Sulla presunta rivalità fra Torino e Milano

Angelo Marinoni

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Molti commentatori piemontesi accusano Torino di perdere ogni competizione con Milano, dipingendo una Milano che occupa tutti gli spazi degli altri per soddisfare la sua costante crescita. Senza voler segnare con la penna blu altrui opinioni, non avendone alcuna autorità, mi limito però a criticare veementemente questa visione della dinamica socioeconomica di questo scampolo d’Europa racchiuso in quello che era il triangolo industriale ed ora è il triangolo metropolitano del Nord-Ovest (per inciso ricordo alla classe dirigente alessandrina che Alessandria sta nel mezzo ed è persino collegata direttamente con tutte e tre).

La critica è nel fatto che viene dipinta una Torino dimessa e perdente ogni competizione e una Milano tracotante e invadente: una pittura che non risponde al vero. Errata la diagnosi ed errata pure la cura spesse volte invocata che è quella di una maggiore competitività.

Torino non è dimessa e non perde nulla che non abbia interesse a tenere: è una città dinamica che ha saputo convertirsi in vent’anni da grigia metropoli industriale a elegante metropoli europea meta di turismo e sede di numerose eccellenze: dalla tecnologia spaziale all’informatica.

Non è una città che perde quella che progetta il robot che preleverà e analizzerà in loco campioni della crosta di Marte e contemporaneamente prende il caffè in un bar nell’ambiente elegante e fascinoso della Capitale ottocentesca.  Non è una città che perde quella che veniva ricordata negli anni Ottanta come grigia, triste e austera e che ora è meta di turisti da ogni dove che passeggiano con il naso all’insù e la bocca aperta.

Milano non è arrogante né tracotante. Milano è una città che non ha confini: è un polo attrattore in espansione economica, sociale e amministrativa. È la città che costruisce una city di grattacieli e poco più in là riscopre la Darsena e i navigli. È dove una società vuole avere la sede e dove ci si ritrova per decidere qualcosa di importante.

Due città diverse che fanno cose diverse.

L’errore di Torino è quello di scimmiottare Milano mettendosi in competizioni che non potrà mai vincere: volendo fare quello che non è e l’errore della classe dirigente piemontese è quello di essere legato ai confini delle regioni e delle province disegnati sulle cartine dei sussidiari degli anni Ottanta, senza rendersi conto che la periferia non esiste, ma esistono poli attrattori e territori di transizione da un polo all’altro che sono un po’ l’uno e un po’ l’altro.

Il modello perdente di Torino esiste nella politica accentratrice di risorse e decisioni che sta costruendo un territorio polarizzato sul capoluogo investendolo di una ruolo che non ha né dal punto di vista sociale né dal punto di vista economico: Alessandria come Novara non vogliono “andare a Milano perché le piace di più”, ma perché parte significativa del tessuto socio-economico alessandrino e buona parte di quello novarese è parte di quello milanese, dove per Milano si intende quella realtà estesa che non segue alcun confine disegnato sui sussidiari citati.

Una visione regionale fatta di territori connessi fra loro e a quelli confinanti che possiamo definire bacini è, invece, una strategia vincente. Una delle ragioni per cui Milano si estende e cresce in tutti gli ambiti è nella capacità di distribuzione delle risorse e competenze che ha avuto la sua classe dirigente sia politica che economica: i territori connessi competono insieme e non competono fra loro.

Luca Garavaglia, nel suo eccellente “La città dei flussi”, insegna, fra le altre cose, proprio il concetto di competitività fra territori dove questa è un sistema vincente su scala macroscopica, mentre quando territori limitrofi competono fra loro vengono schiacciati da competitori più grandi nei numeri e nell’estensione.

La visione periferica che ha la classe dirigente piemontese dei territori che non riferiscono direttamente a Torino ha indotto una totale assenza di coordinamento fra i territori piemontesi i quali si sono messi spesso in competizione fra loro dando vita a piccoli competitori simili che non riescono certo a sopravvivere a quelli più grossi europei che invece sono fatti di territori connessi.

Gli esempi sono molti, ma ne cito solamente due:

  • Alessandria e Novara sono in competizione sul settore logistico dove il vincitore è stato poi indotto dalla scelta regionale di affossare uno dei due (Alessandria) invece di coordinare le potenzialità. Anzi la situazione verrà aggravata inserendosi il futuro polo logistico monregalese frantumando quindi una visione d’insieme della logistica piemontese;
  • Alessandria, Asti e Cuneo competono sulle eccellenze enogastronomiche senza che vi sia un coordinamento e una visione d’insieme che potrebbe dare vita ad un progetto piemontese esteso.

Nella consiliatura regionale attuale si sono prodotti dei tentativi di ridistribuzione delle risorse, ma ancora piuttosto pallidi e comunque non ancora estrinsecati in una linea d’azione: uno dei provvedimenti principali è stato la decisione di riaprire alcune linee ferroviarie sospese, ma tali riaperture avverranno nel 2019 a consiliatura conclusa e bisogna quindi auspicare o il disegno di un percorso legislativo regionale che non induca a cambi di direzione o ad una serie di delibere che renda il percorso delle riaperture più esteso e irrevocabile.

Sicuramente la gestione di emergenza che la Giunta regionale ha dovuto fare ha pesato non poco sulla velocità del processo di cambiamento della politica regionale, tanto da lasciare non poco amaro nella bocca di coloro che si aspettavano qualcosa in più su quelle considerate periferie dalla politica torinese.

Sul fronte sanitario la politica di accentramento non è solo piemontese e una buona organizzazione dei presidi e dei poli ospedalieri può essere altrettanto efficace, ma si deve guardare ai territori non come periferie dove conta il numero degli abitanti per distribuire un servizio, ma dove conta il territorio stesso i cui abitanti potranno, tra l’altro, aumentare solo se serviti e almeno fruitori degli stessi diritti di quelli delle aree metropolitane.

Il cambiamento vero e necessario sarà quello proprio di superare la sovrapposizione fra politica regionale e politica torinese ed è auspicabile che le forze politiche siano in grado di interpretarlo nelle candidature e, in particolare, nella gestione del territorio.

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