Finanziaria e democrazia

Gianni Castagnello

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L’antefatto è noto:  i vincitori delle ultime elezioni, Lega e Cinque Stelle, formano un governo “del cambiamento”, così dicono per giustificare l’accordo non prospettato prima agli elettori e mantenere l’onda di popolarità che li ha portati al successo il 4 marzo 2018. Successo vuol dire il consenso di una fetta dell’elettorato appena sufficiente a fare maggioranza ma fatto valere finora politicamente con indubbia abilità, come attestano i sondaggi; comunque alle elezioni: per Salvini, Lega, circa 17,5% dei voti che sono stati il 73% degli aventi diritto; per Di Maio, Cinque Stelle, circa il 32,5% di quella stessa percentuale dei votanti.

Il “cambiamento” che giustifica l’andare al governo (sennò sarebbe il vecchio realismo politico che ti porta a prendere il potere quando se ne presenta l’occasione, senza preoccuparti troppo di impegni e coerenza) esige che si mantengano, o almeno si faccia vista di mantenere, le principali promesse generosamente fatte agli elettori:  lotta all’immigrazione, Flat tax e scardinamento della legge Fornero sulle pensioni, da parte della Lega, reddito di cittadinanza su tutto, dal lato Cinque Stelle.

Mettendo da parte in questa pagina  la questione dei migranti, particolarmente dolorosa e meritevole di più che un capoverso, poiché chiama in causa i principi di diritto della nostra Costituzione e valori profondi di umanità,  le altre promesse al popolo si profilano devastanti per il bilancio dello Stato, gravato da un debito pubblico che nel 2017 si è attestato sul 131,8% del PIL (tra Grecia 178,6% e Portogallo 125,7%, tutti gli altri meno).

I leader politici del nuovo governo, i due vice premier (il premier Conte funge da moderatore ed esibisce una certa presidenzialità di gesti e parole), dicono di rappresentare il popolo italiano, tutto, sessanta milioni di persone, per tenere il punto di fronte all’Europa, e il popolo italiano vorrebbe il cambiamento prospettato nel contratto di governo, che si traduce però in una manovra finanziaria poco credibile per l’aumento della spesa destinata soprattutto al reddito di cittadinanza e alla revisione del sistema pensionistico, e per l’incertezza sia delle stime di crescita sia delle entrate. L’impegno di avviare la riduzione del debito pubblico non è contemplato da quella che dev’essere la “manovra del popolo”.

Conseguenze: la crescita dello spread, che non è un fantasma senza costrutto inventato dagli gnomi cattivi della finanza ma appesantisce la spesa dello Stato per interessi (previsti + 1,4 miliardi nel 2019) e la procedura di infrazione richiesta dalla Commissione europea  il 21 novembre per il deficit eccessivo(2.4% del PIL) previsto dalla Legge di bilancio presentata dal nostro governo.

Intanto La Camera dei deputati, dal 31 ottobre all’8 dicembre, ha discusso ed approvato la finanziaria che allarma l’Europa.  Il governo però, che di problemi ne ha tanti, vuole evitare la proceduta di infrazione, quindi decide di fare qualche passo indietro: dal deficit prospettato del 2,4 del PIL ad un curioso 2,04 (d’accordo che “non bisogna impiccarsi ai decimali” – sentenza salviniana – ma tutti a domandarsi qual è la ratio di quel virgola 04). Anche la Commissione europea non vuole una rottura con l’Italia, forse anche la necessità per  Macron di aumentare la spesa nel suo paese per contenere i Gilet Gialli induce i commissari a maggior flessibilità verso l’Italia, il risultato è l’accordo per evitare la procedura d’inflazione: l’Europa accetta il rapporto deficit/PIL al 2,04 e la previsione di crescita per la nostra economia viene fissata all’1% nel 2019. Siamo al 19 dicembre 2018, il testo della manovra viene modificata per essere presentato e discusso dalle Camere, entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio.

Forse troppo lungo l’antefatto, ma utile per inquadrare il problema, che è quello della considerazione in cui è stato tenuto il Parlamento al quale il governo ha presentato le modifiche alla legge di bilancio sotto forma di un maxiemendamento sul quale ha posto la fiducia, senza che vi fosse tempo sufficiente per l’esame di un testo così complesso nelle commissioni e per la discussione in aula.

La definizione della legge di bilancio è avvenuta presumibilmente in un tira e molla tra diversi attori del governo in non perfetto accordo tra loro, e i commissari europei, con le discrete sollecitazioni del presidente della Repubblica affinché la sintesi si trovasse. Il parlamento è stato chiamato a ratificare, in fretta.

Le  Camere detengono il potere di esaminare ed approvare le leggi (artt. 70 e 72 della Costituzione), ed il fatto che l’articolo 81, modificato dalla legge del 20 aprile 2012, citi esplicitamente il loro compito di approvare ogni anno “con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo” segnala l’importanza fondamentale di questo atto legislativo. L’approvazione ovviamente, comporta l’esame la discussione, l’eventuale modifica.

