Il cattolicesimo davanti all’ordine mondiale illiberale

Drew Christiansen S.I. (*) – Da la Civiltà Cattolica N. 4050

(L’ordine mondiale liberale nato la dopo Seconda guerra mondiale è in crisi. Diritti umani, Stato di diritto, democrazia, libera circolazione, pluralismo e libero scambio sono messi in discussione. Quale missione per i cattolici in tale scenario?

È la domanda che si è posta recentemente la Civiltà Cattolica. Abbiamo deciso di inserire tale contributo “esterno” quale ulteriore spunto per il dibattito in corso su Ap, che ha visto finora gli interventi di Ciani, Lama, BorioliPietrasantaLivorsi 1, Livorsi 2Nosengo. Ap).

L’ordine mondiale liberale (Liberal World Order), che si è sviluppato alla fine della Seconda guerra mondiale ed è maturato dopo le rivoluzioni europee del 1989, è in crisi. Valori come i diritti umani, lo Stato di diritto, la democrazia, la libera circolazione, il pluralismo religioso e culturale e il libero scambio vengono messi in discussione.

Il fascino dell’ordine mondiale liberale ha cominciato a svanire negli ultimi dieci anni, a partire dal fallimento della «Primavera araba». Oggi sembra molto offuscato, data la diffusa rinascita del nazionalismo etnico sia in Europa sia negli Stati Uniti.

Questo articolo prende in esame lo stretto, ma non acritico, rapporto che c’è stato tra la dottrina sociale della Chiesa, le sue strategie socio-pastorali e l’ordine mondiale liberale nel corso degli ultimi settantanni. Indaga anche sul futuro ruolo della Chiesa in un ordine mondiale illiberale, caratterizzato da democrazie elettorali guidate da governanti autocratici, dove la xenofobia e l’etno-nazionalismo sono in aumento, il sovvertimento dello Stato di diritto diventa una cosa normale, l’abuso dei diritti umani non viene più stigmatizzato, e il disprezzo per gli obblighi imposti dai trattati, per il diritto internazionale e per le organizzazioni internazionali è frequente.

 

Il mondo liberale agli sgoccioli

Per «ordine mondiale liberale» si intende quel complesso di istituzioni, pratiche e valori che sono emersi dopo la Seconda guerra mondiale, inizialmente nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti, per poi diffondersi nel resto del mondo, in particolare nell’Europa orientale dopo il 1989. Le sue prime istituzioni sono state le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale (Bm). Si sono aggiunte più tardi l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Infine, la Corte penale internazionale, con il Tribunale penale internazionale e le Commissioni per la verità e la riconciliazione.

Tra i valori dell’internazionalismo liberale spiccano i diritti umani, la democrazia, il pluralismo, lo Stato di diritto e un ordine mondiale globalizzato. Le sue pratiche comprendono la tutela dei diritti umani, la loro applicazione attraverso sanzioni economiche e diplomatiche, la collaborazione nella promozione dello sviluppo socio-economico, i negoziati commerciali regionali e globali e la «Responsabilità di proteggere» (R2P) mediante la prevenzione e l’intervento.[1]

L’ordine mondiale liberale ha coinciso con la globalizzazione: non si è trattato soltanto dell’integrazione economica attraverso l’Omc, dei trattati commerciali regionali e transregionali e dei complessi legami di internet e del World Wide Web, ma anche del crescere dell’integrazione sociale e politica e del moltiplicarsi e rafforzarsi di reti e istituzioni globali. Sotto l’egida delle Nazioni Unite, come parte del suo sistema odierno, oggi agiscono più di 50 agenzie specializzate, commissioni, fondi e relative istituzioni. La crescita delle agenzie delle Nazioni Unite è stata accompagnata da quella di organizzazioni internazionali non governative della società civile e di gruppi di difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch, Ican (l’organizzazione per la messa al bando delle armi nucleari, alla quale nel 2017 è stato attribuito il premio Nobel per la pace) e Refugees International.

