Quieora: la sinistra DC a Casale Monferrato (settima parte)

Carlo Baviera

Risultati immagini per riccardo coppo

quieora 02Per terminare la disamina dei numeri di Quieora, nel periodo tra l’inizio del millenovecentosettanta e le elezioni regionali e amministrative di giugno, sono ancora da evidenziare alcuni passaggi degli articoli di fondo (da attribuire al direttore, in quanto non firmati?), il contenuto del numero che potremmo definire “elettorale”, e quanto nella rubrica scrivevano Giuseppe Gario e Riccardo Coppo.

Veniamo agli articoli di fondo. Il primo si soffermava sulla ricerca di unanimità del partito nel momento in cui ci si avviava alla tornata elettorale. Alcuni avevano sollecitato meno divisioni, nelle riunioni di Direttivo o nelle assemblee. Perciò si era attenti ad ogni offerta di collaborazione “Perché ci è dato di vedere fortunatamente che certe posizioni prima difese a denti stretti, vengono abbandonate con il passare degli anni [..] si tratta di vedere quanto certa gente muti opinione per aderenza alla realtà o per tatticismo”; si pensava che tante divergenze evidenziate nei mesi precedenti fossero dovute ad incomprensione, ma non di meno che esistessero diverse concezioni sulla convivenza e sulla funzione dell’azione politica, e allora la prudenza portava a diffidare soprattutto quando c’era di mezzo “la questione del potere per raggiungere il quale o mantenere il quale c’è da supporre che certa gente  si disporrebbe a fare qualunque cosa”. Perciò si riteneva necessario stabilire il punto su cui incontrarsi per stabilire il da farsi insieme e non essere strumentalizzati.

Un secondo fondo interessante si riferiva alla pubblicazione dei dati relativi alle presenze dei consiglieri. Seguivano alcune proposte affinchè i cittadini scegliessero chi aveva dimostrato o garantisse di impegnarsi costantemente per cambiare le cose, e ne controllassero l’attività: “Come possono i cittadini controllare l’operato degli amministratori e dei consiglieri? L’unico modo è quello di seguire, direttamente o attraverso i giornali, le sedute del Consiglio”. Essendo coscienti, però, che in Consiglio vere discussioni sui problemi ci fossero state poche volte, e “che la maggioranza deve sempre dire sì e la minoranza sempre no”; che i consiglieri avevano solo il compito di alzare la mano perché le decisioni importanti le prendevano i partiti (nelle riunioni interpartitiche, le cui decisioni restavano segrete). Allora Quieora proponeva l’abolizione della commissione interpartitica, e che la responsabilità venisse ridata ai consiglieri e che questi dovessero rendere conto più volte durante tutto l’anno al partito. Si suggeriva inoltre che gli amministratori e i consiglieri (e alcuni lo avevano già fatto) tenessero rapporti con i cittadini per informare e ascoltare. Sembrano piccole cose, oggi, ma danno il senso delle battaglie che all’epoca si dovesse fare per introdurre metodi che mettessero in crisi un modello chiuso in cui i partiti si sostituivano ai rappresentanti eletti e tenessero fuori anche gli elettori dalle decisioni fondamentali di sviluppo della comunità.

In sostanza i “fondi” del periodico insistevano sempre sulla trasparenza, sulla partecipazione, sul dibattito aperto e sincero. Solo così si poteva sconfiggere <l’autosufficienza dei politici> e la diffidenza dei cittadini.

