Tentazioni sessuali nel clero

Mauro Fornaro

Risultati immagini per abusi sessuali nella chiesa

“… Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino, e fosse gettato negli abissi del mare”. È una delle non frequenti invettive di Gesù di Nazaret (Matteo, 18, 6). Viene da chiedersi come reagiscano i sacerdoti e i religiosi, resisi colpevoli di atti di pedofilia, quando leggono questo passo e come possano commentarlo quando dovessero tenervi un’omelia. Altro è il caso di chi ha ceduto a un impulso momentaneo, salvo poi pentirsi amaramente, cosa che può anche avvenire nel contesto di una relazione sinceramente affettuosa che deborda poi nel contatto fisico (e immagino sia la maggioranza dei casi, in cui non vi è violenza fisica e non è esclusa un’acquiescenza del minore abusato/a). Altro è il caso di chi reitera scientemente l’abuso con il medesimo minore o con più minori, magari usando violenza o minacce, o ancora altro quello di chi copre l’ignominia per difesa corporativa del gruppo. In ogni caso rispetto all’abuso perpetrato dal laico v’è l’aggravante che il religioso è chiamato al retto esempio, e a volte pure all’educazione di quel/quella giovane.

 1.1. Ebbene, come è possibile psicologicamente reggere questa sorta di schizofrenia tra un impegno che si presume liberamente scelto, cioè la dedizione a una professione di etica e di fede, e il comportamento scandalosamente opposto? E prima ancora, come è possibile che accedano alla vita religiosa, e inoltre progrediscano nelle responsabilità pastorali ed ecclesiastiche, persone che agiscono tendenze sessuali perverse? Perverse, intendo, in senso psicologico (cioè devianti rispetto all’esercizio genitale e adulto della sessualità), prima ancora che etico. Una riflessione si impone, sollecitata dal dilagare nella Chiesa cattolica di episodi venuti alla luce, cosa che al di là delle enfasi mediatiche attesta comunque un malessere profondo.

Certo, per poter fornire una risposta attendibile ai suddetti quesiti bisognerebbe conoscere gli eventi criminosi in dettaglio e le circostanze del loro effettuarsi, inoltre importante è anche conoscere la storia affettiva di questi sacerdoti e religiosi già a partire dalle precoci relazioni familiari onde allargare la comprensione del caso. (Al proposito la clinica psicoterapeutica, parlo in generale, occupandosi della storia affettiva spesso scopre che soggetti abusanti sono stati a loro volta abusati nell’infanzia o nella pubertà, perpetuando così una catena diabolica). Personalmente non ho conosciuto né nel dettaglio né nella precoce storia affettiva casi di sacerdoti o religiosi abusanti; formulo pertanto ipotesi generali di spiegazione, che non vuol dire ovviamente giustificazione.

1.2. La carne è debole, si suol dire, inoltre v’è l’aggravante per cui la trasgressione dell’obbligo della castità si manifesta in un comportamento psicosessuale perverso. Comunque il perdono è largo nella tradizione cattolica, ma con l’avvertenza non meno evangelica di riconciliarsi col fratello offeso prima di accedere all’altare (Matteo, 5, 20-26). Se dunque nel caso dell’atto episodico e impulsivo si può comprendere come possa poi reggere psicologicamente chi si era impegnato pubblicamente a vivere in castità e in ossequio a un’etica ispirata all’amore del prossimo, più difficile è capire come possano reggere gli autori di abusi reiterati anche per anni, e inoltre deliberatamente ricercati come fa supporre l’utilizzo di materiale pedopornografico (e sembra da parte di prelati non di secondo piano).

Viene da ipotizzare, per lo meno nei casi più gravi, di esser di fronte a disturbi dissociativi dell’identità (secondo la classificazione psichiatrica del DSM V): è il dédoublement de la personnalité, lo sdoppiamento della personalità già focalizzato dalla psichiatria francese ottocentesca e di cui esempio letterario tanto preclaro quanto estremo è Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde dello scozzese Stevenson (1886). Una parte della personalità lavora all’oscuro dell’altra, la quale altra ignora ovvero denega la parte peggiore. Sono meccanismi automatici e “difensivi”, per cui il soggetto dimentica l’atto scellerato, fino a ritenere “in buona fede” che esso non sia mai avvenuto: l’atto è sentito tanto abominevole da essere inconcepibile il solo pensiero di poterlo commettere. (Mutatis mutandis, è il caso a mio avviso del delitto di Cogne della signora Franzoni: in tutta buona fede afferma di essere innocente, perché non tollera il pur fuggevole pensiero del libericidio, quindi l’atto compiuto è del tutto espulso dalla mente, come fosse mai accaduto. In effetti non è stata lei, ma un altro io che agiva: l’io cosciente è innocente).

