“Hyperfolly”

Angelo Marinoni

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Si dice che l’esperienza sia maestra di vita e che non vi sia nulla di più efficace che sperimentare sulla propria pelle gli effetti delle proprie scelte sbagliate per non commettere più gli stessi errori. Evidentemente quella che appare una ovvietà in realtà è una chimera, perché a leggere alcune dichiarazioni dopo i devastanti effetti dell’ondata di maltempo sul sistema infrastrutturale italiano e specificatamente ligure e piemontese pare che nemmeno l’effetto dell’ira dei fiumi e dei torrenti abbia rivelato l’evidenza.

La lezione, infatti, non è suscettibile di interpretazioni: il territorio fra Liguria e Piemonte paga a caro prezzo l’abuso di cemento e più di ogni altro aspetto la mancanza di un piano trasporti adeguato con un netto sbilanciamento sul trasporto stradale che ha consumato più territorio di quanto ve ne fosse a disposizione e quanto non consumato lo ha eroso.

In un momento in cui la domanda di mobilità dei viaggiatori e la domanda di trasporto della logistica sono in forte crescita stiamo vivendo nel nordovest una situazione drammatica di strade e autostrade interrotte e una rete ferroviaria esercita del tutto insufficiente a soddisfare la domanda che improvvisamente si è venuta a riversare su di lei: a questo si aggiunge la significativa quantità di ferrovie non esercite e facilmente ripristinabili che invece giacciono a monumento della nostra incapacità di gestire il territorio.

La prima lezione vera e non appresa di questo passaggio tormentato non è stata per sufficientemente compresa tanto che si sente invocare parte significativa della classe dirigente dell’esigenza di più strade e di provvedimenti che vadano ad aumentare l’offerta di spazio al traffico stradale.

È del tutto evidente che le arterie stradali esistenti debbano essere quanto prima riportate alla massima efficienza e messe in totale sicurezza, ma è altrettanto evidente che sia fondamentale non farne altre e cercare in tutti i modi di accelerare quello shift modale da gomma a ferro che è condicio sine qua non della sostenibilità ambientale, sociale ed economica della crescita oltre che condicio sine qua non alla sopravvivenza stessa del territorio.

Alla messa in sicurezza della autostrada Torino – Savona dovrebbe rimbalzare velocemente la proposta di potenziamento della ferrovia e un’intensificazione vera e non simbolica o palliativa dell’offerta ferroviaria su di essa: proprio l’importanza che sta acquisendo in questo momento di deficit dell’offerta stradale dimostra come la derubricazione di molte ferrovie a complementari con conseguente programmazione solo regionale sia stata erronea e figlia di una politica nazionale dei trasporti sbagliata e sbilanciata su poche direttrici che, non a caso, ora lamentano una saturazione che sta mettendo in crisi l’affidabilità stessa anche dei servizi a mercato più blasonati e assecondati.

E’ spaventevole che vengano presi in considerazioni nuovi tracciati autostradali e sia di converso considerato eclettico proporre invece sul medesimo percorso nuovi tracciati ferroviari la cui realizzazione avrebbe minimo consumo di suolo e minimo impatto ambientale contrariamente a un’opera autostradale: se si parla di connettere il Ponente Ligure con il Piemonte con una nuova opera allora che sia la bretella ferroviaria Garessio – Albenga e non certo l’ipotesi autostradale sullo stesso tracciato.

Seconde lezione evidente, ma non ancora sufficientemente compresa, è nell’urgenza di completare i collegamenti ferroviari in costruzione e pensarne la loro fruizione in un’ottica di servizio dei territori attraversati e non di ponte fra grandi centri urbani: su questo tema fa venire una certa nausea leggere che alcuni fra quelli che proclamano come inutili le grandi opere ferroviarie ponendole senza alcuna logica amministrativa, gestionale, finanziaria e contabile in alternativa alla cantierizzazione della cura del dissesto idrogeologico del paese, comunque oggettivamente urgente, ora si galvanizzi per l’ipotesi di “hyperloop” fra Torino e Miliano (forse più inutile sarebbe solo una seggiovia fra Milano e Parma), proprio mentre il paese si sgretola per l’incapacità colposa e colpevole di gestione del territorio e di una politica dei trasporti esclusiva delle periferie e limitata a connettere grossi centri già ampiamente connessi.

Terza lezione da apprendere dai tragici recenti eventi alluvionali e franosi è quella che abbiamo smesso di vivere porzioni importanti e delicate di territorio e curarlo nei dettagli, quegli stessi dettagli che per anni abbiamo dato per scontati fino a che c’era qualcuno a occuparsene: poi emigrato l’ultimo giovane e morto l’ultimo vecchio troppi territori sono rimasti in balia del loro dissesto, dimenticati anche dalle riforme sbagliate fatte persino a metà, come lo svuotamento delle province.