 

Il cattolicesimo e l’ordine mondiale liberale

Nell’epoca successiva al Concilio Vaticano II il cattolicesimo sociale, che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa, si è intrecciato con quei movimenti e istituzioni che avevano contribuito a costituire l’ordine mondiale liberale. Del resto, l’odierna istituzione per eccellenza di tale ordine, l’odierna Unione Europea (Ue), era stata auspicata da Pio XII e messa in atto da leader cattolici del dopoguerra (Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet e Alcide De Gasperi) per prevenire la guerra e garantire la pace dopo due conflitti mondiali, attraverso l’integrazione economica.

Se la Dichiarazione universale dei diritti umani è stata pubblicata nel 1948, l’enciclica Pacem in terris (PT) di Giovanni XXIII, pubblicata nel 1963, è divenuta il fulcro della teologia politica cattolica del XX secolo, come pure il motivo ispiratore del movimento cattolico per i diritti umani. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Gaudium et spes (GS) ha assunto questa prospettiva, parlando del Vangelo affidato alla Chiesa come garanzia della «dignità personale» e della «libertà dell’uomo» (GS 41). In seguito agli accordi sottoscritti a Helsinki nel 1975, i diritti umani sarebbero diventati i valori caratteristici dell’ordine mondiale postbellico e gli elementi costitutivi della pace nel mondo. In tal senso l’impegno della Chiesa nella loro promozione ha anticipato la rivoluzione dei diritti dei successivi decenni. E questo impegno è al centro dell’interconnessione della Chiesa con l’ordine mondiale liberale.

I centri cattolici per i diritti umani, sostenuti dalle Conferenze episcopali e dalle singole diocesi, come il Vicariato della solidarietà a Santiago del Cile e l’Ufficio per i diritti umani dell’arcidiocesi di Città del Guatemala, hanno svolto un ruolo di pionieri nel monitorare e segnalare le violazioni dei diritti. Leader cattolici, come Lech Wałesa, Kim Dae Jung e Corazón Aquino, hanno contribuito a condurre i loro Paesi oltre i conflitti e sulla via di un governo democratico. Altri, come il vescovo guatemalteco Juan Gerardi, i componenti della Commissione «Giustizia e pace» a Lahore (Pakistan) e suor Dorothy Stang in Brasile, hanno pagato di persona.

 

Democrazia e sviluppo

Nell’ordine mondiale liberale i diritti umani e la democrazia an­davano di pari passo. La Pacem in terris si distaccò dall’eredità dell’antimodernismo romano del XIX secolo, accettando la democrazia, la partecipazione popolare, le Costituzioni scritte e la divisione dei po­teri. Soprattutto, come ha scritto Giovanni XXIII, il bene comune come obiettivo del governo coincide con «il riconoscimento, il rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona» (PT 73). Non sorprende, quindi, che Samuel Huntington, teorico delle relazioni internazionali di Harvard, abbia affermato che nell’ultima parte del XX secolo il cattolicesimo si è dimostrato una forza rilevante nella «terza ondata di democratizzazione». Lo studioso nota che diversi Paesi in cui questo processo si è verificato, come il Portogallo, la Spagna, la Polonia e le Filippine, erano a maggioranza cattolica.[2]

Nell’Europa orientale, l’influenza di Giovanni Paolo II è andata oltre la sua nativa Polonia, promuovendo movimenti democratici nella Cecoslovacchia e in Ungheria, e nelle Repubbliche baltiche dell’allora Unione Sovietica. Un grande merito va anche alle Conferenze episcopali nazionali e a molti vescovi locali coraggiosi. Inoltre, la prescrizione del Concilio secondo la quale i vescovi devono esprimersi sulle questioni di interesse pubblico ha prodotto una generazione di presuli disposti a denunciare le violazioni dei diritti umani. Tra i vescovi che più si sono segnalati in questo campo nel XX secolo vanno annoverati sant’Óscar Romero in El Salvador, il patriarca Michel Sabbah in Israele/Palestina, Franjo Komarica in Bosnia ed Ezegovina, Samuel Ruiz in Messico (Chiapas), Cahal Daly in Irlanda e Laurent Monsengwo nella Repubblica Democratica del Congo.

