Sacko Soumalya. Le ragioni vergognose del silenzio del governo

Daniele Borioli

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La tragica vicenda di Sacko Soumalya, 29 anni originario dei Mali, impegnato nella lotta sindacale per il riconoscimento dei diritti minimi dei braccianti, in gran parte migranti come lui, restituisce la cifra culturale e politica di questa stagione. E spiega molto del “brodo primordiale” in cui è stato coltivato il grande consenso ottenuto alle recenti elezioni dal M5S e dalla Lega, anche nelle aree territoriali che sino a poco tempo fa risultavano totalmente precluse al partito fondato da Umberto Bossi.

Siamo in Calabria, vicino a Gioia Tauro, in una delle aree che potenzialmente avrebbe dovuto guidare il riscatto del Sud, e che invece ne rappresenta oggi la deriva di disillusione, decadenza, abbandono. Una condizione su cui gravano certamente anche il ritardo, l’insufficienza, persino la colpevole sottovalutazione operata dal Pd e dai suoi governi nei confronti del Mezzogiorno. Che porta a rendere ancora più drammatico e incombente il divario di sviluppo e il gap di legalità esistente tra le due parti di un Paese spaccato in due.

Una condizione, però, su cui ora pesa in maniera schiacciante l’ipoteca ideologica e di potere sottesa all’accordo di governo tra Lega e 5S, che vede questi ultimi totalmente schiacciati dalla supremazia leghista.

Dell’assassinio di Sacko Soumalya, Matteo Salvini dice: “ i suoi assassini sono bestie ma i ghetti portano a scontri sociali”. Parole agghiaccianti, che derubricano a fatale esito dello scontro sociale l’omicidio perpetrato nei confronti di una persona che conduceva una lotta in cui la rivendicazione di diritti elementari era di fatto coincidente con la battaglia della legalità. Che è in quella parte d’Italia lotta per la stessa sopravvivenza, per una speranza di riscatto, dignità e civiltà.

Il nuovo ministro dell’interno ha così liquidato, come esito di una tensione sociale, il sacrificio di un uomo che dovrebbe invece essere onorato dallo Stato italiano, al pari dei molti caduti nella lotta contro le mafie, che ogni anno giustamente ricordiamo e indichiamo agli onori della memoria civile, intorno alla quale dovrebbe saldarsi la nostra comunità nazionale. Ma per Sacko Soumalya questo ragionamento non vale: Sacko non è un nativo italiano, nonostante abbia fatto nel corso della sua breve esistenza molto più per l’Italia di quanto non abbiano fatto migliaia di cialtroni disposti, a giorni alterni, a sventolare la bandiera dell”Italia prima di tutto” o, con la stessa bandiera, a pulirsi il culo.

Sacko è del Mali. E la frase di Salvini dice tutta la spietatezza del nuovo corso. Per i migranti non solo non c’è più posto, non solo non c’è più il riconoscimento della dignità, non c’è più nemmeno spazio per la pietà. Eppure, nell’Italia che amo pensare ancora mia, Sacko dovrebbe essere onorato come un eroe. Come usava un tempo, quando l’Italia civile uscita dalla Resistenza riscattava la propria dignità nazionale, conferendo onori di altissimo valore morale agli stranieri morti per noi, per liberarci dal giogo nazista. Stranieri le cui Patrie in molti casi noi avevamo invaso in una guerra di aggressione temeraria e insensata.

Oggi l’Italia in-civile, che nega a Sacko Soumalya gli onori di un governo il cui contratto si fonda sul cinismo, appare smarrita nella sua coscienza profonda, annichilita e prostrata ai piedi di due capi-bambini che giocano a risiko con le sorti di valori antichi, di civiltà, accoglienza, mescolanze culturali, senza i quali l’Italia è davvero poca cosa: lingua di terra protesa nel mare, povera di materia, scarsamente dotata di materie prime, scarsamente dotata di spirito repubblicano. Una “patria piccola”, destinata a rimpicciolire sempre più, schiacciata tra muri che essa stessa appare impegnata a erigere e un gioco da gradassi verso potenze incommensurabilmente più potenti, che finiranno per schiacciarci.

Tace, in morte di Sacko, Matteo Salvini. Troppo è il carico della scommessa giocata sull’odio verso i migranti, per incrinare anche solo un accenno di controcanto, seppure magari mosso dalla sola pietà. Eppure, la lotta del giovane sindacalista venuto dal Mali potrebbe fornirgli strumenti propulsivi, nella sua attuale posizione di ministro degli interni, per contrastare i fenomeni di illegalità e supersfruttamento che sono la negazione stessa di un ordinato governo di un fenomeno complesso come l’immigrazione. E probabile che il capo leghista ne sia anche consapevole. Ma prevale la funzione dell’odio e del rancore, che coagula consensi. E lascia campo libero a interessi.

Salvini scivola sulla buccia. Le tensioni cui allude, quale causa scatenante delle “bestie assassine” (così le chiama lui),  non sono in questo caso le “tensioni sociali”, dovute al sovraffollamento o a una spontanea e feroce rivolta di plebe. Sono, al contrario, esito calcolato di interessi opachi e criminali, nei cui confronti sarebbe stata necessaria una scelta di campo immediata e precisa dello Stato. Di uno Stato che assegna al ministro degli interni funzioni rilevanti nel contrasto alla criminalità.

