Quando regista rima con stakanovista… Quali i cineasti più “laboriosi”?

Nuccio Lodato

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Tanti anni fa un notissimo critico italiano accusò uno dei nostri maggiori registi, oggi passato longevamente quanto drammaticamente a miglior vita in piena gloria, di avere una concezione “impiegatizia” del suo lavoro. Ricordo di persona che negli anni Sessanta, a Genova, al bar che separava/congiungeva in via Niccolò Bacigalupo i teatri Duse e Genovese, un enorme attore tuttora vivente – all’epoca bandiera dello Stabile genovese di Chiesa e Squarzina – sorbendo il caffè al banco prima di riprendere le prove, fosse solito lamentare di come il suo lavoro somigliasse troppo al “timbrare il cartellino”. E il grande Howard Hawks, conversando con l’amico-intervistatore McBride negli ultimi anni della sua vita, a proposito di un collega del passato osservava: “Woody Van Dyke si limitava a posizionare la macchina da presa e a riprendere: assolutamente senza composizione, nessun movimento, niente di niente. Sistemava la macchina da presa e riprendeva. Gli preparavano il lavoro: lui finiva per l’una e andava a casa. Fede dei buoni film”.

Mi è capitato, un paio di mesi fa, di partecipare a un piccolo ma assai riuscito convegno, organizzato dal Circolo del Cinema di Tortona, sull’opera di Woody Allen, proprio nei giorni in cui stava riprendendo piede la singolare caccia alle streghe, retrospettiva e alla rovescia, che di quando in quando torna a coinvolgerlo. E in cui si metteva in dubbio  la volontà stessa, da parte di Amazon, di dare effettivamente il via alla realizzazione del suo nuovo, annunciato A Rainy Day in New York (non so, al momento, come si stiano mettendo le cose).

Occasione illuminata da due, come sempre, magistrali relazioni degli amici Pier Maria Bocchi e Luca Malavasi, che si erano intelligentemente ripartiti i compiti, affrontando in maniera coordinata diversi periodi e fasi del lavoro woodyalleniano, pur in una comune prospettiva radicalmente favorevole all’autore. Tale loro prolungato e ribadito atteggiamento critico, del resto (compendiato nel magnifico libro di Pier Maria, Woody Allen. Quarant’anni di cinema, Le Mani 2010), aveva rappresentato il motivo per cui il presidente Roberto Santagostino e Loretta Ortolani, ideatrice dell’occasione, avevano deciso di invitare proprio soltanto loro due ad alimentarla.

Nel dibattito finale, sotto la fresca, assai positiva impressione de La ruota delle meraviglie, e nuovamente a cena poco dopo, il discorso ricadde, quasi inevitabilmente, anche sull’iperproduttività di Allen: quella sua necessità imprescindibile -preparare film e girare come respirare- di mettere fuori, in media ma anche di fatto, un’opera l’anno, quando non due.

Ripensandoci, mi sono poi posto la domanda se fosse davvero lui il più stakanovista dei registi in attività o anche del passato. Un giochetto infantile, se volete, ma che mi ha intrigato. Allora, senza ricerche straordinarie, semplicemente con Indici Mereghetti 2017 e Imdb alla mano, mi sono divertito a censire i cineasti col maggior numero di titoli all’attivo, rapportando tale dato assoluto ai corrispondenti anni di effettiva operatività nel sonoro (il muto avrebbe troppo complicato le cose…), e ricavando, col dividere il numero totale dei film per tale dato, la rispettiva… produttività media annua. Il risultato, per certi versi ovvio, per altri sorprendente, è quello della tabella allegata. Non mi risulta che una simile “ricerca” -nel suo assoluto, inutile essere fine a se stessa, ma trastullante- fosse già stata tentata (anche se bisognerebbe evitare di riscrivere libretti di melodramma che esistano già a nostra insaputa, ammoniva Visconti…). Lascio il relativo commento all’improbabile lettore eventualmente incuriositosi, e mi limito a proporre qualche mia impressione superficiale. Precisando ovviamente che il tipo di indagine condotta nulla aveva a che fare con la qualità artistica o culturale della produzione esaminata: i suoi esiti infatti spaziano dai ripetuti padri di autentici capolavori a realizzatori di cose che -magari a torto: oggi una rivalutazione non si nega a nessuno…- personalmente non sarei mai entrato in sala a vedere, neppure sotto minaccia armata. Non per stolto pregiudizio o ancor più stolido rifiuto a priori, sia chiaro: niente mi inorridisce come l’atteggiamento di chi se la prende con film che non è andato a vedere! Ma perché nell’adolescenza i miei sciagurati amici del sabato sera mi ci trascinavano a forza, e talvolta il masochismo mi riconduce anche oggi davanti ad essi, sul teleschermo, quando non addirittura in streaming…[Mentre scrivo, ad esempio, l’occhio sinistro e il corrispettivo orecchio si volgono con intermittenza a… I 4 tassisti di Giorgio Bianchi (1963) che sta snodandosi per suo conto sul teleschermo: queste antiche brutte cose non erano poi così male!].

