Riforma senza traguardo

Domenicale Agostino Pietrasanta

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La formazione, dice qualcuno con qualche timidezza, costituisce il futuro della nazione; ne viene che, se si tratta di sistema scolastico, non si può scherzare. E, per chi ha buona memoria, in materia si riforma continuamente, almeno da quarant’anni. Ora si comincia dal tetto e si dimentica di intervenire sulle fondamenta; peraltro, onestà impone di non infierire, almeno su questo versante con i giovanotti che ci stanno governando. Forse stanno premiando gli illusi che invece di godersi le vacanze più gaudenti, hanno scelto di risparmiare per sostenere le spese della nazione, forse stanno disperdendo il loro povero capitale finanziario: ben gli sta ai taccagni del risparmio, in altra occasione sceglieranno le vacanze sulle costiere adriatiche o amalfitane. Resta però inteso che, per quanto concerne la scuola non fanno che ripetere ciò che le classi politiche della prima e della seconda repubblica hanno posto in essere: si procede a vista con aggiustamenti e rammendi. Questa volta, ma è già successo, si parte dal tetto: si riforma l’esame di maturità e si sopprime la terza prova scritta con qualche aggiunta sulle valutazioni in itinere e valorizzando il percorso scolastico degli allievi.

Per quanto giovani, i nostri governanti, o alcuni di loro, sanno benissimo che una ventina di anni addietro le prove erano già due e dunque nulla di nuovo. Purtroppo non c’è nulla di nuovo neppure sul metodo del rammendo a casaccio. La questione non ha trovato soluzioni per diversi decenni perché lo strapotere dell’ideologia prima,  le risorse economiche dopo ed infine il ruolo clientelare del personale scolastico hanno sempre banalizzato o stoppato qualunque tentativo d’intervento.

Mi accontento di qualche richiamo. Nel corso degli anni settanta, quando si cominciò a pensare ad un obbligo scolastico protratto fino a due anni oltre la scuola media unificata del 1962, si scontrarono due opzioni culturali o ideologiche: una voleva un biennio unico di scuola secondaria superiore, una un biennio diversificato e la classe politica si divise sulle due inconciliabili proposte, senza mai concludere anche perché le cose si complicarono quando i guardiani dei conti pubblici (avessero previsto ciò che succede ora!) ritenevano insostenibile la spesa per protrarre l’obbligo di due anni. Si scontrarono così altre due opzioni, quella del biennio e quella del monoennio (gran brutta parola per sostenere che bastava aggiungere alla media un solo anno di superiori) e non si concluse nulla. Alla fine la soluzione salomonica: si continua senza intervenire sul sistema e l’obbligo dei due anni, dopo la secondaria inferiore, si osserva nei corsi consolidati e tradizionalissimi magari anche nella formazione professionale. E qui, si noti, i guardiani del bilancio non obiettarono, evidentemente demoralizzati.

Ora c’è da aggiungere che se una riforma si impose, fu quella promossa dai Collegi dei docenti, i quali grazie al decreto sulla sperimentazione del 1974 introdussero modifiche significative e quanto mai opportune, tra le quali un percorso interessante di formazione alle lingue straniere, il vuoto preoccupante di una tradizione scolastica per altri versi del tutto rispettabile. Nel tempo l’amministrazione centrale cercò di limitare i contenuti di queste sperimentazioni autonome dei singoli istituti, ma la sostanza dell’intervento promosso in loco, rimase valida.

Resta da aggiungere che il “superiore ministero” non mancò di intralciare i percorsi, magari anche per buona fede di parecchi, ma in tal caso di incompetenza o malavoglia. Per capirci, vi racconterò un’esperienza personale. Inutile che vi premetta informazioni professionali che mi riguardano. Quando mi trovai a dirigere una scuola superiore della provincia in cui funzionava una sperimentazione linguistica, nei primi anni novanta, pensai di introdurre, tra le lingue opzionali, oltre lo spagnolo e il tedesco (se  ne aggiungeva una delle due oltre le fondamentali inglese e francese), anche il russo. Caduto il muro di Berlino, avviata una politica di apertura al superato blocco sovietico, si poteva anche sperare in una diversa presenza di carattere linguistico. Tutti entusiasti, sia il Collegio dei docenti, sia il superiore provveditorato, sia la direzione ministeriale dell’ordine classico e soprattutto gli ispettori centrali che vennero in visita; il progetto fu approvato con tanto di programmazione didattica e con un numero interessante di allievi iscritti. Ora, ascoltate! A lezioni iniziate e precisamente il primo giorno di scuola mi telefonarono sia i responsabili del provveditorato, sia il tecnico dell’elaboratore elettronico centrale (mi pare fosse posizionato a Monte Porcio Catone) per dirmi che non era possibile introdurre altre lingue opzionali oltre quelle già operanti dal momento che l’elaboratore aveva programmi solo per quattro lingue (se voi contate: inglese, francese, spagnolo, tedesco e russo fa cinque). Non vi dico il contenzioso che si attivò tra la direzione ministeriale che mi appoggiava e la direzione informatica che frenava: una telenovela che si concluse quando dovetti cedere e distribuire gli iscritti a russo tra lo spagnolo e il tedesco; devo aggiungere che nessun genitore deluso venne a percuotermi in presidenza. La cosa non finì se non dopo tre anni, quando gli allievi che avevano optato per il russo arrivarono alla maturità, perché quando si apersero le buste per gli scritti si trovò anche la prova di russo: la direzione dell’ordine classico che aveva approvato l’opzione non aveva realizzato o non aveva tenuto conto di quanto era successo.

Come andò a finire non vi dico, ma una domanda è lecita: pensate che si possano fare riforme reali, quando non si riesce neppure a programmare un elaboratore elettronico o le tecnologie oggi esistenti?

Potrebbe essere che le risposte risultino diverse e plurali!

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2 thoughts on “Riforma senza traguardo

  1. Ho riletto “monoennio” e un brivido di disgusto mi ha ripercorso la schiena. Nome obbrobrioso quanto la proposta. Quanto all’aneddoto, a distanza di decenni, non si sa se ridere o se piangere. Tuttavia nei Collegi dei Docenti, i tuoi discorsi (il Preside) non furono polemici, ma al solito connotati solo da un educato dissenso cartesiano. Ecco: la differenza tra chi coltiva comunque il rispetto per le Istituzioni e la banda di sprovveduti (?) che oggi comanda.

  2. Negli ultimi vent’anni i vari governi hanno procurato alla Scuola non pochi danni. I governanti (?) attuali nel loro “contratto” non hanno introdotto alcunché di significativo…e al momento non è dato sapere se abbiano intenzione di occuparsi dell’istruzione pubblica. Aspettiamo gli eventi e allacciamo le cinture…
    Roberto Cresta

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