Fin dal Concilio Vaticano II lo sviluppo socio-economico è stato una preoccupazione costante della Chiesa. Il Concilio ha ripreso il concetto patristico dello «scopo comune delle cose create», la nozione cioè che nella creazione Dio ha donato all’uomo la terra per il bene di tutti e che pertanto le differenze economiche devono essere contenute entro certi limiti, perché «a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia» (GS 69). Il Vaticano II ha creato le Conferenze episcopali, affinché i vescovi affrontassero insieme le politiche socio-pastorali, e ha deliberato l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace per «stimolare la comunità cattolica a promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni» (GS 90).

L’idea di sviluppo sostenuta dalla Chiesa si è subito discostata dall’ottica econometrica dei governi, delle agenzie internazionali e degli economisti, che misuravano lo sviluppo in termini di crescita economica aggregata, ovvero con il valore in dollari dei beni e dei servizi. Al contrario, l’insegnamento della Chiesa ha insistito sul fatto che ciò che contava era il miglioramento generale del benessere sociale, compreso il godimento, da parte dell’intera popolazione, di beni sociali quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria e le aree verdi.

Possiamo riconoscere il nucleo dell’opposizione della Chiesa alla visione econometrica dello sviluppo nel concetto di «sviluppo umano integrale» sostenuto da Paolo VI. In qualche modo la critica cattolica ha anticipato di molti anni gli «Obiettivi di sviluppo sostenibile per il Millennio» delle Nazioni Unite (2000, 2015), che hanno formulato molteplici traguardi per la politica di sviluppo, compresa la riduzione della povertà assoluta per i più indigenti.

 

Dalla globalizzazione alla solidarietà mondiale

Di fatto, la Chiesa ha affrontato in modo critico il tema della globalizzazione decenni prima che esso diventasse oggetto abituale di discussione dei giornalisti e degli intellettuali. Anche prima di internet, il Concilio Vaticano II ha individuato un processo di socializzazione che accresce «rapporti e interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di diritto pubblico o privato» (GS 25). Il Concilio ha affermato che la Chiesa, come segno e strumento di intima unione con Dio, ha la missione di promuovere l’unità del genere umano (cfr Lumen gentium, n. 1). In quanto Chiesa universale, essa ha l’obbligo speciale di promuovere il benessere di tutti i popoli e dei bisognosi in tutto il mondo. Inoltre, ha aggiunto il Concilio, è sua responsabilità favorire il «dinamismo sociale odierno […], il progresso di una sana socializzazione e della solidarietà civile ed economica» (GS 42). Di conseguenza, nella dottrina sociale della Chiesa la globalizzazione fa riferimento a qualcosa di più ampio della mera crescita di legami economici e politici: si riferisce all’instaurazione di una solidarietà tra le persone sotto forma di gruppi per i diritti umani, équipes di ricerca scientifica o movimenti ambientalisti. L’insegnamento della Chiesa considera la «socializzazione» un fenomeno integrale dell’essere umano nel mondo contemporaneo.

Nondimeno, la Chiesa ha presto riconosciuto l’inadeguatezza delle risorse morali disponibili per umanizzare l’integrazione globale operata dalle forze economiche e tecnologiche. Giovanni XXIII ha indicato un rimedio normativo ai mali mondiali – come la corsa agli armamenti nucleari – nell’articolazione del «bene comune universale», traducendo l’obiettivo tradizionale della società politica in una super-norma morale a servizio di un ordine mondiale globale (cfr PT 4).

Dal canto loro, i pontefici Giovanni Paolo II – sulla scia della crescita unilaterale della vita economica transnazionale – e Be­nedetto XVI – in seguito alla crisi finanziaria mondiale – hanno esortato a far corrispondere un’etica della solidarietà globale ai livelli dell’interdipendenza materiale. Anche papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ (sulla cura della nostra casa comune), ha insistito sulla necessità dello sviluppo e della riforma delle istituzioni globali.