1.3. Tuttavia neppure nei casi più gravi di espunzione dei fatti dalla propria mente, esiste una totale assenza di comunicazione tra le due parti della personalità: non c’è da stupirsi che il perverso possa essere ad un tempo un rigido e duro moralista, proprio a difesa e compensazione, per via di processi inconsci, delle proprie tendenze o comportamenti perversi.  (Potrebbe essere il caso del cardinale australiano Pell, ammesso siano vere le accuse a lui rivolte). Malati e dunque non imputabili moralmente? Non è qui luogo entrare in questo scoglio della psicologia criminale. Ma sdoppiamenti non così gravi si ritrovano nell’ipocrisia del benpensante, che predica bene e razzola male, fino al punto che a volte non si rende pienamente conto che proprio lui fa quel che dice essere turpe fare… scherzi della psiche.

2.1. L’abuso su minori è purtroppo diffuso, a partire dalle stesse famiglie. Date le caratteristiche peculiari dell’ambito ecclesiastico, è da chiedersi se non possano esservi fattori legati proprio all’assetto dell’istituzione cattolica, che paradossalmente facilitano o non ostacolano la perpetrazione di abusi. In effetti, a volte, ciò che è stato pensato a fin di bene, può aver effetti collaterali negativi.

Se si potesse conoscere realisticamente e mettere a confronto la percentuale di soggetti abusanti nel clero secolare e negli ordini religiosi, con la percentuale di abusanti nell’insieme della popolazione avremmo indizi utili per smentire o confermare il ruolo dell’assetto istituzionale cattolico nell’incidenza dei fenomeni di abuso. Ma i dati che emergono dalle cronache giudiziarie sono uno specchio parziale della realtà, tanto più quanto più tenaci sono coperture e omertà nelle famiglie e nelle istituzioni.

Più comparabile con la situazione nella Chiesa cattolica, per via della parità di altre condizioni, potrebbe essere la situazione in Chiese non cattoliche, le varie chiese riformate e quelle ortodosse, al fine di appurare il peso che la diversa struttura gerarchica ed organizzativa – a partire dalle diverse prassi nella selezione e formazione del clero e dalla diversa disciplina sul celibato – può avere nella perpetrazione di abusi su minori. Anche per rispondere a questo interrogativo, in mancanza di studi al proposito (almeno a mia conoscenza), si possono formulare solo ipotesi che partono da considerazioni generali sulle psicodinamiche individuali e di gruppo.

2.2. Una prima considerazione riguarda la struttura di potere e l’esercizio del potere in una data comunità: un soggetto, quanto più è investito di potere e se ne compiace dell’esercizio, e quanto più ad un tempo questo vissuto personale è in correlazione con una forte gerarchizzazione del gruppo, tanto più quel soggetto può sentirsi tentato di prevaricare sul subordinato, sul più debole. Il che vale sia per il prelato arrivato ai vertici prestigiosi della gerarchia, sia per l’umile curato in rapporto a fedeli semplici e ingenui. In effetti il potere è sempre fonte di tentazioni “luciferine”, anche in chi non crede nel demonio-Lucifero, e col senso della potenza che esso conferisce a chi lo esercita, può dare l’illusione dell’impunità. E se, di più, in una comunità l’assetto gerarchico è consistente – ecco una differenza significativa della Chiesa cattolica rispetto a varie Chiese riformate – e se inoltre per la “cultura” che si forma nel gruppo o meglio in un sottogruppo è ambita la scalata carrieristica, il singolo può sentirsi incentivato ad assecondare le sue brame, magari nobilitate da lodevoli intenzioni.

