La saggia radicalità della lotta contro il riscaldamento globale

Daniele Borioli

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Greta Thunberg, la giovanissima attivista svedese balzata agli onori della cronaca per le sue battaglie contro il cambiamento climatico, ha declinato l’invito alla cerimonia del “Children’s climate prize” perché per andarci avrebbe dovuto prendere l’aereo: un mezzo troppo inquinante per chi intende fondare sulla forza dell’esempio personale la propria lotta.

Questa radicalità può persino apparire ingenua, ma è uno degli elementi che connotano il movimento vastissimo che, in molti Paesi d’Europa e, più pigramente e con diverse connotazioni, anche in Italia sta aprendo in modo del tutto nuovo un fronte di conflittualità politica che io ritengo sia destinato ad espandersi. Un fronte che, se non sarà tempestivamente colto nella sua fondativa rilevanza dalle culture e dalle famiglie politiche europee, potrebbe anche aprire una nuova linea di faglia tra le istituzioni e i cittadini: in questo caso i cittadini di domani.

La “testardaggine” di Greta, che da mesi ogni venerdì diserta la scuola e va a sedersi di fronte al Parlamento svedese, ha intanto contagiato milioni di giovani e ha portato a quello che, venerdì 15 marzo sarà il primo sciopero globale contro il riscaldamento climatico. E poco alla volta la determinazione ha fatto breccia anche nelle sfere alte della politica, se è vero com’è vero che il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deciso di porre il tema, pubblicamente e in più di un’occasione, al centro del proprio “discorso pubblico”

Non è però sull’episodio citato in apertura, per quanto paradigmatico, che mi voglio ora soffermare, quanto piuttosto sui suggerimenti che ci arrivano dall’eco, per la verità ancora piuttosto lontana, di questa nuova centralità che l’”emergenza clima” è destinata a prendersi nel dibattito politico dei prossimi anni.

Se i dati che la scienza ci restituisce sono corretti, è ormai alle spalle e da un pezzo la stagione nella quale la questione del riscaldamento climatico poteva considerarsi come “una delle tante problematiche aperte” nel campo della cosiddetta “sostenibilità ambientale”. Ormai pressoché tutte le agenzie che operano nel campo della ricerca climatologica prefigurano, a fronte delle dinamiche e delle tempistiche in atto sul fronte del riscaldamento globale, scenari catastrofici, quando non apocalittici.

La consapevolezza circa il loro incombere concreto è destinata a crescere progressivamente, procedendo in linea con una successione generazionale inevitabile: che vedrà uscire di scena coloro il cui orizzonte di vita si chiuderà, ineluttabilmente, prima che la catastrofe  si compia, e arrivare alla ribalta le generazioni che con essa, se avverrà, dovranno fare i conti. In questo senso, gli stessi coetanei di Greta sono il primo avamposto umano di tale possibile condizione: saranno signore e signori maturi alla vigilia del “tilt”. Subito dopo di loro verranno quelli per i quali esso potrebbe anche costituire lo stato unico, permanente o in ulteriore deterioramento, nel quale si svolgerà tutto l’arco della vita.

E’ attrezzata la politica per cogliere in tutta la sua urgenza e la sua rilevanza questo tema? Non mi pare. Non è questo il cuore, o almeno uno dei cuori intorno a cui pulsano le contrapposizioni politiche tra le diverse forze che si accingono a scendere in campo. Certo, ci sono in ciascuno dei programmi spunti interessanti, proposte, stimoli. Ma non si respira la consapevolezza dell’emergenza non rimandabile.

Eppure le evidenze scientifiche sono gigantesche e inconfutabili, eppure sappiamo che non abbiamo se non pochissimo tempo per intervenire drasticamente. Sappiamo tutto ma, ciononostante, corriamo verso lo schianto, al più cercando di rallentare un po’ la velocità ma senza cercare di prendere correttamente lo scarto, brusco ma salvifico, che può portarci su un altro binario. Ogni ragionamento si ferma sulla soglia che definisce le “compatibilità” tra le convenienze immediate di natura economica e l’esigenza  di contenere gli impatti ambientali.

Tutto ciò, fosse stato rigorosamente applicato da trent’anni a questa parte, ci avrebbe forse salvato dalla prossimità della minaccia. Ma ora non è più sufficiente. Se vogliamo evitare l’impatto dobbiamo rovesciare radicalmente la logica e far diventare il controllo e la riduzione del riscaldamento del clima il fattore prioritario verso il quale orientare il nostro modello di sviluppo: subordinando a questi obiettivi, le politiche in alcuni campi strategici, dai trasporti alla produzione e ai consumi di energia, incorporando quali costi incomprimibili le azioni da intraprendere per il raggiungimento dell’obiettivo; generando laddove possibile business allo stesso modo orientati.

