Francesco, la Chiesa e le periferie

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Il cardinale Ratzinger, poco prima del conclave del 2005 da cui uscì col nome di Benedetto XVI, a Subiaco, aveva proposto l’idea delle minoranze creative. Sulle orme e il riferimento a S. Benedetto, aveva prospettato la possibilità di una Chiesa che si fondasse su tali minoranze e sulla loro eredità di valori. Ne scaturiva una ecclesiologia accompagnata dalla proclamazione dei “principi non negoziabili”. Resta da aggiungere che una declinazione meno raffinata di quella espressa da un personaggio di cospicua cultura, e non solo teologica, come Benedetto, la declinazione di Camillo Ruini nel contesto italiano, non ha sortito effetti sperati e cospicui.

Parto da questa constatazione per tre ordini di considerazioni. La prima la ripeto per completezza di discorso. I principi come tali, sono sempre non negoziabili dal momento che principio negoziabile costituisce semplicemente un ossimoro; altra questione è la realizzazione del principio nella costruzione della città dell’uomo. Questo livello non può rimuovere la distinzione tra “azione cattolica” e “azione politica”, una costante del movimento più interessante di cattolici in politica. La conseguenza sta nel tentativo di realizzare il massimo possibile di bene, in situazione e con riferimento al principio, declinato attraverso una mediazione culturale autonoma di carattere laico. La perfezione in politica raramente è praticabile per ragioni di contesto e di dialettica. Senza tale autonomia una presenza di cattolici nella vita di una nazione resta improbabile; non che la soluzione di continuità dei partiti di ispirazione cristiana sia risultato esclusivo di un’indebita ingerenza delle sfere religiose in quelle politiche, tuttavia ne costituì una componente importante.

Seconda considerazione. Con papa Francesco c’è, in merito un cambio di prospettiva, su due livelli. A) Una ridefinizione del loro elenco, oltre i principi che attengono il valore della vita nei vari stadi dal concepimento alla morte; al di là di una marcata attenzione alle relazioni sociali e di sviluppo della persona debole (secondo il capitolo 25 di Matteo), resta l’indicazione che fonda ogni principio “non negoziabile”, l’opzione preferenziale per i poveri. Direi anche che si tratta del principio fondativo di ogni altro: la centralità del povero. Va anche aggiunto, e si tratta di una coerente conseguenza, che non siamo in presenza di una categoria solo culturale e sociologica, ma a una definizione dottrinale e teologica. B) Emblematicamente, le resistenze ad una simile prospettiva sono prevalentemente interne alla struttura ecclesiastica, allo stesso modo con cui nella parabola del Samaritano, il sacerdote e il levita non si fermano di fronte all’uomo messo in difficoltà, si ferma l’escluso, l’emarginato, il rifiutato dalla legge; in ultima analisi si ferma una fattispecie di povero, il quale diventa l’attore della misericordia indicata dal Padre. Il povero diventa maestro.

Terza considerazione. I poveri vanno incontrati nelle periferie, gli uomini di oggi vanno cercati nella loro concreta realtà, nel loro ambiente. La Chiesa che esce incontro ai poveri diventa il segno della salvezza. Anche qui servono due livelli di ragionamento. A) I limiti territoriali (diocesi, parrocchie…), benché non superati, soprattutto quando si stabiliscano su specifica ecclesiologia (diocesi o Chiesa locale) non sono più sufficienti ad assicurare una pastorale dell’incontro: come dire che la missione si realizza in una storia degli uomini oltre confini fissati e stabiliti. La salvezza si realizza nel suo luogo proprio, il creato offerto da Dio agli uomini per un governo responsabile e rispettoso. B) Non siamo solo alla fine di un regime di cristianità, una fine già “proclamata” da Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Vaticano II quando fu riconosciuto che la protezione del potere civile alla Chiesa aveva comportato una condizione di pericolo alla libertà religiosa; non siamo solo alla fine di una Chiesa che si pone come forza sociale di conquista, con rilevanza pubblica. Significa realizzazione di una scelta religiosa e pastorale; significa scegliere un cammino col mondo che, creato da Dio, non può non comprendere le orme del bene. Si tratta di una valutazione di ottimismo e di speranza che comporta discernimento delle realtà terrene e delle loro possibilità di crescita alla luce della Parola di Dio.

A poco, a poco le scelte del pontificato stanno definendo le tappe di un percorso spirituale, indipendentemente da ogni “rivoluzione istituzionale”, per ora ben poco realizzata. Solo un futuro pontificato potrà confermare la stabilità di un processo e la sua strutturale ragione di continuità oppure la sua irripetibile contingenza.

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One thought on “Francesco, la Chiesa e le periferie

  1. Premesso che l’espressione opzione preferenziale non è affatto una tautologia (tra diverse opzioni ce ne potrebbero essere una o più prioritarie, secondo un criterio ordinale), la POLICY SUI COMMENTI (che si trova nella colonna a destra in home page) prevede che l’autore del commento dichiari anche il cognome. Ti invitiamo a farlo, in modo da non doverlo rimuovere. Grazie.

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