E ancor più assordante, se possibile, è il silenzio di Di Maio. Di un movimento che ha fatto della battaglia contro la criminalità e per le legalità una cifra addirittura identitaria. Che anche per questo ha suscitato speranze e ottenuto consensi nel mezzogiorno, e che oggi, pur di non turbare il “buon viaggio” del contratto di Governo, preferisce un esercizio dal sapore neo-omertoso, che evidenzia tutta la succube subalternità pentastellata verso la Lega.

Questa vicenda restituisce l’impressione triste di un’Italia che vorrebbe tornare grande facendosi “italietta”, incapace di quegli slanci generosi che l’hanno resa celebre nel mondo, attorcigliata intorno a un “contratto di governo”, che impedisce persino di dire una parola civile forte, nei confronti di un ragazzo che ha lottato, ed è morto, non solo per i diritti di un suo compagno immigrato, ma anche per tutti quegli italiani che in diversi contesti territoriali le organizzazioni criminali costringono al silenzio.

Un silenzio al quale Salvini e Di Maio si uniformano. Porta poco consenso rendere omaggio a un nero, nell’Italia del rancore. Porta poco dissenso, se a morire è un nero, minimizzare quanto è accaduto, tenendosene a distanza di sicurezza. La criminalità ringrazia.

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3 thoughts on “Sacko Soumalya. Le ragioni vergognose del silenzio del governo

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  3. In compenso, più o meno negli stessi giorni, Salvini è venuto a Como in Prefettura, portando solidarietà all’autista e al controllore delle linee pubbliche della città feriti in una colluttazione notturna da un gruppo di extracomunitari che non volevano pagare il biglietto. Dalle sue parole traspariva un sottile compiacimento dell’accaduto, a testimonianza del fine-pacchia che si vuole istituire. Poi in realtà essendo rimasto capo della lega ha promesso i due sottosegretari agli Interni, uno della provincia di Como uno della provincia di Varese, cosa avvenuta. Persone che conosco personalmente e che hanno forte consenso popolare locale. E questo fa la differenza.

    Fa differenza perchè anche Salvini, dopo un doveroso saluto di circostanza al Prefetto, si è immerso nella folla di giovani presente in strada: sono persone telecomandate o è prevalsa la spontaneità popolare? Non lo so, ma so che il peggio, quello vero, deve ancora arrivare, perché è rimasto quello del famoso “un tram per i milanesi, un tram per tutti gli altri”; solo che ciò che dice fa, del resto è rimasto capo della lega e ciò non gli impedirà di svariare su qualsiasi tema. Ma detto ciò serve demonizzarlo? Penso di no, ne trarrebbe vantaggio.

    Quello che a me fa paura è che esiste sempre meno il rispetto delle regole. Non si può dire come affermato pochi giorni prima del varo del governo carioca (giallo-verde, scusate) “cercheremo di rispettarle il più possibile”, questo suona come un liberi tutti, evviva l’illegalità! Infatti lo stiamo vedendo sul non rispetto del diritto internazionale nei confronti dei bisognosi in mare. Le altre nazioni europee han sempre avuto un atteggiamento menefreghista? Anche noi d’ora in poi faremo così! Sarebbe come dire al ladro che ruba: rubo anch’io; al criminale che minaccia: minaccio anch’io!

    Ma ciò che più mi spaventa è l’assenza di campo di chi non la pensa così, tutti in ordine sparso, in gloriosa (sic!) ritirata. Lega e 5stelle, 5stelle e lega, il resto non esiste; il silenzio assordante del Cavaliere, la sinistra dura e pura che probabilmente si culla nel suo costante masochismo godereccio, i corpi sociali che tanto pretendono di essere, tutti questi dove sono? E il sindacato arrugginito, che nemmeno comprende come e prima che sia troppo tardi (salario minimo come in molti paesi europei) dovrebbe barattare il primo livello contrattuale con un secondo stratificato sia aziendalmente che territorialmente, questo sindacato non adeguatamente presente anche nei confronti del povero originario del Mali dove sta?

    Ma il PD, questo non pervenuto, ove è prevalsa la lettura del “tanto peggio tanto meglio” non è forse il più colpevole di tutti? La CISL mi ha insegnato che al tavolo ci si siede e si fa il possibile, perché non si è fatto? Non c’è la contro prova ma forse una possibilità c’era per limitare il peggio, con questo atteggiamento abbiamo aumentato l’efficacia del “brodo primordiale” e lo dovremo bere tutto di un fiato, come il miracoloso olio di ricino di infausta memoria! Poche balle PD, oggi è inutile recriminare, NON HAI FATTO TUTTO IL POSSIBILE e questo è grave per le conseguenze del Paese. Forse voi alessandrini dal pensiero democratico promotori di tante belle iniziative non potete ancora comprendere, quando sarete circondati sarà troppo tardi. Ve lo suggerisce chi nei fuori onda locali li vede e li sente tutti i giorni, per questo non potrò mai perdonare questo ultimo (in ogni senso) partito democratico dalla insignificante prospettiva.

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