Questo potere è stato sottratto al Parlamento per la legge di Bilancio 2019, avanzando la giustificazione che bisogna evitare l’esercizio provvisorio. Su questo modo di procedere i senatori PD hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale. Non merita commento chi ha cercato di uscire dall’imbarazzo dicendo che il ritardo della presentazione alle Camere del testo definitivo sarebbe colpa dell’Europa. In ogni caso, è risultata evidente la subalternità del Parlamento di fronte al governo e al piano di confronto europeo.

La vicenda di come è stata approvata la finanziaria impone una riflessione sulla “centralità del Parlamento” e sulla questione della rappresentanza, “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione” recita l’art. 67.

Credo che la centralità effettiva del Parlamento nel nostro ordinamento democratico sia sempre stata problematica,  in passato per gli accordi e i disaccordi dei partiti che si delineavano e tuttora si delineano prima e fuori dalle Camere, dalla fine dello scorso millennio, anche per la dialettica tra istituzioni nazionali e istituzioni europee che vede come interlocutori dell’UE i governi nazionali.

Ancor più in Italia la centralità del Parlamento è erosa dai mutamenti politici degli ultimi anni che hanno portato in primo piano movimenti e leader che occupano la scena mediatica e  si dichiarano antipolitici e, più o meno copertamente, anti istituzionali.

I partiti che oggi governano hanno accresciuto il loro consenso anche imprimendo nell’opinione dei cittadini l’immagine di un Parlamento formato da un insieme pletorico di privilegiati della politica che sono una fonte di spesa, un’istituzione quindi da castigare e sminuire. Questa immagine ha oscurato nella coscienza di molti cittadini quella del Parlamento come istituzione vitale della democrazia.

A questa sistematica insinuazione si può opporre che il Parlamento rappresenta nella sua complessità e varietà l’orientamento democratico dei cittadini e che, senza Parlamento, democrazia non c’è; questo richiamo si è potuto intendere nelle parole del Capo dello Stato l’ultimo dell’anno, ma questa idea del Parlamento istituzione vitale della democrazia non guadagna l’adesione di chi è in difficoltà con il lavoro, preoccupato per la sicurezza e il degrado territoriale, irritato per la burocrazia, per  le carenze nei servizi, e di tutto questo dà colpa genericamente alla politica e ai politici. Per questa sensibilità purtroppo diffusa il Parlamento è luogo di rappresentanza della politica lontana e privilegiata, non dei cittadini.

Dobbiamo domandarci allora da chi si sente rappresentato oggi il cittadino mosso da quel complesso di umori, e spesso di attitudini superficiali, che chiamiamo sovranismo, populismo, antipolitica? Nello spazio di un articolo la risposta non può che essere sommaria, ma si può supporre che questi cittadini vivano la rappresentanza come una proiezione verso chi risponde immediatamente ai loro bisogni, alle loro paure, alle loro emozioni, e perciò  si rivolgano al politico-leader che quotidianamente appare nelle TV e sui social, esibisce nelle parole e nell’immagine la propria non appartenenza alla detestata classe politica, si mostra risoluto, innovatore, arrabbiato all’occorrenza, comunque sempre  dalla parte del popolo,  insofferente verso i compromessi, le pastoie burocratiche, e comunica tutto questo prediligendo la frase elementare, magari rozza ma d’effetto, ridotta quando possibile a slogan.

Si profila una democrazia populista nella quale la “sovranità dl popolo”, impressionato e trascinato da sempre più abili forme di propaganda, si riduce a designare il leader che, riassunta in sé la rappresentanza, potrà governare mettendo da parte le forme e i limiti della Costituzione.

La conclusione di questo pezzo è problematica. Come ridare vigore alla democrazia fondata sulla Costituzione, nella quale la sovranità del popolo si realizza con la mediazione di una classe politica all’altezza del suo compito, capace di confronto e di sintesi, capace quindi di dare risposte consistenti, non umorali e posticce alle istanze  dei cittadini? La nostalgia dei vecchi partiti, che spesso affiora nelle conversazione di ha più di un capello bianco, mi sembra ingannevole, anche se le vecchie sezioni di partito e i dibattiti che le animavano furono esperienze vere di democrazia.

Ci troviamo in condizioni sociali e culturali sfilacciate, che per certi versi spingono verso profili di vita individualistici, alimentano il disorientamento informativo e la fluidità delle convinzioni, per altri hanno accresciuto le possibilità di conoscenza, di comunicazione, di incontro e quindi di iniziativa democratica. E’ fatalmente scontato e retorico ma indispensabile il richiamo all’educazione nella scuola e in ogni altro ambito possibile per dare consapevolezza dei principi costitutivi della Repubblica democratica e formare le condizioni culturali  di una cittadinanza consapevole ed equilibrata. Aggiungerei la pratica di aggregare persone  che si guardano in faccia, oltre ad interagire sui social, organizzano un confronto durevole su problemi comuni, ne capiscono la natura ed elaborano idee che potranno anche  rivitalizzare i partiti e contribuire ad un’azione politica che non si esaurisca nella fiammata dello sdegno che vuol cambiare tutto di colpo.  E’ poca cosa ma può contribuire a ricomporre il tessuto civile di cui ha bisogno la democrazia rappresentativa per non essere svuotata e trasformata in qualcosa d’altro.

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