Le insofferenze di Matteo

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Presumo che anche la maggior parte di coloro che non condividono la mia fede conoscano la Parabola del Samaritano, riportata nel capitolo dieci del Vangelo di Luca. Un uomo, mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico, malmenato e derubato dai briganti fu lasciato sul ciglio della strada mezzo morto. Lo vide un sacerdote mentre tornava dal servizio al tempio, poi lo vide un levita, ma entrambi passarono oltre, passò un samaritano, considerato un escluso dalla comunità, secondo i pareri dei farisei simbolo dell’aristocrazia giudaica, e si fermò. Lo soccorse e lo fece ricoverare ed assistere.

Dirò per la precisione che mi capitò di presentare un libro che commentava la summentovata parabola e mi parve giusto precisare che sia il sacerdote, sia il levita non fecero altro che osservare la legge: avvicinarsi ad un probabile cadavere si rischiava di contrarre l’impurità con inevitabili conseguenze; Il samaritano al contrario, seguendo i dettami dell’amore e della misericordia non si curò delle ritualità formali. Non contento volli insistere sul senso di noia e di fastidio che dovettero provare gli ascoltatori farisei a sentire da Gesù il virtuoso comportamento del samaritano, escluso dalla aristocrazia, ritenuto un estraneo alla comunità, avversario della tradizione giudaica. L’insistenza mi costò cara perché mi capitò di osservare le reazioni dei miei ascoltatori e, benché attenti, mi parvero abbastanza indifferenti ai commenti che andavo proponendo sui sentimenti dei farisei adontati dagli esempi della parabola. Fu a quel punto che mi balenò l’idea di un accostamento fatto di attualità, dal momento che mi parve doveroso rendere ai presenti le reazioni di insofferenza e fastidio provato dagli ascoltatori di Gesù.

Dissi pressapoco così. Immaginate Matteo Salvini cui raccontate questa storiella. Un tale mentre percorreva la “Vigevanese” proprio nel tratto della discesa della colla di Valenza, percosso a sangue da alcuni malviventi, lasciato moribondo sulla strada, fu visto prima da un piemontese, poi da un lombardo e entrambi passarono oltre; fu visto da un immigrato accampato in un fienile dei pressi, lo curò e lo portò al pronto/soccorso. Non contento, dopo pochi giorni lo andò a trovare e con le poche monete che aveva gli offerse il caffè. Aggiunsi: pensate al fastidio provato da Salvini a sentir storiella; probabilmente fa il paio col fastidio provato dai farisei a sentir parabola.

Un frate peresente la prese male, pensando che io volessi fare propaganda elettorale: non si associò agli applausi e, dopo la serata, non volle sentire le mie spiegazioni, mentre continuò a pensar male. E pensar male, voi sapete, è peccato.

Ora mi capitò di ripensare a quella caduta di stile nella mia presentazione di alcuni anni fa, dal momento che constatai, durante il dibattito sulla fiducia al governo presieduto (si fa per dire) dal prof. Conte, che a un certo punto Il Matteo non era più presente ai lavori del Parlamento. Con ogni probabilità, ancora una volta provò insopportabile insofferenza e non senza qualche ragione a fronte degli interventi proposti sia dalla maggioranza che dall’opposizione e convinto di trovarsi in “…aula sorda e grigia possibile bivacco di manipoli” se ne andò ben sapendo che rimaneva Di Maio a impartire ordini e doveri, complici i “fuori onda”, al Premier (si fa per dire) in carica.

Così Matteo Salvini, anziché perder tempo a esortare gli onorevoli perché non gettassero “altre chiacchiere vane alla nazione” se ne andò per onorare impegni ben più cospicui imposti dalla interminata e interminabile campagna elettorale.

Sopportazione sì, ma fino a un certo punto; poi arriva l’insofferenza.

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