Cattolici e politica. Stupiti e frastornati

Dario Fornaro

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All’alba del 2018 i cattolici italiani ancora sensibili al richiamo della dimensione socio-politica si sono ritrovati, di botto, completamente fuori rotta rispetto al variegato e rumoroso convoglio  di gruppi e movimenti che marciano verso il governo (un governo) del Paese.

Che si perdesse via via terreno rispetto ai fasti dell’età propriamente democristiana, era da tempo fenomeno noto e preoccupante. Addebitato ad una serie di cause comunque connesse con la simmetrica espansione del processo di laicizzazione della società circostante, al quale non era dato di opporre, con qualche  successo o  speranza, contromisure di pensiero o di costume.

Ma ritrovarsi in una lunga e accesa contesa elettorale, senza che nel torneo non si vedesse stendardo alcuno con i colori  (e i contenuti) di noti  “movimenti cattolici”, è stata per molti  un’esperienza choccante . Fonte immediata del conseguente rovello urticante: com’è potuto accadere e che cosa dobbiamo aspettarci in prosieguo.

L’immagine di un popolo disperso appare, almeno in questa fase, piuttosto realistica sotto il profilo della rappresentanza politica in atto, ma tutt’altro che esaustiva rispetto ai fermenti, e ai frammenti di vitalità, che tuttavia si agitano e rincorrono, fuor di politica, nell’odierno “mondo cattolico”.

Logico chiedersi: ci sarà ancora, nel prossimo futuro, spazio e motivazione  per una presenza collettiva e organizzata dei cattolici in politica? Oppure tale presenza sarà manifesta e percepita  essenzialmente attraverso la somma, a posteriori,  di comportamenti uti singuli, ancorché in qualche modo orientati ad un comune sentire di matrice religiosa?

Due corpose circostanze – o mutazioni in corso – si prestano a sostegno dell’una o dell’altra prospettiva.

 Per un verso, infatti, la presenza cattolica, visibile e certificata, viene sollecitata dai movimenti populistico-identitari in ragione del  ricco patrimonio di simboli e sicurezze, innervato nella tradizione religiosa, che può essere messo in campo per catturare consensi. Quando un comiziante si presenta agitando dal palco rosari e vangeli, vuol  dire che la simbiosi politico-religiosa torna a produrre valore aggiunto su entrambi i versanti.

 D’altro canto, sono ormai diversi anni che la Chiesa – cominciando da Papa Benedetto, ma soprattutto secondo i nuovi orizzonti proposti vigorosamente da Papa Francesco – ha sensibilmente allentato  la “presa” a lungo esercitata sulla rappresentanza politica dei cattolici italiani. Con una sorta di invito implicito ad autodeterminarsi, con coraggio e discernimento, nel perseguimento del “bene comune” a scala Paese.

Trovatasi finalmente la porta socchiusa, i cattolici versati in cose politiche si sono tuttavia trattenuti sulla soglia, timorosi o imbarazzati a proseguire, e il livello di elaborazione ideal-programmatica di questa storica componente ha cominciato a segnare il passo, a perdere di innovazione e incisività nel caotico panorama delle proposte politiche concorrenti. Alla lunga perciò – e nonostante  un protagonismo gestionale diffuso e spregiudicato, al centro come in periferia – la sensazione popolare di un  rispettabile paludamento ideologico, indossato con portamento altero ma.. “sotto il vestito niente”, ha cominciato a diffondersi, tra amici e avversari, con effetti inquietanti.

In questo frangente, ad esempio, ecco che la nebulosa dei cattolici democratici  si volge di preferenza a ritroso (e novellando vien del suo buon tempo) casomai, rileggendo puntigliosamente la propria storia, ne sortissero suggerimenti per un nuovo revival sulla scena politica. Altri ancora, in fitta schiera, si riparano nel fortilizio del “Dio, Patria e Famiglia”, presidiato dai Guardiani della tradizione, ma anch’essi più focalizzati su un passato idealizzato piuttosto che su un presente fluido e imbarazzante.

L’accorato appello, frattanto, di Papa Francesco ad immaginare e praticare, con giovanile slancio, una “Chiesa in uscita”, raccoglie nel mondo cattolico adesioni e perplessità in un precario equilibrio che non agevola certo la comparsa di un nuovo protagonismo socio-politico.

D’altro canto, rimproverati per decenni dalle componenti laiciste di non possedere sufficiente “senso dello Stato”, da qualche tempo i cattolici democratici sono rivalutati storicamente proprio sotto questo profilo politico-istituzionale di pertinenza. Ma non c’è modo e spazio di compiacersene visto che sovrasta in cronaca – negata e pur vissuta – una  “crisi di nervi” dagli esiti  imprevedibili.

 

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2 thoughts on “Cattolici e politica. Stupiti e frastornati

  1. Certo che “Chiesa in uscita” come formula sintetica indica, o indicherebbe, solo una disposizione d’animo, un atteggiamento di fiducioso impegno verso l’esterno, che si contrappone – sempre per formule – alla mentalità difensiva e alla predisposizione all’arroccamento. Come tutte le formule, matematica a parte, non dice più del suo contenuto letterale. In particolare “uscita..per dove” resta di per sé un problema aperto alle ulteriori indicazioni.

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