E’ evidente che tutto ciò può essere fatto, e fatto al meglio, in un quadro vasto di cooperazione transnazionale, che veda l’Europa protagonista. Ma è anche vero, recuperando lo spirito di Greta, richiamato all’inizio, se anche ciascuna delle nazioni comincia a dare l’esempio. In questo caso, infatti, non vale la regola secondo la quale “se lo faccio solo io mi danneggio”, tanto più per un Paese che ha alcuni dei suoi assets fondamentali nel campo del turismo, del paesaggio e della cultura, collocati proprio nel contesto di un sistema insulare e costiero che è tra quelli sui quali più immediatamente svolazzano i corvi dell’erosione e della sommersione.

Infine, il tema del mutamento climatico richiama, seppure su un altro versante rispetto a quelli più noti ed esplorati, la questione del potenziale conflitto tra generazioni. Opportunamente, un articolo originariamente pubblicato in Olanda su “De Groene Amsterdammer”  e tradotto per  “Internazionale” di due settimane fa, sottolinea come ricada in particolare sui cosiddetti baby boomers la responsabilità dei ritardi e delle resistenze nel percepire tutta la drammatica rilevanza del problema.

I baby boomers sono quelli della mia età, nati a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del ‘900, protagonisti di una stagione connotata da un’eccezionale accelerazione dell’economia verso standards di benessere inimmaginabili, dei quali essi stessi sono stati e sono, almeno al livello delle élites e delle fasce dirigenti intermdedie, i principali beneficiari. E sono proprio gli esponenti di questo fronte generazionale a detenere le leve principali delle scelte che orientano l’economia globale.

Se vogliamo un po’ schematicamente rappresentare i termini di un conflitto che si profila di portata strategica, possiamo dire che le  tensioni determinate dalla globalizzazione sul terreno delle disuguaglianze sociali, potrebbero potenzialmente riprodursi su quello non meno decisivo delle divario di opportunità che separa le generazioni: da una parte quelle che hanno conosciuto la possibilità di affermare competenze e merito in un contesto di complessiva deregulation ambientale, e che oggi difendono tetragoni le posizioni acquisite e il modello di sviluppo che le ha generate; dall’altra quelle che si trovano di fronte il problema stesso di battersi per la vita.

Prevedo che l’onda di Greta e delle ragazze e dei ragazzi di cui lei è diventata simbolo non si fermerà e, prima o dopo, spazzerà via l’indifferenza di cui quelli della mia generazione danno prova e travolgerà le classi dirigenti politiche che non sapranno cogliere questo vento nuovo: nuovissimo, seppure solleva questioni antiche. Prevedo che l’onda arriverà presto e non sarà male, perché è alle ragazze e ai ragazzi che avranno i nostri anni nella seconda metà di questo secolo, spetta il diritto di imporre le regole per la propria esistenza.

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2 pensieri su “La saggia radicalità della lotta contro il riscaldamento globale

  1. Non solo la “politica” (il Governo) ” deve attrezzarsi per cogliere in tutta la sua urgenza e la sua rilevanza questo tema”, ma pure l’opinione pubblica deve saper cogliere che il degrado dei contesti d’arte dei territori storici (a cominciare da: centri storici, musei, chiese, edifici antichi, giardini storici,complessi naturali vissuti e/o coltivati da secoli) è sempre più aggravato dalle continue variazioni di temperatura-umidità-pressione, come attestò, tra il 1972 e il 1975, l’Istituto Centrale del Restauro (oggi: Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro), prima con il volume “Problemi di Conservazione” (che raccoglie i contributi dei più qualificati ricercatori di quegli anni), poi con il progetto: “Piano Umbria”. “Problemi di Conservazione” (edito da Compositori a Bologna nel 1973) non è più recuperabile (dato che attesta quanto continui a interessare davvero la “scienza della conservazione dell’arte”), il “Piano Umbria”, invece, è leggibile nel sito web dell’Istituto Mnemosyne, dal giugno del 2018 (questo piccolo organismo culturale bresciano, dal 1985, sta sviluppando quanto sviluppato a Brescia per fare memoria del lascito etico-civile e culturale-scientifico di Giovanni Urbani: 1925-1994, dal 1973 al 1983 direttore dell’ICR). Se l’urbanistica non si farà “paesaggistica” che cura i contesti d’arte e di cultura dei territori storici che abitiamo, ogni pubblica manifestazione per la salute del Pianeta Terra lascerà procedere, inconscia, il degrado della più qualificante risorsa della quale disponga ogni Stato, Italia in primo luogo: il patrimonio d’arte e di storia …

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