L’illuminismo “riformista” all’attacco di Francesco

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Una prestigiosa rivista di cui non cito il nome in testata, ma facilmente riconoscibile per il suo sottotitolo che ne esplicita l’indirizzo di “sinistra illuminista”, dedica un numero intero (4/2018) alla stroncatura senza riserva dell’azione pontificale di papa Francesco. Si tratta di pubblicazione che mi capita di seguire con buona continuità e di apprezzarne la robustezza argomentativa e il rigore intellettuale, anche quando (accade spesso) non ne condivido le soluzioni ideologiche proposte; questa volta però mi colpisce la radicale condanna di un processo pastorale definito “finta rivoluzione”; condanna tanto articolata, in una ventina di interventi, quanto inappellabile sotto ogni aspetto di valutazione.

Non posso certo riferirmi alla complessa varietà degli interventi; mi limito a raccogliere quattro provocazioni di attacco esplicito al papa e direttamente o indirettamente alla Chiesa che mi sembra di rilevare ad una prima lettura.

In premessa mi pare di poter rilevare che per proporre per finta un processo rivoluzionario, si dovrebbe ostentare la scelta del processo medesimo; a me pare che il protagonista del riferimento più stroncatorio che critico, cioè papa Francesco non abbia mai ostentato la volontà di introdurre delle rivoluzioni. Vero è che alcuni ammiratori, laici soprattutto che dell’illuminismo si son sempre fatti interpreti contemporanei, stravedono per le “rivoluzioni” di Bergoglio, ma di tutto questo non farei colpa né al papa e neppure (non avrei mai pensato di proporre certe difese) alla curia.

Ciò premesso vengo alle quattro provocazioni che si ripropongono, negli scritti pubblicati, non senza qualche insistenza trasversale.

Prima provocazione. In fondo siamo di fronte ad atteggiamenti di facciata di un papa venuto da un ambiente particolare e poco conosciuto agli usi curiali. Questi tuttavia si avvalgono di tali atteggiamenti per rinforzare il prestigio dell’Istituzione, anche e soprattutto perché non cambiano nulla. Cito “…un pontefice che va in giro con le scarpe malandate, che si porta da solo la vecchia borsa, che fa la fila in mensa col vassoio in mano, che paga il conto dell’albergo alla fine del Conclave…” fa comodo agli assetti anche quando fingono di far resistenza e anche se sono indicati dai media come fautori di intrighi e cospirazioni. Al massimo soffrono un po’ perché devono smettere alcuni simboli di potere, ma il gioco del prestigio vale la candela di un cambiamento del tutto inesistente.

Mi pare di poter dire, e senza offesa, che un simile ragionamento presuppone sostanziale ignoranza dell’istituzione ecclesiastica; inutile dire che parlo di ignoranza in senso proprio: “…absit iniuria”. Intanto è da notare di ecclesiastici che porterebbero (e portano) tanto di filettato, di fascia e zucchetto paonazzo persino ad una bicchierata tra amici e che non rinuncerebbero alla mitra damascata o meno per tutto l’oro del mondo; ecclesiastici stoppati dal comportamento di Francesco, anche se l’abito “non facit monacum”; il problema però è di ben altra natura. Il papa nella Chiesa propone sempre una figura di riferimento per la personalità che pone in essere e che negli atteggiamenti scelti incide profondamente sulla pastorale. Per meglio capire richiamerei la figura di papa Giovanni. Arrivato al pontificato dette la sensazione di non cambiare nulla, ma si portò dietro e immediatamente la sensazione di radicale discontinuità. Egli dichiarò in sostanza (e qui vado per le spicce) che il pontefice non è l’esperto di ogni questione per proporre un magistero organico e egemone su tutte le sfide della contemporaneità, ma è solo il pastore che accompagna l’umanità per sostenerne i percorsi storici e le relative difficoltà e eventuali cadute. Se fu rivoluzione non lo so, ma fu la premessa del Concilio.

Vengo così, di conseguenza alla seconda provocazione. In fondo anche con Francesco succede ciò che sta imponendosi da Paolo VI in poi, la svalutazione o rimozione del Concilio. Qui si riscontra qualcosa di reale. Tuttavia, a parte l’improprio accostamento tra Paolo VI e Benedetto XVI, anche perché non si può omologare ciò che di per sé appare distinto (il pensiero illuminista dovrebbe insegnarmelo!), riconosco che anch’io ho sostenuto parziali rimozioni del Vaticano II. Resta il fatto che si tratta di rimozioni molto identificabili; ad esempio sull’autonomia dei Laici nella Chiesa, sulla loro responsabile interpretazione culturale, in politica, dei principi non negoziabili, su alcuni aspetti della collegialità episcopale. Al contrario sulla libertà religiosa, nonostante qualche frenata di Ratzinger, non si torna indietro, ma non si torna indietro soprattutto sulla liturgia. Mi soccorre un ricordo personale. Quando era fanciullo e chierichetto (come circa l’80% dei miei coetanei del paese) le pie donne recitavano il rosario durante la messa in latino, del tutto disinteressate all’eucarestia. Oggi le chiese sono meno frequentate, ma la celebrazione coinvolge tutti i presenti. Anche sulla rimozione del Concilio bisogna distinguere, anche quando non si può negare. Se poi si insistesse sulla cristallizzazione della struttura ecclesiastica, mi verrebbe da proporre le rivoluzionarie (senza virgolette) dimissioni di Benedetto XVI.

