Considerazioni inattuali

Marco Ciani

10 Signs of a Healthy Friendship. – The Shubhster Diaries

In questi ultimi giorni dell’annus horribilis 2020 mi è capitato di assistere allo scioglimento di un sodalizio radiofonico. Si trattava di un quartetto variegato ma assortito efficacemente che teneva, fino alla scorsa primavera, una trasmissione di economia ben congegnata. Dopo aver traslocato da una emittente all’altra, la rubrica settimanale è stata sospesa e pareva destinata a riprendere come spazio libero sul web, sempre con la stessa formula. Alla fine uno dei quattro componenti, a mio avviso il più brillante, ha comunicato che non aderirà al progetto e proseguirà per conto suo, come già faceva prima di andare in radio.

Una cosa simile era accaduta nel febbraio scorso. Altra compagine composta da quattro persone che avevano pure fondato un’associazione. Dopo qualche mese e tre iniziative nazionali delle quali l’ultima, poche settimane prima del lockdown, nella prestigiosa cornice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia alla presenza, tra gli altri, dei virologi Ilaria Capua e Giuseppe Ippolito, la squadra si rompe in modo brusco per divergenze sull’interpretazione della pandemia da covid-19.

Cito i due casi, tra i tanti che si potrebbero narrare, per riflettere sulla sempre maggiore difficoltà che incontra chi cerca di sviluppare iniziative collettive.

Aggiungo, per non suscitare stati depressivi nei miei due lettori, che fortunatamente esistono anche esperienze in controtendenza. E qui, mi sia consentito, annovero Appunti Alessandrini, che tra alti e bassi prosegue la sua placida navigazione da ormai tredici anni senza increspature. Per inciso, nell’anno che volge al termine le statistiche ci accreditano 56 mila visualizzazioni. Non pochissime per un piccolo blog interamente autoprodotto nel tempo libero da alcuni amici. Ma non divaghiamo. Quella di Ap rischia di essere l’eccezione che conferma la regola.

La realtà predominante, almeno apparentemente, è la crisi dei corpi minimi, massimi e intermedi. Dalla più basilare delle aggregazioni, che forse potremmo far coincidere con la famiglia, fino alle organizzazioni internazionali – basti pensare alla UE che ha appena concluso l’accordo di separazione con il Regno Unito – passando per tutto il variopinto mondo dell’associazionismo, stare assieme in modo convinto risulta sempre più complicato.

La domanda scontata è perché? Come mai la spinta a intraprendere collettivamente un cammino di costruzione è diventata così faticosa, mentre invece gli impulsi distruttivi si sono moltiplicati a tutti i livelli?

Facciamo un passo indietro. Qui saccheggio a mani basse un testo di Marco Revelli che cita Aristotele e Tommaso d’Aquino. Scrive Revelli: «Aristotele per primo definì l’uomo Zoòn Politikon, “animale politico”. Intendeva con questo far riferimento all’impossibilità dell’uomo di vivere da solo; alla necessità naturale della cooperazione e della socialità. Al carattere naturalmente socievole dell’uomo.

Tommaso d’Aquino perfezionerà tale definizione: «animal politicum et sociale» lo qualificherà, e nella sua opera più specificamente politica, il De regimine principum, […] offrirà una descrizione efficacissima della debolezza dell’uomo singolo, della sua incapacità di sopravvivere come individuo isolato; debolezza e incapacità da cui deriva, come conseguenza inevitabile, la necessità della cooperazione […]».

È evidente che ai tempi di Aristotele e Tommaso la collaborazione tra le persone costituiva soprattutto una esigenza pratica. Gli uomini dovevano procurarsi da soli tutto il necessario per (soprav)vivere. E dalla necessità di una direzione complessiva di queste attività viene fatta scaturire la politica come arte del governo (dal latino gŭbĕrnum «timone», ad indicare la capacità di condurre la nave).

Ma oggi? Abbiamo ancora bisogno di relazioni sociali e politiche che non siano quelle strettamente necessarie, come i rapporti di lavoro, o imposte dalla legge? Ovvero non limitate alle pure relazioni utilitaristiche?

In fin dei conti la nostra condizione è molto mutata. A differenza dell’età antica e medievale possiamo comprare senza difficoltà tutto ciò che desideriamo al centro commerciale o farlo arrivare comodamente a casa nostra tramite Amazon. E possiamo sostituire i rapporti vis-à-vis con telefonate ed sms, videoconferenze e soprattutto con l’utilizzo dei social, sempre di più e sempre più presenti nelle nostre vite. Potremo continuare a farlo anche una volta che l’epidemia di coronavirus sarà finita. Non è meraviglioso tutto ciò?

