Rubrica – Ampie Schiarite – 3/22

Carlo Baviera

Pensieri, dichiarazioni e aforismi del periodo attuale che mi sembrano utili e positivi, accompagnandoli con un breve commento

(da una intervista di Agensir a Paola Bignardi, pedagogista, già presidente dell’Azione cattolica italiana, coordinatrice dell’Osservatorio Giovani dell’istituto Giuseppe Toniolo di Studi superiori – 21.12.2021)

Negli ultimi anni in molte diocesi e perfino in alcuni dicasteri vaticani i laici hanno raggiunto ruoli di grande responsabilità. La trova una cosa positiva? Al tempo stesso, è sufficiente per affermare che cresce nella Chiesa il ruolo e la soggettività laicale?

È certamente positivo che ai laici siano riconosciute delle responsabilità in ambito ecclesiale, e purtroppo dobbiamo ancora meravigliarci di questo fatto che dovrebbe essere naturale. Ma alla domanda che mi è stata posta rispondo anche: dipende! Dipende dalle “regole del gioco”. Dipende dalla possibilità che questi laici hanno di portare la loro cultura professionale ed ecclesiale, dalla possibilità o meno di contribuire realmente alla maturazione degli orientamenti ancor prima che delle decisioni.

Come valorizzare la laicità ed evitare una sorta di clericalismo dei laici, al quale fa riferimento lo stesso Papa Francesco?

Il clericalismo dei laici ha un tratto caricaturale che umilia i laici e le comunità cristiane tutte, ma è un clericalismo di riflesso: è l’esito di un modo di pensare le relazioni ecclesiali tutte centrate sulla vita interna della Chiesa e sulle sue funzioni. Ha tante cause, questo modo di vivere, ma le principali di esse sono in un esercizio dell’autorità che crea distanza e atteggiamenti di dipendenza. E d’altra parte anche in un modo di pensare la Chiesa senza mondo, senza apertura sulla vita. Spesso il clericalismo dei laici nasconde disprezzo per il mondo e paura delle comuni dinamiche familiari, sociali, professionali. C’è un clericalismo dei laici così innaturale, che assolutizza le “cose di Chiesa”, che non riesce più a cogliere il rapporto che esiste tra la comunità cristiana e il contesto in cui è radicata, e, quando lo fa, lo fa in modo oppositivo, difensivo. E finisce con l’interpretare le difficoltà del cristianesimo di oggi attribuendone la colpa a “un mondo cattivo”, senza riuscire a fare un po’ di autocritica e di verifica.

Per il futuro più o meno prossimo immagina l’istituzione e la presenza di nuove ministerialità laicali? Di che tipo?

Non riesco a immaginare. Non so, ma non lo auspico. La missione della Chiesa nel mondo di oggi e l’autenticità stessa della Chiesa non ha bisogno di laici che smettano di essere tali per essere parte attiva di essa.

La Chiesa ha bisogno di laici “laici”, sostantivo e aggettivo!

Gente che conosca e viva con passione la professione, la famiglia, gli impegni civili e sociali. Ciò che realmente auspico è un cambio di impostazione delle comunità e della Chiesa tutta, per affrontare la vera grande sfida di oggi, che è la reinterpretazione del cristianesimo nella cultura attuale. E questo lo si fa non stando sulla soglia della sagrestia, ma stando dentro le situazioni reali della vita di tutti. I laici sono “la Chiesa che è già uscita”, ma che hanno bisogno di poter far giungere la loro voce là dove la Chiesa pensa se stessa e il proprio rapporto con la vita e con il mondo. Questo è il vero, grande, coraggioso contributo che i laici sono chiamati a dare oggi; ma perché questo accada, occorre da parte della Chiesa istituzionale il coraggio di ascoltarli, di mettersi con loro in un dialogo reale, e di tener conto delle loro intuizioni e sensibilità.

La situazione sempre maggiore di scarsità di sacerdoti e necessità di individuare alternative per garantire una presenza nella vita e nell’amministrazione dei sacramenti si fa sempre più intensa e urgente. Le risposte, per ora, sono venute con l’affidamento di compiti a laici di qualche “nuovo” ministero o incarico: diaconi permanenti, assistenti pastorali, accoliti, lettori,… E più andremo avanti più si affideranno mandati precisi e particolari: catechisti, coppie che si fanno carico del cammino spirituale delle giovani coppie, operatori della carità o della pastorale dei giovani, ecc. La mia semplice domanda è se si ritiene, quella appena accennata, responsabilità laicale; oppure, usando lo slogan della Bignardi servono “laici <laici>”, il laicato ha un compito soprattutto di testimonianza nella vita sociale? A me pare, anche da molti segnali che arrivano da Sinodi e da richieste anche di base, che si tenda a clericalizzare anziché a modificare modelli e stili della vita delle comunità. Non credo che si debba continuare a svolgere tutti gli impegni di sempre e magari inventare iniziative nuove <scaricando> le responsabilità sui laici; non è che i laici debbano sostituire negli  impegni i sacerdoti. Ciò che serve è una responsabilità e consapevolezza della intera comunità e i momenti decisionali da vivere nella sinodalità. Ma sono solo idee personali che so essere minoritarie e perdenti.

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Il problema è la democrazia rappresentativa che non funziona più. Bisogna ripensare il modello, che è stato ammazzato prima nel 1973 con la Trilaterale, che ha scritto testuale che nel mondo c’era troppa democrazia, poi con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che era stato inventato dal Movimento operaio per evitare che la politica fosse riservata solo ai ricchi. Per non parlare del maggioritario che cancella le minoranze, che invece sono la linfa vitale: la gente ha bisogno di essere rappresentata» (dall’intervista a Luciana Castellina su La stampa 7 febbraio 2022)

Ripensare la democrazia rappresentativa! Nel senso di ripristinare le condizioni essenziali affinché possa tornare a svolgere il proprio compito. E, considerando le battaglie per la partecipazione popolare, affiancarla con istituti che diano spazio a forme di democrazia diretta e partecipata. Castellina cita la Trilaterale; e ci sarebbe da chiedersi se gli obiettivi della P2 non siano comunque stati realizzati in altro modo (sarebbe inquietante! Ma il dubbio resta viste le riforme <azzoppanti> realizzate). Va poi sottolineato il finanziamento pubblico ai partiti, proprio per consentire a chi non ha risorse di poter competere: altrimenti saremmo ancora nel sistema liberal-borghese pre-fascista. Infine la legge elettorale: siamo in pochi a capire che le minoranze devono essere rappresentate e che i cittadini devono poter scegliere tra più opzioni. Non va incentivata la moltiplicazione delle liste, favorita l’alleanza, ma nemmeno mortificato il pluralismo

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