In un’epoca di populismo nazionalistico, la difesa della governance globale da parte della Chiesa certamente desterà sospetti. Ma il suo obiettivo è uno sviluppo equo e inclusivo. Le proposte dei Papi e della Santa Sede in questa direzione vengono sempre presentate assieme al principio di sussidiarietà. Come ha scritto Giovanni XXIII nella Pacem in terris, i poteri pubblici della comunità mondiale hanno «lo scopo di contribuire alla creazione, su piano mondiale, di un ambiente nel quale i poteri pubblici delle singole comunità politiche, i rispettivi cittadini e i corpi intermedi possano svolgere i loro compiti, adempiere i loro doveri, esercitare i loro diritti con maggiore sicurezza» (PT 74).

La Chiesa non dimentica mai che tutte le persone appartengono all’unica famiglia umana voluta da Dio, e che tutte, qualunque sia la loro nazione di provenienza, hanno obblighi di solidarietà universale.

 

Il cattolicesimo sociale in un mondo illiberale

La Chiesa è arrivata solo piuttosto di recente ad accogliere alcuni valori liberali fondamentali, come la democrazia, i diritti umani e la libertà religiosa, e a riconoscere l’importanza del dialogo interreligioso. Ma una volta che il Concilio Vaticano II, seguendo le direttive di Giovanni XXIII nella Pacem in terris, ha superato l’antimodernismo, la Chiesa è divenuta uno dei principali promo­tori dei valori associati all’ordinamento liberale, difendendo i diritti umani, sostenendo la democrazia, favorendo uno sviluppo socio­economico equo e assumendo l’iniziativa sia nel dialogo ecumenico sia in quello interreligioso.

Oggi c’è da chiedersi: che cosa diventeranno la dottrina sociale e il ministero pastorale della Chiesa di fronte a una politica mondiale illi­berale in cui crescono autocrati e tiranni, vengono calpestati e negati i diritti umani universali, la ricchezza economica diventa sempre più iniqua, i trattati non vengono rispettati e lo Stato di diritto è ignorato, i rifugiati e i migranti economici diventano un sottoproletariato apolide, la religione viene invocata per scopi nazionalistici e le esigenze essenziali della giustizia vengono disprezzate?

Il disfacimento dell’ordine mondiale liberale è in corso da un de­cennio, ma negli ultimi due anni ha subìto una brusca accelerazione in molti Paesi europei, e non solo. Per esempio, John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il 5 novembre 2018 ha dichiarato che la partecipazione degli Stati Uniti alle istituzioni internazionali sarà condizionata «dal fatto che serva o meno gli interessi degli Stati Uniti e gli interessi dei nostri alleati»[3]. Inoltre, il tentativo operato dal Regno Unito di recidere i legami con l’Unione Europea tramite la Brexit ha indebolito l’Unione. Da parte sua, il Presidente degli Stati Uniti si è dimostrato critico nei confronti dell’Omc, del Partenariato transpacifico e dell’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), annunciando negoziati commerciali bilaterali[4]. E il governo statunitense, con la sua politica dell’America First, si è dissociato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e dal Global Compact sui cambiamenti climatici, e si è rifiutato di partecipare a negoziati su un nuovo accordo globale in materia di migrazione.

Come può rispondere il cattolicesimo all’avanzare dell’ordine mondiale illiberale? L’esempio personale del Papa riguardo alle migrazioni e alla cura dei senzatetto ha conquistato l’ammirazione del mondo, così come le sue iniziative sui cambiamenti climatici e sul disarmo nucleare hanno dato impulso a posizioni ampiamente condivise da movimenti popolari, dalla società civile e dai governi di tutto il pianeta. Tuttavia, l’attenzione della Chiesa è ora distratta dalla necessità della purificazione interna e della propria riforma in risposta alla crisi degli abusi sessuali del clero. Ma quando tale riforma sarà completata, la Chiesa sarà ancora pronta ad affrontare le sfide alla sua dottrina sociale che le provengono da tanti fronti? Quale sarà la sua risposta in Europa, soprattutto nelle roccaforti cattoliche tradizionali come Polonia, Italia, Austria e Germania? I vescovi dell’Europa centro-orientale saranno in grado di dare all’autocrazia nativista quello stesso tipo di risposta unitaria che hanno dato all’«impero» comunista nel 1980? E i vescovi dei Paesi in via di sviluppo saranno capaci di guidare i loro Paesi nella difesa dei diritti umani e della democrazia, come hanno fatto negli anni Ottanta e Novanta? La Conferenza episcopale degli Stati Uniti riuscirà a esercitare una leadership in li­nea con quella testimoniata da Giovanni Paolo II, e più recentemente da Francesco, propositiva e aperta al mondo?

