere e a cui ispirarsi, adattandolo alla realtà del terzo millennio e con l’utilizzo degli strumenti attuali, per ridare al cattolicesimo democratico e a quanti sentono la spinta che viene da una sensibilità solidale argomenti e obiettivi affinchè si torni a impegnarsi per il bene comune delle città e dei tanti borghi sparsi per la Penisola.

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