Improbabile genesi del populismo

Agostino Pietrasanta

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Il fenomeno comincia a porre seri interrogativi, non solo a una seria pubblicistica dei media più accreditati, ma anche a parecchie interpretazioni politologiche, quando non addirittura a qualche tentativo storiografico. Personalmente e per semplice esemplificazione e chiarimento, ritengo che l’esperienza populista risponda, nel peggiore dei casi, a una devianza semplicistica della descrizione delle questioni sociali e politiche, nel migliore dei casi (spesso succede) a una sensibilità attenta ai succitati problemi, ma proponendone soluzioni di comodo immediato e/o soddisfacimento banalizzato dalla mancanza di riferimenti ideali di cultura politica.

Mi servo di questa indicazione solo per confrontarmi, sia pure schematicamente, con alcune opinioni che si delineano da qualche tempo circa la genesi del fenomeno populista. Una in particolare mi lascia perplesso perché ne individua l’origine e la genesi nei partiti popolari e di massa del secondo dopo/guerra e nel corso dei “primordi” di quella che per comodità viene definita “prima repubblica”. Tali partiti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, ma anche il Partito Socialista Italiano) avrebbero trascurato la formazione delle élite, cosa che fece invece il Partito d’Azione; ma, per l’appunto quest’ultimo non ebbe alcuna presa sull’elettorato, nonostante una sua gloriosa tradizione che dal mazzinianesimo approdando alle lezioni di Salvemini, Rosselli, Bobbio e altri prestigiosi intellettuali contribuì alla formazione democratica dello Stato.

Forse mi ripeto e forse mi riesce difficile capire, ma se si tratta di una tradizione, allora non si può dire che sia al partito di ispirazione cristiana, sia ai partiti della Sinistra storica sia mancato un percorso di formazione del tutto cospicuo. Da una parte ci sta la formazione della classe dirigente cattolica che va da Storzo a Maritain a Mounier e ai movimenti intellettuali di Azione cattolica; dall’altro c’è il dibattito, anche dialettico all’interno del Partito socialista dalla fine dell’Ottocento in poi e c’è la grande lezione di Gramsci e della funzione egemone del partito. Certo si possono criticare anche con non poche ragioni questi perocrsi culturali, ma non si possono ignorare e sono percorsi che hanno creato una classe di governo e di presenza istituzionale di rilievo fondato su élite prestigiosissime. Togliatti, Nenni, De Gasperi, Dossetti sono solo alcuni nomi. In queste esperienze non ci sono assolutamente semi di populismo; anzi la DC ha contenuto, con riferimenti politici di mediazione, le derive del qualunquismo (forse l’unica esperienza populista del periodo) e le sinistre hanno contenuto le tentazioni sovversive di parti presenti nella base sociale di loro riferimento. Se mi permettessi di richiamare la semplificazione che ho proposto introducendo, tutto questo costituisce la negazione del populismo, altro che seme!

Resta da spiegare il successo degli eredi delle tradizioni di cattoici e social/comunisti, rispetto al fallimento dell’azionismo. Il fatto è che mentre i partiti popolari hanno potuto riferirsi alla volgarizzazione dei loro percorsi culturali e di elaborazione politica attraverso importanti “corpi intermedi” (Azione Cattolica e Sindacati…), corpi intermedi che hanno fatto da riferimento formativo e di indirizzo delle masse popolari conquistandole e orientandole anche sul piano elettorale, la stessa opportunità purtroppo è mancata alla cospicua elaborazione del pensiero azionista.

Ora di questo, a mio sommesso parere, va tenuto debito riferimento perché oggi il populismo dilaga e dilagherà a lungo per l’assenza dei corpi intermedi e, di conseguenza, di mediazioni politiche attraverso i partiti. Mi chiedo: al di là di improponibili ritorni ai partiti della tradizione popolare, è possibile una ripreasa di formazione attraverso soggetti intermedi che orientino l’elettorato a confrontare la propria domenda con le risposte possibili ispirate da ideali di cultura politica?

Sinceramente non ho una risposta. Tuttavia ci sarebbero due precondizioni: che le tradizioni di riferimento non impongano alcuna egemonia (le divisioni della sinistra italiana ne sono state la conseguenza più appariscente) e che non si frappongano surrettizie invasioni di campo da parte di dogmatismi anche di natura religiosa. Forse i cattolici che stanno tentando una ripartenza in politica, anche sollecitati da autorevoli interventi (Gualtiero Bassetti) dovrebbero rileggersi le distinzioni tra “Azione Cattolica” e “Azione politica” di cui parlava Lazzati su “Cronache sociali” nel 1948.

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