 

Tre vie verso il futuro

Le tensioni illiberali e populiste stanno ribaltando i modi abi­tuali di agire su molti fronti. Dopo la Brexit, il Regno Unito e forse anche l’Europa staranno probabilmente peggio sotto il profilo economico. L’esperimento della Brexit ha provocato una crisi politica senza precedenti. L’Italia, dopo 10 anni di stagnazione economica, ha dovuto aderire ai limiti di bilancio europei per tenere in piedi il proprio governo. In Ungheria, il governo si è spinto fino a dare vita a una legge che permette alle aziende di richiedere ai dipendenti fino a 400 ore di straordinari. Dopo le sconfitte elettorali nelle elezioni dei Länder, la Germania stessa, che per decenni è stata la potenza guida in Europa, sembra in difficoltà.

Il naufragio di tanti Stati e istituzioni internazionali ha creato un vuoto di autorità fondata sui valori. Lì dove ci sono serie minacce alla democrazia, le Chiese locali spesso hanno dato voce e potere organizzativo all’opposizione. In Paesi come la Colombia, la Chiesa è stata un partner a pieno titolo nel consolidare la pace negoziata tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie (Farc), come pure nel tentativo di estendere la pace alle aree del Paese ancora controllate da altre insurrezioni. In tali situazioni la Chiesa detiene un vantaggio comparato, grazie alla sua diffusione orizzontale nell’ambito della società e al suo campo di azione verticale attraverso gli strati sociali e i livelli del potere governativo. La capacità della Chiesa di portare avanti il suo ruolo pastorale rimane fondamentale. Come può essa realizzare la sua visione sociale e provocare un cambiamento?

A questo punto vorremmo proporre tre modi in cui la Chiesa, a ogni livello, può influenzare il cambiamento sociale: i modelli di strategia socio-pastorale secondo le immagini del servizio, della convocazione e della profezia.

 

Il modello del servizio

Quella del servizio è una delle immagini chiave che il Vaticano II ha usato per esemplificare il mistero della vita della Chiesa. È parte integrante dell’impegno verso il mondo annunciato dalla Gaudium et spes. Questo documento si conclude con la descrizione del reciproco servizio tra la Chiesa e il mondo. L’ordine mondiale illiberale mette in discussione due dei principali impegni di servizio della Chiesa, ossia la difesa dei diritti umani e la promozione dell’unità della famiglia umana.

La difesa dei diritti umani è un compito che spetta alla Chiesa a tutti i livelli: parrocchie, commissioni diocesane, diocesi, vescovi e Conferenze episcopali. Impegnarsi in esso richiede che vengano rinnovate e attuate capacità di advocacy e di contestazione legale e politica che sono andate perdute in tempi di maggiore stabilità. Potrebbe anche richiedere che si reinventino vecchie organizzazioni o che se ne creino di nuove in difesa dei diritti umani e per fare rete.

Allo stesso modo, il compito della promozione dell’unità della famiglia umana, sebbene competa essenzialmente al ministero petrino, ricade sulla Chiesa a ogni livello. Le parrocchie, i comitati locali e i gruppi – come il Jesuit Refugee Service – che accolgono migranti e rifugiati condividono direttamente tale compito. Sono coinvolti in questa missione anche gruppi – come Pax Christi – che promuovono la comprensione transfrontaliera e costruiscono relazioni transnazionali. La Catholic Peacebuilding Network opera tramite vescovi, laici e costruttori di pace in focolai di crisi di tutto il mondo, esercitando anche il ministero dell’unità.