  1. I registi “veloci” sono una sorta di gruppo a sè. Contando le filmografie di centinaia di loro colleghi, ci si rende conto che il traguardo-limite che distingue gli Stakanov della mdp è quello dei 40 film: al di sotto, si crea una specie di terra di nessuno, che relega (o distingue…) i più “lenti” su valori notevolmente inferiori. Non ci sono, in altre parole, molti registi da… 39 o 38. Chi non ha l’abitudine di sfornare uno o due titoli annui (e, prima ancora, di trovare il produttore che glielo consenta) ha bisogno di assai più tempo tra una realizzazione e l’altra. Senza giungere ai casi limite, come ad esempio quello di Terrence Malick, con soli quattro film tra l’esordio con La rabbia giovane del 1973 e la ripresa di The Tree of Life nel 2011 (i puristi tra i suoi intransigenti sostenitori potrebbero paradossalmente dichiarare  che nei sette successivi anni, fino all’imminente Radegund, ne abbia poi fatti troppi!). Tutto questo per dire che la rosa limitata a una quarantina di nominativi -tutti padri di almeno altrettanti film- della tabella che si acclude si è, in certo qual modo, quasi autogenerata.
  2. Lavorare (tanto) stancherà, come ammonivano il detto popolare e Pavese, ma fa bene… all’aspettativa di vita. Quasi i tre quarti dei nominativi selezionati sono o sono stati almeno ottuagenari: sette di loro hanno toccato o superato quota 90! E non si obietti che sia stata proprio, in sé, la lunga esistenza ha consentito il maggior numero di titoli, perché non è così: un’attenta disamina comparativa dei dati dimostra come l’intensificazione produttiva sia indipendente dall’età raggiunta e dalla durata stessa della personale permanenza sul pianeta. Pasquale Festa Campanile, secondo classificato, ci ha lasciati decisamente troppo presto; l’immenso Fassbinder, terzo, è addirittura morto in giovanissima età. I fratelli Corbucci si sono congedati entrambi a un traguardo di anni, per la media odierna, davvero troppo esiguo, ma stracarichi l’uno e l’altro di lavoro pubblicato. Carlo Vanzina e Neri Parenti, che non hanno ancora raggiunto la settantina (soglia oggi non più considerata proibitiva, per la fortuna anche di chi scrive, che l’ha già… ben bene oltre-passata) con all’attivo filmografie non indispensabili, ma tendenzialmente
  3. Chi ha cominciato presto… finisce tardi! La pattuglia di eletti già alle prese con la regìa con gli anni Venti (quando non addirittura Dieci) del secolo scorso è riuscita a tirare ben in lungo. Scorrendo la graduatoria, Curtiz e Hitchcock, Walsh e Ford, Cukor e Hawks, Camerini, Taurog e Wellman, ottimanente piazzati già così, raggiungerebbero, sommando i loro titoli muti, quote complessive e quozienti, rispetto ai quali non ce ne sarebbe per nessuno.
  4. C’è una ben diversa altra pattuglia, la cui incisiva presenza colpisce. Quella, per così dire, senza spocchia o disprezzo, ma solo per brevità, degli artigiani o talora mestieranti del cinema italiano. Steno ne è non a caso il grande capofila sia in termini di risultato quantitativo che di autorevolezza rappresentativa, da Al diavolo la celebrità a quattro mani con Monicelli del ’49 ad Animali metropolitani del 1987. Ma dopo di lui vengono, a fiume, con suo figlio, appunto Festa Campanile e Mattoli, i citati Corbucci, Lenzi e Fulci, Girolami e Mastrocinque, Sergio Martino (nipote di Gennaro Righelli/Maria Jacobini, e fratello dello scomparso produttore Luciano) e Simonelli. Non saranno immortalati nella storia delle arti, ma hanno intrattenuto milioni di spettatori e fornito risorse non secondarie anche per la copertura di imprese più nobili.
  5. Ma la quantità non è ostile a priori alla qualità. Nell’elenco infatti, oltre al già rammentato e svettante Fassbinder, entrano con tutta la loro impareggiata autorevolezza, insieme ai molti maestri hollywoodiani di lunghissimo corso già rammentati al 3., anche Bergman e il suo in passato emulo Allen, gli ex-dioscuri della nouvelle vague Godard e Chabrol, Huston e Lumet, Corman e Freda, Bolognini e Lizzani, Avati oltre al già citato Camerini, e naturalmente la sacra trimurti della Commedia all’Italiana: in ordine alfabetico Comencini, Monicelli e Risi.
  6. Mi accorgo, rileggendo, di come l’unico dei 41 selezionati che non sono riuscito finora a nominare neppure una volta sia Gordon Douglas. Effettivamente, ha un po’ l’aria di color che son sospesi, equidistante tra l’Olimpo di 5. e l'”albergo degli assenti” (come direbbe l’amico Germani in omaggio a Matarazzo…) di 4. Ma se ripenso a certi Laurel e Hardy e ai western che mi deliziarono l’infanzia, o a due o tre film di investigatori che mi intrattennero bene tra i venti e i venticinque anni, sono contento che anche lui –peraltro andatosene carico di segreti e profondità della storia del cinema fin quasi dalle origini…- di film abbia avuto la voglia e l’opportunità di farne così tanti.

tab

N.B. Con la sola eccezione di Fassbinder, per evidenti motivi, sono stati presi in considerazione soltanto registi con una produzione pari o superiore ad almeno quaranta titoli. Non è stata considerata agli effetti del computo, per evidenti motivi (differenti modi di produzione; durate diverse dal lungo-metraggio; difficoltà di certezza filmografica) il curriculum dei  dieci, tra i quarantadue cineasti “ammessi”, già dediti alla regia nel periodo muto, che ci si è limitati a evidenziare. Per altrettanto ovvie ragioni, ci si è limitati a considerare la produzione del cinema occidentale, in difetto assoluto di conoscenze dirette e dati filmografici attendibili riguardanti gli altri continenti.

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