Vengo alla terza provocazione: una sostanziale restaurazione dottrinale. Sarei colpito se i sostenitori di tale tesi fossero attenti alle conseguenze di alcune affermazioni in capo a Bergoglio. Egli sostenne più volte di disapprovare la prassi di “chiudere il sepolcro di Cristo” per difendere la dottrina. In Francesco, e definitivamente la dottrina assume un ruolo strumentale, rispetto alla misericordia come elemento costitutivo della teologia e della pastorale. E questo impatta direttamente sulla conclusione dell’ “Amoris Laetitia” tanto stroncata dagli scritti della rivista: l’ultimo giudizio non spetta all’ubbidienza, ma alla coscienza personale; l’ubbidienza alla dottrina serve di aiuto, non di indicazione deterministica.

Ed infine una provocazione che mi ha letteralmente stupito: l’affermazione che in campo di dottrina sociale siamo né più, né meno che alla “Rerum Novarum”. Non mi soffermerei più di tanto, ma già la “Quadragesimo Anno” di Pio XI del 1931, forse per rintuzzare alcune proposte ideologiche del corporativismo fascista, ne denunciava la strumentalità a servizio del consenso. La frattura più radicale attiene tuttavia la valutazione del lavoro. Se la “Rerum Novarum” lo riteneva solo mezzo di sostentamento, la dottrina da Giovanni Paolo II (“Laborem exsercens”) lo ritiene la forma di collaborazione per un corretto perfezionamento del creato, in un processo di approfondimento che arriva fino alla “Laudato sì” per l’appunto di Francesco.

Tanto basterebbe per valutare diversamente, e a mio sommesso parere, l’azione pastorale e l’indicazione dottrinale del papa.

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3 thoughts on “L’illuminismo “riformista” all’attacco di Francesco

  1. Non voglio argomentare di cose sulle quali posso solo apprendere, ma non trattengo una certa rabbia nel constatare che la Sinistra con gli occhiali e la polvere da biblioteca sulla giacca che ha sferzato la Sinistra in doppiopetto al Rotary, convincendomi in molte occasioni, cade miseramente nel suo innato disprezzo per l’altro da lei. Facendo un parallelo pirotecnico mi sembra che questo sistematico smontare tutti i personaggi e i processi sociali che si affacciano che parte di questa sinistra pone con vigore assomigli molto al caotico trapestare nell’acqua che l’ex sinistra di governo sta facendo per ridarsi una significanza politica e esistenziale che ha perso per ragioni tutte interne a se stessa.
    Rendersi conto che può nascere e vivere qualcosa di bello e fondante fuori dal proprio recinto ideologico è, evidentemente, troppo per chi ha passato gli ultimi trent’anni a ragionare su come spiegare come ragione il proprio torto invece di riflettere sul perché si abbia avuto torto e sul come fare in modo che altri torti non divengano ragioni cercando la ragione vera.
    Il Pontificato di Francesco è una delle poche “cose Belle ” di questi ultimi decenni. La maiuscola è voluta.

  2. Per comprendere la personalità del Papa (e anche la psiche) sarebbe sufficiente leggere il rapporto Kolvenbach (generale dei gesuiti dal 1983 al 2008) che contiene il suo parere (richiesto da Giovanni Paolo II) su Bergoglio. Parere totalmente negativo tant’è che mai in tutti i suoi viaggi a Roma Bergolgio alloggio una sola volta presso la curia generalizia dei gesuiti ma sempre e solo alla casa del clero in via della scrofa. Di tale parere si conoscono due passaggi dove il generale definisce il suo confratello (candidato all’episcopato dal card. Quarracino, arcivescovo di Buenos Aires) scurrile, divisivo ed autoritario.

  3. “Ormai da molti anni è la destra, con la benevola tolleranza della sinistra, a dettare l’agenda politica. Ancor di più, è la destra a definire i confini stessi del pensabile, restringendo le opzioni ideali e impedendo anche solo di immaginare altri mondi possIbili. Il thatcheriano ‘there is no alternative’ ha trionfato, e la sinistra si limita oggi a sperare che la destra faccia male quel che promette in modo da convincere gli elettori di saperlo fare meglio lei.”
    L’incipit è tratto dallo stesso numero della rivista non citata, quale introduzione di un colloquio tra Baumann e Goldkorn, sulla sinistra al tempo del pensiero unico. La stroncatura verso il Papa possiamo elencarla tra le numerosissime mancanze di chi ostenta sentenze ma è incapace, egli stesso, di cambiare, col risultato planetario sotto gli occhi di tutti. Nell’Italia dei commissari tecnici della nazionale, ora anche “costituzionalisti” e pure “economisti” questa è una grave mancanza. Opinione personale: io spero il governo faccia bene, altrimenti non vi saranno nemmeno macerie.

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