Infine, è il servizio diretto alle persone bisognose, alle vittime dello sfruttamento e dell’oppressione e a coloro che vivono ai margini della società che dà credibilità alla missione sociale della Chiesa. Nell’Alto Medioevo il servizio di innumerevoli monaci, suore e sacerdoti ha dato speranza alle popolazioni sopravvissute alla cadu­ta dell’Impero romano. Nel XIX e nel XX secolo il servizio della Chiesa agli immigrati ha contribuito alla loro accettazione pubblica. Negli anni successivi ai due conflitti mondiali l’aiuto della Chiesa alle vittime della guerra ha portato all’espansione di una vasta rete di organizzazioni cattoliche di assistenza e di sviluppo, che oggi costituiscono la Caritas Internationalis.

 

Il modello della convocazione

Sebbene sia trascurato nelle indagini scientifiche, il modello della convocazione è ampiamente utilizzato nella pratica pastora­le dei vescovi, delle Conferenze episcopali e del ministero di papa Francesco. In quanto organismo pubblico, la Chiesa ha il peculiare vantaggio di abbracciare una vasta gamma di gruppi, talora in conflitto tra loro, e i vescovi, come guide delle comunità, hanno la capacità di riunirle per discutere di problemi pubblici. Il modello della convocazione interpella la Chiesa attraverso i vescovi, le diocesi, le Conferenze episcopali, la Curia romana e lo stesso Papa: tutti accolgono istanze diverse per amore del bene comune.

Un esempio classico di questo modello è dato dalla diocesi di Houma-Thibodaux, nel Sud della Louisiana, negli Stati Uniti. Alcuni anni fa gli agricoltori e i pescatori protestarono a causa degli effetti della produzione di petrolio nella regione del Golfo del Messico. Oltre all’inquinamento, il cedimento del terreno causato dall’estrazione di petrolio aveva portato non soltanto all’erosione del territorio costiero e della laguna, ma anche ad avvelenare il suolo agricolo con infiltrazioni di acqua salata. Poiché i suoi parrocchiani provenivano da tutte le comunità colpite, la diocesi è riuscita a in­durre i sostenitori di ogni fazione ad affrontare il problema insieme.

Un altro esempio è offerto dal programma «La Chiesa nella città» del vescovo Anthony Pilla. Egli ha riunito persone e gruppi di Cleveland dal centro città, dalla periferia e dalle zone rurali limitro­fe per affrontare le questioni della povertà, dello sviluppo e dell’ambiente. Questo programma è diventato la base per altri esperimenti di convocazione in tutto il bacino dei Grandi Laghi, riunendo vari collegi elettorali per discutere di questioni di «urbanizzazione selvaggia», come quelle degli alloggi, dei posti di lavoro, dell’uso del suolo, dell’acqua e della qualità dell’aria.

Anche papa Francesco, insieme con la Curia romana, utilizza il modello della convocazione: lo ha fatto in particolare con i «movimenti popolari» a Roma, a Santa Cruz (Bolivia) e a Modesto (Usa). Inoltre, in concomitanza con la preparazione della sua enciclica Laudato si’, ha riunito una serie di esperti chiedendo loro informazioni in materia. Il suo potere di convocazione è ricono­sciuto anche al di fuori della Chiesa: per questo egli è stato invitato a rivolgere un messaggio all’assemblea di leader che hanno redatto a Parigi l’Accordo sul clima (2015), e alla Conferenza dell’Onu finalizzata a negoziare la proibizione delle armi nucleari (2017).

 

Il modello profetico

Per modello profetico intendiamo un messaggio socio-pastorale universale che si rivolge direttamente alle situazioni di violenza, di ingiustizia e di disumanità. Giovanni Paolo II è stato un esempio di tale modello. Con i suoi viaggi a Lampedusa e a Lesbo, anche papa Francesco ha esercitato una forma di profezia drammatica o incarnata.