ele.jpg

Per quanto riguarda il numero (rigorosamente stampato) edito in vista delle elezioni, oltre un trafiletto in grassetto in cui di dichiarava di sostenere elettoralmente gli amici, facenti parte del gruppo promotore, Riccardo Triglia e Riccardo Coppo (ma poiché le preferenze da esprimere potevano essere 4, il gruppo sostenne anche Pier Enrico Motta), conteneva le indicazioni del gruppo della sinistra del partito sulle cose da fare (aree industriali attrezzate a prezzi accessibili per attrarre insediamenti e creare nuovi posti di lavoro, acquisto di aree per edilizia popolare, risanamento di Borgo Ala e della ex caserma Baronino, creare asili nido, unificare l’attività assistenziale, puntare ad interventi per i diversamente abili [allora il termine usato era ancora subnormali] e gli anziani, intervenire per mettere fine alle lezioni private, incentivare le attività culturali, due nuove Scuole Medie in zona Valentino e in zona Oltreponte, creare aree verdi, scarichi industriali controllati, aree parcheggio fuori città soprattutto per automezzi pesanti, regolamentazione del traffico nel centro cittadino, trasporti pubblici, campi pubblici attrezzati per attività sportiva). Erano indicate le fonti di finanziamento con una politica fiscale, che recuperasse con l’imposta di famiglia sui redditi più alti, in modo che il gettito permettesse di accendere i mutui necessari. Inoltre si proponeva, almeno per le decisioni più importanti, un dibattito preventivo libero da giochi di maggioranza o minoranza, e la costituzione dei Consigli di Quartiere.

Alcuni spunti sembrano molto attuali: si accennava alla crescente perdita di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni democratiche, di delusione per le promesse mancate e la demagogia, e anche per lo scarso impegno a contenere interessi di settori o classi. “E’ il momento in cui occorre farla finita con i tatticismi e dire di no quando la realtà lo richiede, anche se si rischia l’impopolarità”. Si rigettava il metodo della violenza, sia diretta (anche fisica) per alimentare una sia indiretta e più grave, “esercitata da coloro che, con il ricatto del denaro e con l’uso degli strumenti in loro potere, condizionano l’intero sviluppo sociale”; poiché, si diceva, il primo dovere è quello di operare per trasformare la società cercando nuovi equilibri consoni all’affermazione del valore della persona, lo sviluppo economico e con strutture sociali indirizzate a quel fine.

Il periodico continuava, anche in questa occasione elettorale, il lavoro di informazione e sollecitazione svolto nei mesi precedenti, ma ora contava l’elettore: “in questo momento è lei il protagonista della situazione; certamente si rende conto che nei partiti c’è gente, anche di valore, che combatte, pensa, si agita, organizza,  parla, per avere il suo voto[..] Lei ha la possibilità di scegliere non solo il partito ma le persone”. Seguiva una considerazione sul fatto che spesso ci si lamenta per le promesse non mantenute ma, “in ogni imbroglio bisogna essere in due: chi imbroglia e chi si fa imbrogliare”; inoltre si metteva in guardia di fronte alle clientele, invitando a scegliere con attenzione gli uomini preparati, coerenti, e onesti.

Venendo agli interventi riportati sotto al titolo si può dire che, pur essendo considerazioni di carattere personale, le opinioni espresse da Gario e da Coppo portavano un contributo che molto probabilmente rifletteva un confronto più ampio e che, in buona parte sarebbero diventate espressione di tutta la componente. Gario (numero 10) affronta che “ci interessa da vicino perché riflette un aspetto della vita dei partiti, il rispetto delle minoranze e dell’espressione del loro dissenso”; infatti gli esponenti del Manifesto dopo una specie di confronto/processo interno, vennero espulsi dal PCI. I manprotagonisti di quella vicenda, che rafforzò la formazione di una nuova sinistra movimentista e più radicale fuori dal partito comunista, per Gario “non sono tanto il collettivo de Il Manifesto e i dirigenti del PCI; protagonista è la classe operaia. Alla classe operaia si appellano infatti le parti avverse per sostenere la bontà della propria tesi”.

