Fondata sul lavoro

Marco Ciani

Settant’anni fa, il 1° gennaio del 1948, entrava in vigore la nostra Costituzione.  Essa inizia con il celebre primo comma dell’art.1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Riflettere, in occasione del 1° maggio, sul legame tra la cittadinanza ed il diritto al lavoro può costituire un modo adeguato di riprendere il tema.

Cosa significa “fondata sul lavoro”? Gustavo Zagrebelsky, in un saggio del 2013, fornisce la spiegazione probabilmente più convincente. L’ascesa delle masse popolari ha condotto il mondo del lavoro alla vita politica e all’accesso alle istituzioni.

Gli elettori che rappresentavano meno del 2% della popolazione nelle prime consultazioni del Regno d’Italia nel 1861, nelle votazioni repubblicane del 1948 furono quasi il 60% dei cittadini, incluse le donne.

L’allargamento progressivo del suffragio ha avuto principalmente il significato di elevare i lavoratori, organizzati nei partiti, al ruolo di “sovrani” dello Stato. Un progresso enorme dopo un ventennio di dittatura. L’ampliamento conseguente della sfera dei diritti politici fino ad includere il welfare (oggi alquanto periclitante) ci ha reso una democrazia sociale.

Malgrado l’enfasi posta dai padri costituenti sul lavoro, sperimentiamo attualmente grandi difficoltà nella declinazione pratica dei principi fondamentali della Repubblica. Il lavoro non è un diritto perfetto, cioè applicabile immediatamente in virtù di una legge, ma un diritto condizionato, che si perfeziona solo in seguito allo svolgimento di politiche attive.

Se un disoccupato si rivolge al giudice, quest’ultimo non gli trova un impiego. Non si tratta infatti di un bene esistente in natura sul quale si possano accampare diritti ma va realizzato creando operosamente le condizioni favorevoli al suo sviluppo.

Il problema sta allora soprattutto nella promozione delle opportunità e, parallelamente, nella rimozione degli ostacoli «…di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono […] la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (dall’art. 3 della Costituzione).

Ma chi ne ha l’autorità e la missione, ha fatto finora e sta facendo quanto dovuto per realizzare i presupposti utili alla creazione e, credo si debba aggiungere, alla dignità del lavoro? Viene fin troppo facile rispondere in modo sfavorevole. Purtroppo.

Chi non ha un’occupazione continua spesso a rimanerne privo. Chi è precario rischia di perdere anche il sogno di costruire una famiglia. Chi spera in un impiego ed un salario decorosi vede le sue aspettative frustrate. Chi vorrebbe porre le basi per una vecchiaia tranquilla assicurata da una pensione sufficiente, garantita da una contribuzione stabile, deve rinunciare. Così la speranza si stempera fino a dissolversi.

Tale situazione non è irreversibile. Le cose possono cambiare se ritorniamo all’ordine costituzionale, nel quale il lavoro costituisce la priorità. Che significa subordinare ad esso l’economia e la politica. Al contrario di oggi.

Ma come si fa?

In primo luogo attraverso formazione/istruzione di qualità, politiche attive efficaci, promozione del merito (termine quasi blasfemo nel nostro paese), della concorrenza regolata e adeguato sostegno per chi viene espulso temporaneamente dal mondo produttivo. In un quadro di solidarietà garantito da politiche sociali consistenti, affinché nessuno sia lasciato indietro.

Quindi mediante scelte che favoriscano chi produce a scapito di chi vive di rendita, cioè senza generare valore. Anche attraverso una strategia industriale che agevoli chi vuole investire rischiando i propri capitali in attività che impiegano manodopera. E riforme fiscali mirate. Per esempio, detassando alcune parti del salario, privilegiando gli investimenti, riducendo la burocrazia, migliorando la gestione del contenzioso giudiziario, abbattendo i costi dell’energia elettrica, e così via.

Le parti sociali, sindacato e imprese, hanno una parte importante. Anche al di là della pur imprescindibile contrattazione. Buone relazioni e sviluppo dei canali di comunicazione possono favorire un processo strutturale di partecipazione alle scelte organizzative che agevoli il gioco di squadra. Un aspetto sempre più importante nel mondo iper/competitivo attuale. Alcuni accordi recentemente sottoscritti vanno nella direzione giusta. Ma dovremo ancora rimboccarci le maniche.

Ritornando al nostro Paese, se vogliamo far vivere i diritti sanciti dalla Costituzione, il frutto più importante del nostro riscatto nazionale post/bellico, dobbiamo recuperare la consapevolezza di essere un popolo e non soltanto una somma di individui ripiegati sui loro interessi egoistici. Una coscienza civile che oggi abbiamo forse disperso sulla Luna, come il senno di Orlando.

Ciò significa soprattutto fare la propria parte in vista di un bene comune spesso ignorato. Anche perché «La Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (dall’art. 2 della Costituzione). Dovremmo ricordarcelo più spesso. Ma le parole, da sole, non bastano. Sosteneva Alcide De Gasperi, che sottoscrisse la carta costituzionale da Presidente del Consiglio, «Politica vuol dire realizzare».

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