Ridare voce alla parola repubblicana

Daniele Borioli

Ma davvero è possibile dar da bere agli italiani che era inevitabile mandare a monte “il governo del cambiamento”, come ampollosamente lo definivano Salvini e Di Maio, solo per una divergenza con il Presidente della Repubblica circa la nomina di un ministro? Davvero si ritiene possibile far credere a un’opinione pubblica frastornata e smarrita da un’ininterrotta campagna elettorale, che si è rinunciato a “scrivere la storia”, come con sprezzo del pericolo e totale impermeabilità al senso del ridicolo hanno più volte gradassato Salvini e Di Maio nel corso di queste settimane, per non saltare il paragrafetto di Paolo Savona?

Davvero è possibile rivendicare credibilmente di parlare a nome degli italiani, e quando non si specifica si sottintende tutti, come fa Salvini da una quota di suffragi equivalente a molto meno di un quinto dei voti validi scrutinati, persino meno del tanto odiato, vituperato e bastonato Pd? Davvero è possibile per Di Maio spacciare per “governo di cambiamento” un mostriciattolo fondato principalmente sull’odio ideologico contro i migranti, su un pacchetto di misure irrealizzabili e sulla rinuncia triste alle battaglie altisonanti sbandierate in questi anni come tratto identitario, quali fra tutte il conflitto di interessi, tenuto ai margini del contratto per non irritare troppo Berlusconi?

La risposta, purtroppo è: sì, si può. E questo già basta a dire quanto non solo il Partito Democratico e il centrosinistra abbiano bisogno di una vera e propria “rigenerazione”, ma come tutto lo scheletro e le innervature istituzionali, politiche, culturali e morali di questa nostra tartassata comunità nazionale abbiano bisogno di essere risanate e ricostruite. Un compito immane, per il quale al momento mancano spalle adeguate, sia sul terreno delle organizzazioni politiche, sia su quello delle forze sociali principali, anch’esse battute dal vento maligno che soffia in ogni direzione, creando vortici quasi impossibili da contenere. Ma da questa constatazione occorre partire per provare a guardare avanti. Sapendo che, e la storia insegna, che il doveroso e quasi religioso rispetto della “sovranità popolare”, non può spingersi sino a coprire gli occhi su come essa, nell’esercizio quotidiano e concreto del suffragio che ne costituisce fondamento, possa dare esiti devastanti e, alla lunga, destabilizzanti per le stesse istituzioni che quella sovranità fondano. Per questo esiste la Costituzione, che precede e definisce la “sovranità popolare”, e ne fissa anche i limiti, proprio per evitare che essa possa debordare oltre i limiti stabiliti dalla Carta, mettendone in discussione pilastri altrettanto rilevanti, quali la separazione dei poteri, i trattati internazionali, l’unità della Nazione, le prerogative del Presidente della Repubblica quale supremo garante.

Nella vortice della profonda approssimazione che contraddistingue il dibattito di queste ore circa la “costituzionalità” delle decisioni assunte da Sergio Mattarella, viene scarnificato e ridotto il senso complessivo dell’impianto costituzionale, che prevede nel voto popolare un passaggio ineludibile per quanto riguarda l’indirizzo politico del Paese, al quale tuttavia non possono essere subordinati, sino a metterli a rischio di scardinamento, altri pilastri gerarchicamente non subordinati. Per questo esiste la Corte Costituzionale. E sempre per questo esistono norme e procedure precise di revisione della Carta, che può certo essere modificata, ma non con interventi legislativi di carattere ordinario né, peggio ancora, con forzature plebiscitarie quale quella cui stiamo assistendo in questi giorni, in virtù delle quali si sarebbe preteso di cancellare le prerogative del Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio dei ministri, solo in forza di un riferimento al “popolo”. Anche dal punto di vista formale, la minaccia dell’”impeachment” non fa che aggiungere strati di incompetenza sulla figura, già incrinata nella sua credibilità del minacciante.