Si affrontava, allora, il dibattito -molto sentito all’epoca- sulla classe operaia (entità reale finchè viene considerata al momento del voto o dello sciopero, ma astratta quando viene coinvolta in dibattiti come quello in questione) a cui partecipavano solo minoranze interessate, mentre la vera classe operaia, i cittadini lavoratori, ne era di fatto esclusa. Inoltre si evidenziava come “la vocazione della classe operaia non è univoca: essa indirizza il proprio voto (una manifestazione tangibile del suo volere) non solo al pci, ma anche alla dc, principale rivale del pci. Formuleremo degli schemi per riconoscere una classe operaia genuina e distinguerla da quella che tale non è?”. Solo una parte degli operai con una coscienza di essere classe contrapposta a chi deteneva il potere economico e votava comunista era da considerare? solo l’adesione al pci era discriminante fra gli operai? ma restava un discorso vago e in parte inutile. Mentre interessava, a chi scriveva, la persistenza nella massa dei cittadini “di certi schemi tradizionali  per quanto riguarda, ad esempio, la scuola, i rapporti familiari, il ruolo che i cittadini svolgono in campo politico. Si ha spesso l’occasione di rilevare anche fra gli operai di una vocazione autoritaria, piuttosto che libertaria, aperta a nuove soluzioni”; perciò si poneva la domanda se si dovessero assecondare le opinioni dei cittadini recedendo dalle proprie convinzioni, oppure se fare politica non fosse anche portare avanti comunque i contenuti che paiono indispensabili per un reale progresso. “Perciò se non ci si vuole chiudere in schemi che non lasciano vie d’uscita, è opportuno abbandonare in politica i ruoli messianici e le categorie dogmatiche derivate dalla religione per lasciare spazio al confronto delle idee”. E invitava il pci, ad abbandonare il rigorismo da setta religiosa e il monolitismo, a liberare il dibattito per non isterilire le minoranze più attive.

L’altro intervento di Gario si intitola (numero 11). Prende spunto dalla preferenza, espressa da alcuni, che si desse vita a Casale ad un’alleanza fra dc e psi con appoggio esterno del pci. E definisce (la cosa è applicabile ad ogni tipo di alleanza) nominalistica la proposta, perché non si poneva il problema del contesto.  Con qualche scetticismo, perchè quel tipo di alleanza poteva essere importante “ma su un piano nettamente diverso da quello politico immediato. Il fatto positivo starebbe proprio in ciò: che se ne discuterebbe” superando quella specie di sicurezza da parte di partiti avversari che ritengono di possedere loro la verità; una guerra fredda che fortunatamente si era attenuata negli ultimi tempi. Veniva posto un altro problema: come realizzare la piena democrazia in una società che si riteneva ancora profondamente ingiusta e squilibrata, in cui “sempre devono essere rispettate alcune libertà ritenute fondamentali. E che la gestione del potere politico è meno facile alla sclerotizzazione quando viene affidato ora agli uni ora agli altri mentre da noi un interscambio effettivo al potere non è possibile. Se si vuole democrazia, questo va risolto”.

Riccardo Coppo affronta l’argomento (numero 11). “E’ difficile dire se la crisi in atto sia dovuta alla mancanza di soluzioni politico-parlamentari  adeguate e tempestive o piuttosto alla caduta della vecchia cultura tradizionale (i vecchi privilegi della classe dominante non più giustificati dalla cultura contemporanea). Un sempre maggiore numero di persone va riscoprendo che l’organizzazione della società secondo la pura logica del profitto è la razionalizzazione dello sfruttamento delle classi operaie”. Di fronte allo sfruttamento si chiedeva se fosse possibile sperare in un mutamento sostanziale proseguendo nella strada delle riforme, senza passare attraverso opzioni più violente. Anche se tanti non ritenevano più sufficiente il ruolo dei partiti, la maggioranza riteneva che fosse possibile l’azione riformatrice. Perciò “dovrebbero trovarsi impegnate, pur nella differenziazione, tutte le forze della sinistra italiana, in collegamento con le altre forze del lavoro. In questa fase si esige da parte di tutti di uno sforzo di elaborazione politica, un pronunciamento sui problemi e sulle volontà” per superare la sfiducia della gente.

Iniziava, o continuava, un rapporto tra persone con idee diverse per affrontare nel concreto i temi di interesse sia generale sia cittadino: un impegno di tipo progressista. Un rapporto continuato per decenni e che ha permesso di operare positivamente per superare chiusure ideologiche e per realizzare il bene comune possibile nel Monferrato. E come si evince l’orizzonte a cui guardare da parte di Quieora non era solo limitato alla città, ma spaziava su argomenti di carattere generale e si cercava si restare attenti a quanto si muoveva nel Paese e al confronto culturale che si sviluppava a livello più ampio e profondo; dimostrando che l’amministrazione non è semplice pragmatismo ed è mai disgiunta da aspetti culturali.

 (fine della settima parte)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...