Giovanni Paolo II ha esercitato esplicitamente la funzione di denuncia propria del carisma profetico, che, interpretando i segni dei tempi, dovrebbe affrontare i sintomi negativi del presente. Pur insistendo sul primato della proclamazione del Vangelo, egli ha affermato che «all’esercizio del ministero dell’evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chie­sa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie»; e che l’annuncio evangelico «offre [alla denuncia] la vera solidità e la forza della motivazione più alta»[5]. Giovanni Paolo II non ha avuto paura neppure di rimproverare la gente per la sua indifferenza, come è accaduto nel 1987, durante la sua visita negli Stati Uniti, quando ha detto a Detroit: «In un contesto simile a questo circa otto anni fa, nello Yankee Stadium di New York, ho proclamato la sfida del Vangelo contenuta nella parabola del ricco e del povero Lazzaro. Tutti voi conoscete bene questa meravigliosa lezione di responsabilità sociale che Gesù ci ha lasciato. Conoscendo la vostra fede e la vostra disponibilità alla sfida, oggi vi chiedo: cosa avete fatto con questa parabola? Quante volte negli ultimi otto anni avete letto questa parabola per trovarvi ispirazione per la vostra vita di cristiani? O l’avete forse messa da parte, pensando che non fosse più applicabile a voi o alle situazioni del vostro Paese?»[6].

Nello stesso anno, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II ha condannato «la logica dei blocchi», in seguito alla quale la corsa agli armamenti della «Guerra fredda» privava i poveri di risorse necessarie per il loro sviluppo. Quell’enciclica è stata aspra­mente criticata dai neoconservatori americani – che fino a quel momento avevano venerato il Papa come baluardo dell’anticomunismo – per l’«equivalenza morale» con cui criticava il blocco occidentale e quello orientale (il blocco sovietico). La profezia non fa favoritismi.

 

Una Chiesa di discepoli in un mondo illiberale

I modelli qui proposti non si escludono a vicenda: rappresentano diversi aspetti della Chiesa e varie strategie per la prassi socio-pastorale. Il modello profetico, quello della convocazione e quello del servizio sono tra loro compatibili e propongono strategie sovrapponibili, che possono essere utilizzate – e di fatto già lo sono – per affrontare l’ordine mondiale illiberale. La sfida fondamentale che la Chiesa dovrà sostenere sarà quella di difendere la dignità della persona umana e l’integrità del creato in un clima di sciovinismo, xenofobia e disprezzo per l’altro. La Chiesa non sarà sola in questa impresa, dal momento che l’ordine liberale ha dato origine a molte istituzioni, gruppi di volontariato e movimenti, che a loro volta potranno agire in nome del bene comune.

La Chiesa troverà speciali risorse nella sua dottrina sociale, nella pratica del ministero sociale e, soprattutto, nelle fonti spirituali a cui si attinge la speranza nei periodi più cupi. Per trarre ispirazione essa può guardare indietro agli sforzi compiuti da Pio XII per gettare le basi per una pace nel dopoguerra. Allo stesso modo, può trarre forza da Giovanni XXIII che, al culmine della «Guerra fredda», ci ha lasciato in eredità la visione di una pace costruita sul rispetto dei diritti umani e al servizio del bene comune universale.

Nel corso della storia il cattolicesimo ha già saputo illuminare

la strada per superare tempi bui. Lo saprà fare ancora.

 

(*) Drew Christiansen è docente di Etica e Sviluppo umano globale presso la Georgetown University (Washington, Usa). Corrispondente dagli Usa de “La Civiltà Cattolica”.

 

_____________________________________________

[1] Sul principio R2P, cfr anche D. Hollenbach, «Crisi umanitarie e rifugiati. Prospettive religiose e principi etici», in Civ. Catt. 2018 III 27-37.

[2] Cfr S. P. Huntington, The Third Wave: Democratization in the Late Twentieth Century, Norman, University of Oklahoma Press, 1991, 76.

[3] Cfr http://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-ambassador-john-bolton-zionist-organization-america/

[4] Su questo argomento, cfr F. de la Iglesia Viguiristi, «Usa e Cina in guerra commerciale», in Civ. Catt. I 2019 362-376.

[5] Giovanni Paolo II, s., Sollicitudo rei socialis, n. 41.

[6] Id., Discorso alla cittadinanza di Detroit, 19 settembre 1987, n. 3.

 

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2 pensieri su “Il cattolicesimo davanti all’ordine mondiale illiberale

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