Ma c’è di più, molto di più sul piano politico. La Lega ha conseguito alle ultime elezioni un importante 17,35%, corrispondente a circa 5 milioni e 700mila voti. Sono tanti, ma equivalgono a parecchio meno di un quinto dei circa 32 milioni e 500mila voti validi espressi e, ulteriormente, a meno di un sesto dei cittadini elettori. Un consenso significativo ma anche significativamente minoritario, per di più privato della forza del consenso aggregato in coalizione dal centrodestra. Giacché Salvini ha condotto la trattativa in nome e per conto proprio, come testimoniano tutte le prese di distanza espresse pubblicamente e in più di un’occasione dalle forze che con essa si erano alleate in vista del 4 marzo. La maggioranza parlamentare sarebbe stata raggiunta attraverso l’accordo con il M5S, che si era presentato alle elezioni con un programma elettorale e politico, non solo distinto da quello leghista, ma ad esso alternativo se non contrapposto. Di suo, il M5S avrebbe portato in dote all’alleanza 10 milioni e 730mila voti circa, pari al 32,68%. Sufficienti a raggiungere la maggioranza parlamentare, ma pur sempre rappresentativi di meno di un quarto dei cittadini elettori. Sul piano istituzionale e costituzionale, la nascita di un governo tra Lega e 5S sarebbe stata pienamente legittima. Ma sul piano politico essa sarebbe stata comunque viziata dai “difetti” che quelle due forze hanno sempre rimproverato ai governi della passata legislatura: “inciucio” tra forze che si erano presentate come antagoniste alla competizione elettorale; indicazione di un premier “non eletto dai cittadini” e palesemente subalterno ai veti e ai diktat dei suoi capi politici (come si è visto nella vicenda Savona, sulla quale Conte non disponeva neppure di un piccolo margine di possibile trattativa con il Colle); l’aggravante specifica della rottura della coalizione di centrodestra, divenuta condizione stessa per l’accordo di governo, ridotta così a mero specchio per le allodole di natura elettorale (non è infatti dato sapere se tutti gli elettori ad esempio di Forza Italia avrebbero votato per quella coalizione, potendo sapere in anticipo che il loro voto sarebbe stato anestetizzato al fine di far nascere un governo con Di Maio).

Dunque, il paradosso che un po’ tutti, dal mondo dell’informazione a quello dei partiti, abbiamo subito e inseguito è stato quello di una rincorsa alla ricerca di un’araba fenice: quel “governo del cambiamento” che in realtà non è mai esistito nelle reali possibilità e, forse, nelle stesse volontà dei suoi potenziali contraenti (senz’altro non in quella del baro Salvini), che hanno inscenato un balletto interminabile, simile a quello della tartaruga e del piè veloce Achille, sino a dichiararsi completamente impotenti. Al punto di lasciar aperto il sospetto di aver assistito a una sorta di coreografia dall’esito già stabilito, finalizzata a disseminare di aspettative, nemici da additare all’esecrazione popolare, complotti plutogiudaicomassonici e altri arnesi del genere, pronti per essere utilizzati in una campagna elettorale che si è sempre pensata come imminente. Soprattutto Salvini, ha sempre avuto questo nella testa, ingolosito dai sondaggi in crescita, imbarazzato dal dover fare i conti con Berlusconi, infastidito dal dover prendere atto della indubbia contingente maggior consistenza elettorale dei 5S. Come un baro professionista ha impostato la sapiente gestione di questa lunga fase: ha finto ed enfatizzato più volte il “passo indietro” (vistosamente contraddetto sulla vicenda Savona, dall’unica rinuncia che avrebbe consentito la nascita del governo, ma fatto saltare i piani del capo leghista), ha atteso paziente il passo falso, grave, del Pd, che andando a vedere le carte nel confronto con i 5S ne avrebbe fatto emergere le vistose contraddizioni interne, ma soprattutto avrebbe chiuso definitivamente il forno Di Maio-Salvini portandone la riapertura fuori tempo massimo; ha accettato il terreno predicato dal tordo Di Maio (il leader più ingenuo e sprovveduto che un partito di oltre il 30% abbia mai avuto), ed ora gioca tutte le sue carte sulla ruota delle prossime elezioni, con la Lega che al momento appare come l’unica forza in grande crescita, circa il 10% in più rispetto a marzo.