Il neocentralismo regionale aggravato dalla, ormai palesemente sbagliata, riforma delle province ha contribuito non poco in realtà come quelle piemontesi e liguri a depauperare di servizi e manutenzione territori fragili, una fragilità certo aggravata dagli errori della politica dei trasporti nazionale che riversava su strada la mobilità viaggiatori e la logistica delle merci.

Archiviando velocemente ipotesi “folly” fra i centri delle metropoli e le polemiche circa l’opportunità del rinnovamento e del potenziamento dell’infrastrutturazione ferroviaria occorrerà varare velocemente una cura del ferro che non si rivolga solo agli assi fondamentali, ma che imponga anche agli amministratori più scettici di incentivare lo shift modale da gomma a ferro e l’uso del trasporto pubblico.

Il governo nazionale dovrà favorire questi apprendimenti delle lezioni promuovendo una riforma che riporti le province a un ruolo da protagoniste, magari inserendo nella negoziazione con le regioni sulle autonomie una ristrutturazione complessiva del sistema degli enti locali che inverta l’attuale tendenza alla creazione di periferie intorno a grossi centri metropolitani, tendenza che, peraltro, impatta contro una evidenza di sviluppo economico lungo corridoi territoriali (cito la città de flussi, di Luca Garavaglia).

Lo stesso governo nazionale dovrà aumentare il Fondo Nazionale Trasporti posponendo alla riduzione del parco privato circolante la sua massiva elettrificazione, sui cui vantaggi con l’attuale impianto industriale, vi sarebbe, inoltre, molto da discutere.

Possiamo anche continuare a non capire o far finta di non capire queste lezioni, possiamo anche continuare a cercare i colpevoli fra le pieghe scambiando gli effetti con le cause, ma dovremmo allora abituarci a eventi sempre più aggressivi, a un territorio fragile e sempre meno vivibile e appetibile per il Piemonte e a un territorio sempre più sconnesso stretto tra flussi di auto sulla costa e di camion a monte per la Liguria. Possiamo farlo, ma non dovremmo né volerlo né permetterlo.

2 pensieri su ““Hyperfolly”