Va da sé, ben inteso: il potere non è un male in se stesso e se c’è una rivoluzione affermata dal Vangelo è quella di ritenere il potere a qualunque livello un servizio e non l’arrogazione di un privilegio. (È indicazione, si noti, che ha qualche rilievo pure in ambito laico, laddove l’espressione “servitore dello Stato” non sia mero eufemismo).

2.3.  Una seconda considerazione riguarda il fatto di vivere in cerchi relazionali limitati e chiusi, in gruppi culturalmente, ideologicamente omogenei. Se vi si innescano comportamenti illeciti, non solo maggiore è il rischio che siano coperti dalla omertà e compattezza del gruppo, ma essi sono anche più suscettibili di diffondersi nei membri del gruppo, specie se avviati o tollerati da chi è preposto a guidare il gruppo, più di quanto non accada in soggetti isolati. A meno che non vengano rapidamente isolati e stigmatizzati (e spesso occorre una voce esterna al gruppo), detti comportamenti tendono ad essere progressivamente e tacitamente minimizzati, quando non giustificati per una difesa in cattiva coscienza; inoltre nel singolo è facile si avvii il tipico processo di deresponsabilizzazione etica del “così fan tanti”. Si creano così nel gruppo chiuso circoli viziosi di prassi perverse in una mistificante assuefazione.

3.1. Se valgono le suddette due considerazioni su ciò che in generale può favorire in un gruppo la perpetrazione di comportamenti illeciti o contrari agli stessi principi di quel gruppo, è chiamata in causa certa struttura degli ordini religiosi, certa struttura “clericale” della Chiesa cattolica. “L’abominio del clericalismo”, per altro, è stata la dura espressione usata dallo stesso pontefice (discorso del 24 febbraio u.s., riportato su Avvenire del 26 a pag. 5; si veda anche Melloni su La Repubblica del 27 febbraio). Se alla pesantezza delle strutture si aggiunge poi l’inadeguatezza personale dei membri, va posta in primo piano la questione delle modalità di ammissione al gruppo di nuovi membri.

3.2. Giustamente, anche a seguito dei recenti scandali, le autorità preposte all’organizzazione dei seminari cattolici intendono ripensare la formazione del clero in generale, evitando che i seminari divengano ambienti chiusi, e in particolare soffermandosi sulla questione della maturazione psico-sessuale dei candidati alla consacrazione religiosa.  Un serio controllo da parte dello psicologo o psichiatra delle caratteristiche di personalità del candidato dovrebbe avvenire solo in itinere, cioè quando si palesino in lui dei disturbi comportamentali, come sembra indicare il cardinale Beniamino Stella, preposto alla guida dei seminari nel mondo (intervista su La Stampa del 24 febbraio), bensì sistematicamente e all’atto dell’ammissione al seminario.

Disponiamo oggi di test di personalità alquanto affidabili e sofisticati (come l’MMPI, capace pure di rilevare se il soggetto “bara” nelle risposte agli item del questionario) e tali da scandagliare validamente in profondità (come il famoso Rorschach). Il tutto al fine di rilevare, classificare e in certa misura quantificare pure i tratti psicopatologici presenti in un dato soggetto. Tali test, uniti ad opportuni colloqui psicologici, aiutano a  sceverare se e quanto la “vocazione”, così impegnativa anche a causa del celibato, sia motivazionalmente robusta o non presenti invece consistenti motivi di compensazione di difettosità psicologiche e socio-relazionali.

3.3. E’ mia impressione sussista troppo pudore e diffidenza nelle autorità ecclesiastiche a che il tecnico laico, specie se viene da una cultura secolare e agnostica, interloquisca nel delicato fenomeno della vocazione religiosa. Molte di queste autorità sottovalutano che la cosiddetta “chiamata dall’Alto” – espressione legittima e comprensibile nell’universo di senso religioso – ha pur sempre le sue basi umane e carnali nella persona, mente e corpo, con la sua storia affettiva e relazionale. Sulle quali basi può certo fiorire correttamente (parlo sotto il profilo psicologico) una vocazione religiosa; ma se la “materia prima” è già pregiudicata per via di difetti nella struttura di personalità, è più difficile che una sana moralità e più ancora un ideale religioso di dedizione al prossimo, possano serenamente e durevolmente affermarsi.