Direi proprio di no. E non perché gli strumenti tecnologici siano di per sé negativi. Anzi. Credo però siano anche chiaramente insufficienti. Resiste insopprimibile nell’essere umano, malgrado tutto, un istinto sociale che prescinde dalle necessità pratiche e che si deve nutrire, per essere soddisfatto, anche di relazioni interpersonali solide (da cui il termine solidarietà derivato dal latino solidus), stabili e fisiche. Non liquide, né effimere o virtuali.

Svariati studi in ambito psicologico hanno dimostrato che godere di relazioni supportive migliora la salute sia fisica che psicologica. Ad esempio garantendo un funzionamento immunitario e cardiovascolare migliore, livelli di depressione più bassi e maggior soddisfazione nella vita. Ci si arriva anche da soli. E ci si spiega, almeno in parte, perché le persone “alterate” appaiano oggi assai più numerose che in passato.

In altri termini, vanno benissimo le connessioni mediate da uno schermo di vetro, ma per vivere al meglio serve anche vedersi, parlare, mangiare e bere assieme in modo disinteressato. Per il gusto di farlo. Per il piacere di stare in compagnia. Senza necessità di prevalere sul resto della comitiva. Nessun emoticon potrà mai sostituire il diletto prodotto da una chiacchierata rilassata davanti ad un buon bicchiere di vino ed un piatto di salame. O qualcosa di simile.

A volte da questo appagamento nascono anche delle iniziative. Ed è spesso così che si costituiscono aggregazioni e corpi sociali. Stiamo assieme, scopriamo di avere cose in comune e, se scatta la scintilla, si prova a fare qualcosa in modo collettivo. Ma tutti i rapporti, come un fiore che sboccia, vanno curati e protetti. Cioè richiedono sforzo. Perché è naturale che possano affiorare tensioni. Che non dovrebbero costituire un ostacolo, tranne in rari casi, se la coesione è forte. In questo frangente si superano. Se invece il legame di fondo nasce fragile o si indebolisce cammin facendo, anche gli screzi più banali possono divenire fonte di incomprensione e condurre in definitiva alla rottura del rapporto.

Il mondo attuale ci porta verso l’atomizzazione. Ogni persona diviene così una monade. Purtroppo questo stato è antitetico alla nostra realizzazione. Continuiamo ad essere, nostro malgrado, animali sociali. Privarci di tale dimensione non può che suscitare infelicità diffusa e malessere psichico.

Ma, come si diceva, dobbiamo prendere atto che lo sforzo per restare uniti oggi è più impegnativo. L’amico Carlo Baviera, alcuni giorni addietro, su questo blog, esortava a tornare alle relazioni, e inventare nuovi corpi intermedi. Io non so se servano corpi intermedi nuovi. Probabilmente sì. Ma ancor più, almeno a mio avviso, è necessario comprendere che la società ci spinge verso una dittatura dell’ego dal quale, pur senza rinunciare alla propria personalità, dobbiamo riuscire a sottrarci.

Imparare a stare bene con se stessi è fondamentale per mantenere un equilibrio e costruire relazioni sane. Ma rimane un equilibrio incompleto se non riusciamo, contemporaneamente, a stare bene con gli altri, a sviluppare empatia e costruire rapporti fecondi. Almeno a provarci.

Ogni tanto la solitudine è necessaria e rigenera, ma in complesso non siamo nati per essere soli.

Un pensiero su “Considerazioni inattuali

  1. Lodeveole quanto amara analisi di quanto, almeno in Europa, sia in atto dagli anni Ottanta del secolo scorso: la cultura o, rectius, la bieca ignoranza dell’io sta soppiantando la cultura del noi. Non a caso, dalla riva occidentale dell’Atlantico, dove sono stati confinati i peggiori elementi del nostro continente e dove non c’è né Storia, né tradizione di Cultura e di Diritto, abbiamo importato tutti quei concetti di competizione e d’individualismo, che premiano la sopraffazione di un Cittadino o di un gruppo di Cittadini nei confronti dell’altro: la legge tribale del più forte tradotta in termini moderni, quando alla forza fisica ed al valore personale si sostituisce l’astuzia per primeggiare in termini economici, in un circolo vizioso, nel quale la solida base economica, cui, erroneamente, attribuiamo più valore di quanto, effettivamente, non abbia, costituisce forza e via via si potenzia.
    Come a tutti noto, se si desidera arrivare primi, occorre partire da soli, ma se si desidera arrivare più lontano, occorre compiere il cammino insieme: la vera civiltà procede in quest’ultima maniera, indipendentemente da quanto la famigerata scuola di Chicago od i cloni nostrani come la Bocconi vorrebbero farci credere. Ovviamente, avere una comunità coesa non significa affossare le singole individualità: ogni Uomo è diverso dall’altro e, come tale, deve essere rispettato, ma, nell’altro, trova il suo completamento.

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