Per quanto mi riguarda, questa convulsa fase si chiude con un bilancio problematico. All’attivo, metto solo il fallimento di un contratto di governo che, come a volte accade in politica, nonostante l’evidente bluff di Salvini che ha sempre giocato un’altra partita, avrebbe potuto alla fine andare in porto per inerzia. Ho sempre sostenuto che questa sarebbe stata la peggior sciagura per l’Italia; l’aggirarsi come avvoltoi intorno alle spoglie malate del nostro Paese di avvoltoi sovranisti come Steve Bannon, profeti della nascita in Italia di una nuova “Internazionale delle forze anti-sistema”, in funzione dello scardinamento dell’Unione Europea quale premessa per le libere scorribande dei gruppi di potere economico e finanziario, che trovano insopportabili i pur flebili filtri comunitari che si frappongono al loro dominio incontrastato, me lo ha più volte confermato: l’esito di domenica sera mi ha, perciò, confortato. Viceversa, il mare dei problemi aperti è ribollente e, per gran parte, imperscrutabile. A cominciare dalle condizioni del Partito Democratico, del centrosinistra e più in generale della cultura democratica e repubblicana di questo Paese. Che nelle convulse ore sembra schiacciata (ma secondo me sembra solo e attende qualche segnale per risvegliarsi e farsi sentire) su uno sfondo minoritario, violentemente pressato dal livore rabbioso e dall’odio che Salvini con lucido cinismo e Di Maio con la scompostezza della bestia ferita cercano di seminare, avvelenando i pozzi della democrazia. Siamo, questo è evidente, di fronte a uno dei passaggi più delicati nella vita democratica e civile dell’Italia nel secondo dopoguerra. Su questo non c’è dubbio.

Ma a volte le crisi più aspre contengono anche potenzialità positive. La difesa di Mattarella che sta in questi giorni invadendo le piazze italiane può essere trasformato in un’occasione di risveglio di quella parte del Paese che si era allontanato in questi anni dalla partecipazione attiva: spettatore non sempre compreso di dinamiche politiche e sociali che ha trovato in conflitto con le proprie convinzioni e i propri valori, talvolta vittima di processi che ne hanno condizionato e travolto le situazione concrete di lavoro e di vita. In quel 30% che anche alle ultime elezioni è stato a casa, può davvero ritrovarsi una quota non marginale di quella energia di riserva della repubblica che, se coinvolta e motivata, può davvero dare un colpo agli equilibri/squilibri verso le forze della demolizione che gli ultimi passaggi elettorali, anche per i nostri errori, hanno sancito. Il Pd aveva e avrà da riflettere molto sulla sua parte non secondaria di errori. Ha bisogno di un congresso, come il pane. Ma deve ormai rassegnarsi all’idea che esso si farà dopo le elezioni. Nel frattempo dovrà fare ciò che sempre le forze responsabili fanno quando sono in gioco gli interessi generali della Nazione: a) trovare la ricetta di una coesione interna, a costo che essa sia in questo momento il minimo comune multiplo praticabile, fondato su un accordo decente tra le diverse anime, in grado di trovare una sintesi ragionevole sul metodo e sulle regole per la gestione del partito in vista delle elezioni, sia per la selezione delle candidature e l’impostazione della campagna elettorale, affidandone la cura a una guida autorevole e a un gruppo dirigente plurale e coeso; b) lanciare immediatamente un patto per la costruzione di una coalizione di centrosinistra, democratica e repubblicana, capace di lasciarsi alle spalle i conflitti e le rotture degli ultimi anni, di rafforzare le intese di coalizione sottoscritte alle recenti elezioni, allargare il campo alle energie della società, del mondo del lavoro, delle professioni e dell’impresa. Può sembrare un’impresa disperata, destinata a essere sommersa dalla marea di un attacco che appare preponderante solo perché sono molti, troppi ancora intimiditi a riprendere parola. Noi dobbiamo essere la camera e poi la piazza dove questa parola torna a pronunciarsi: anche se talvolta potrà suonare aspra nei nostri confronti. Ma sarà un asprezza pronta a volgersi in frutto, se sapremo ascoltare con umiltà e pazienza: per fare tesoro e salvare la nostra Repubblica.

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2 thoughts on “Ridare voce alla parola repubblicana

  1. È’ vero o è falso che si poteva dare vita ad un governo pd/5 stelle se Renzi non si fosse impuntato a volere a tutti i costi Lotti ministro?

  2. Sono d’ accordo su due punti: le crisi consentono anche di valorizzare delle opportunità, e il PD ha bisogno di un congresso.
    Roberto Cresta

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