Certo è possibile compensare varie difettosità psicologiche, che per altro più o meno tutti abbiamo, avvalendosi altresì del sostegno di buone relazioni e, nella fattispecie del clero, pure di sani esercizi spirituali (di cui non trascurerei il valore anche sotto il mero profilo psicologico e, oserei dire, un certo effetto psicoterapico). Tuttavia il processo di compensazione incontra dei limiti nella serietà del disturbo di personalità, sì che le storture importanti prima o poi rischiano di venire a galla, nonostante la volontà contraria e le migliori intenzioni iniziali.

4.1. Del resto il fenomeno della sublimazione – per la quale non solo “normali” pulsioni sessuali, ma anche pulsioni perverse possono entro certi limiti essere ridirezionate in senso positivo, anzi in un senso socialmente utile – è ampiamente considerato anche da psicoanalisti e psicologi agnostici o atei. E pertanto, come già per la questione delle tendenze omosessuali nel clero, neppure  per le tendenze pedofile non v’è un pregiudizio assoluto in ordine all’accesso al sacerdozio cattolico e alla vita religiosa, a patto però che la tendenza non abbia caratteri di compulsività e la sublimazione sia ben amalgamata nel complesso della personalità. Vale a dire, occorre che la rinuncia pulsionale – la rinuncia alla “tentazione” si direbbe nel linguaggio religioso – sia ampiamente compensata dalla passione e dalla dedizione per l’ideale con cui il soggetto si è identificato. Per quanto possa apparire oggi politicamente inopportuno, oserei dire che tendenze pedofile sublimate e ben amalgamate nella personalità possono portare il soggetto ad essere un attento ed ottimo educatore.

Tuttavia questi processi di riuscita sublimazione dell’affettività psico-sessuale sono dotazioni di poche persone. Ed è quindi prevedibile che più serie ed opportune selezioni del personale della Chiesa cattolica portino a una forte riduzione dei nuovi sacerdoti e religiosi, per altro messa in conto dallo stesso cardoinal Stella, oltre che dal presidente della CEI, cardinal Gualtiero Bassetti (Avvenire, 24 febbraio 2019).

4.2. Tuttavia v’è una considerazione consolante a fronte del drastico calo di persone da ammettersi alla vita religiosa. La cosa diventa inquietante per un’istituzione consolidata, per un ordine religioso già diffuso nel mondo i quali drammatizzino un ulteriore svuotamento dei propri ranghi.  Ma l’evento letto in questo modo sa di volontà di potere e di conservazione, dimenticando che – ad usare ancora il linguaggio religioso – “lo spirito soffia dove vuole”.

In effetti, se inscritta nel cuore di molti è una domanda di senso, specie a fronte dei problemi radicali dell’esistenza (la colpa, la sofferenza degli innocenti, la morte, ecc.) che può esprimersi in termini di domanda religiosa, e se, in più, in certi uomini e donne è inscritto il desiderio dell’assoluto, dell’ascesi, e/o del servizio incondizionato del prossimo, allora l’aspirazione a una vita consacrata a una causa sentita di massimo valore è destinata a rinascere ricorrentemente, e può anche esprimersi in forme nuove di realizzazione.

Lo si può vedere anche da come nuove confraternite religiose, più o meno conflittuali con l’istituzione dominante, nascono “dal basso”, in area cattolica come in area evangelica: in esse tutto è da costruire e non si gode di una rendita di posizione. D’altra parte la stessa esigenza di ascesi, che a volte si accompagna con la rinuncia all’esercizio della sessualità, si ritrova pure in altre religioni, come nel monachesimo buddista, o si realizza anche contro l’orientamento prevalente nella propria religione, come nella corrente islamica dei sufi. Come dire che l’aspirazione a una radicale vita religiosa è un’autentica possibilità umana, che può nascere o rinascere in maniere anche inattese in disparati contesti, e realizzarsi al di là di dubbie motivazioni o di sospetti processi di compensazione di difettosità personali.

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Un pensiero su “Tentazioni sessuali nel clero

  1. L’articolo, pur ben strutturato, manca di due parole essenziali per comprendere la devastazione causata dagli abusi: efebofilia ed omosessualità

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