  1. Considerazioni amare e pienamente condivisibili, cui mi permetto di aggiungere e precisare che, purtroppo, in da circa un mese, il nostro bel Paese è stretto nella morsa del maltempo, con notevoli danni, dovuti al dissesto idrogeologico di un sistema già di per sé fragile e la cui fragilità è stata ulteriormente aumentata con il dissennato agire o con il non far nulla da parte dell’uomo. Non passa giorno senza ascoltare l’annuncio di un ponte crollato, di una via di comunicazione interrotta da una frana o di un’alluvione ai danni delle nostre preziose terre agricole. Si passa da un’emergenza all’altra e, spesso ci si fa soverchiare da un evento avverso senza aver rimediato ai danni di quello precedente. Se è verissimo che il maltempo di quest’ultimo periodo sia stato di portata eccezionale, è altrettanto vero che, se non completamente evitati, i danni sarebbero potuti essere fortemente limitati. Infatti, abbiamo avuto un lungo periodo di siccità, durante il quale si sarebbe potuto tranquillamente provvedere alla pulizia dei corsi d’acqua di qualsiasi calibro essi fossero: dal modesto rio di campagna al grande fiume, ma, per inerzia o per farisaicamente addotta mancanza di fondi, gli alvei sono rimasti ingombri, financo di alberi cresciuti in mezzeria. La scellerata opera di restringimento degli alvei stessi, specie se accompagnata da interramenti di lunghe sezioni di corsi d’acqua, al solo scopo di trarre profitto con l’edificazione selvaggia, non abbisogna di ulteriore presentazione, tanto che è sotto gli occhi di tutti l’impiego come superstrada di una parte di quello che, un tempo, era il canale diversivo dell’Ombrone, canale, in altre parti, addirittura tombato, o che i tempi per la realizzazione del canale scolmatore del Bisagno siano molto lunghi, ancorché non confrontabili con quelli biblici. Parimenti, lo spopolamento delle campagne o la noncuranza da parte di alcuni proprietari impedisce una corretta regimazione delle acque superficiali in appositi canali, che, se correttamente realizzati, avrebbero potuto quantomeno limitare i danni.
    Circa le vie di comunicazione, si entra in massima fibrillazione allorquando siano interrotti percorsi sulla viabilità ordinaria, mentre, se ad essere interrotta è una ferrovia, a meno che non si tratti di direttrici fondamentali a livello Nazionale, se non addirittura internazionale, la faccenda passa in second’ordine. I collegamenti stradali tra il Piemonte e la Liguria, specie quelli che riguardano Savona e Genova, sono quanto mai precari: sono, infatti, a tutti note le vicende dei viadotti autostradali, della Statale del Cadibona e di quella del Turchino, ma, in un clima politico quasi completamente asservito al mondo della gomma, nella quale questo o quel candidato cerca e coltiva il proprio serbatoio elettorale, non si pensa affatto ad utilizzare appieno le ferrovie rimaste pervie ed a ripristinare nel più breve tempo possibile quelle che, sfortunatamente, abbiano subito danni. Anzi, da tempo immemorabile, si fa proprio il contrario: tra Airasca e Saluzzo, i lavori di manutenzione del 1986 terminarono proprio qualche giorno prima della chiusura, pur attraversando la linea un importante distretto industriale, mentre, quando, nel 1994, la nota terribile alluvione, distrusse la tratta compresa tra Bra e Ceva, furono stanziati ben trentaquattro milioni di euro (in allora, sessantotto miliardi di lire) appositamente per le necessarie manutenzioni alla ferrovia, operazioni che non furono mai eseguite e fu colta l’ennesima occasione per cancellare una tratta ferroviaria, passata dal ruolo di porzione del primo storico collegamento tra Torino e Savona a semplice raccordo, per di più deelettrificato, tra Bra e Narzole. A tutto questo, si aggiunga che, a breve, da Vado Ligure, originerà un considerevole traffico merci, che si pensa di effettuare con quegli autocarri popolarmente conosciuti come TIR, quando, invero i TIR dovrebbero essere cosa rarissima, trattandosi di Transports Internationaux Routiers, ovvero trasporti internazionali su strada e la strada è quanto di meno indicato per effettuare trasporti a lunga percorrenza. Sul fronte viaggiatori, timidamente e solo grazie ad accordi tra Amministratori Regionali e personale dell’Amministrazione Ferroviaria, inopinatamente trasformata in impresa di Diritto privato, si è ottenuto il rinforzo delle composizioni e l’inserimento di treni supplementari, ancorché su base di criteri di difficile comprensibilità. È bensì vero che, in altre epoche, le stesse Ferrovie, operanti secondo criteri istituzionali e non aziendali, provvedevano autonomamente a modificare l’orario, in maniera tale da alleviare il più possibile i disagi all’utenza. Oggi, invece, a maggior ragione su linee complementari, si programmano solo treni locali con fermata in tutte le località, penalizzando il traffico su distanze più lunghe e, sul percorso Savona – Torino, che risente degli effetti deleteri derivanti sia dalla regionalizzazione che dalla regressione della linea al rango di complementare, sono pochissimi i servizi che consentano di muoversi agevolmente tra i capilinea e tra i centri più importanti lungo il percorso: sovente, i viaggiatori debbono sobbarcarsi la rottura di carico a Fossano od a San Giuseppe di Cairo. Viene da domandarsi anche se, da parte di certi soggetti, non vi sia un certo timore che l’utenza, una volta scoperto il vantaggio di viaggiare con un mezzo sicuro, veloce, ecologico ed economico come il treno, cessata l’emergenza, non torni più a viaggiare su strada. Aggiungiamo ancora che, oltre alla dissennata programmazione degli orari, è stata proprio la mancanza di manutenzione, a portare dapprima a sostituire i treni con autoservizi e, incancrenitasi la situazione, a sospendere l’esercizio su direttrici utili tanto per i viaggiatori, quanto per le merci, come, ad esempio, in Piemonte, le gallerie Brozolo, Ghersi ed Ozzano od a penalizzare il servizio, come, ad esempio, in Liguria, a Mele, dove una frana giace dall’ormai lontano autunno 2000.
    Occorre ora focalizzarsi su un altro aspetto, certamente non meno importante: i servizi sanitari. Purtroppo, in nome di una razionalizzazione dal punto di vista dell’efficienza, si è perso considerevolmente in efficacia, la quale, come noto, in Sanità, ha la priorità assoluta, essendo da proscrivere ogni mercificazione dei Pazienti e dei loro bisogni di salute. Avere depauperato di risorse, di Reparti e di servizi gli Ospedali minori, quando non sono stati addirittura chiusi, ha portato a situazioni quanto mai incresciose, poiché, con vie di comunicazione impraticabili e nell’impossibilità di procedere con il trasporto aereo mediante elicotteri, molti Pazienti in gravissime condizioni o con urgenze indifferibili sono stati trattati solo grazie all’abnegazione ed alle capacità professionali del personale sanitario, di cui, fortunatamente, fanno ancora parte persone impegnate a prestare il proprio servizio in scienza e coscienza, talora anche oltre l’orario nominale e con i pochi mezzi messi a disposizione da un’Amministrazione volta più ad ottimizzare i costi che non a servire Pazienti. In queste situazioni, occorre anche e soprattutto pensare alla salute di quanti si adoperano per porre fine all’emergenza: trattasi di personale proveniente dall’esterno, ma anche già presente sul posto, quando non semplici Cittadini, che, nella loro proprietà o, per spirito di solidarietà, in quella altrui o su suolo pubblico, lavorano, esponendosi a rischi non indifferenti, che potrebbero portare a conseguenze anche gravi, per le quali occorre, se non la possibilità di rimedio integrale, almeno l’opportunità di stabilizzazione fino a quando non sia disponibile un servizio di trasporto. Superfluo osservare che il trasporto dovrebbe avvenire verso l’Ospedale più attrezzato a minore distanza e non già ostinarsi ad andare verso quello compreso nel territorio della stessa Regione.

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