Dissoluzione di un progetto

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Non capirei, in coerenza con una tradizione ed un obiettivo, un governo M5S e PD; anzi se una tale prospettiva si definisse e si realizzasse avrei serie obiezioni a ribadire la mia opzione elettorale. Dico, in premessa che oggi potrei ritenere possibile una democrazia di ispirazione riformista, non esclusa la presenza di un contributo di cristiani, non già un partito di ispirazione cristiana.

Tento di proporre una valutazione che tenga conto di un presente di degenerazione nella cultura politica e delle élite di vario genere. Per questi motivi mi sembra improprio sostenere, al pari di qualche autorevole opinionista, che in condizioni di emergenza, sono possibili alleanze anche tra forze politiche alternative come è già successo quando si è profilata la possibilità di un compromesso storico tra la DC e il PCI. Sarebbe improprio per due motivi: intanto perché i due poli del confronto cattolico e comunista della prima Repubblica non si sono mai delegittimati, come è successo oggi nel corso dello scontro elettorale; inoltre perché la cospicua fondazione culturale del compromesso citato, è stata espressione della convergenza di forze popolari nello spirito del richiamo alla Resistenza per rispondere ai pericoli della democrazia compiuta indotti sia dal terrorismo sia dal blocco di ogni alternanza dialettica.

Ciò premesso e venendo allo specifico del contributo dei cristiani e all’acquisita impraticabilità di un partito, mi pare di poter osservare che, in prospettiva storica, non si possono ripetere esperienze ragguardevoli e tuttavia esaurite. Le cause, nello specifico italiano sono almeno tre; la prima riguarda la stessa forma partito per tutte le opzioni politiche, le altre due attengono la storia del Movimento cattolico negli ultimi decenni del secolo scorso. Sul fallimento della forma partito come strumento della partecipazione attiva di tutti i cittadini alla formazione della politica nazionale abbiamo già detto. Senza i luoghi del confronto dialettico non c’è partito e non c’è democrazia e il confronto non si realizza con gli strumenti social/network. Tutti i “defunti” partiti sono vittime di questa carenza

Per quanto attiene la definitiva dissoluzione di un partito di ispirazione cristiana si aggiungono, per l’appunto, altre due cause. C’è stata una impropria o addirittura errata interpretazione della “scelta religiosa” dell’associazionismo ecclesiale degli anni settanta. Si trattava di una scelta che si proponeva di distinguere nella realizzazione della città dell’uomo, il livello religioso da quello politico e proporre un percorso di accompagnamento della società civile e non una sua conquista. Purtroppo una parte del movimentismo cattolico ha interpretato la “scelta religiosa” come  disimpegno e come indicazione di riflusso nel privato; questo ha indotto una confusione di linguaggio che ha bloccato un importante retroterra culturale della presenza di cristiani impegnati in politica. Si aggiunga che le cospicue indicazioni di Paolo VI, soprattutto nella “Evangeli Nuntiandi” non hanno sortito gli effetti di una grande speranza rimasta tale.

Si è aggiunta una seconda causa dovuta agli equivoci sui “valori non negoziabili” come se quelli relativi alla vita fossero alternativi a quelli relativi ai rapporti umani e alle istanze evangeliche circa l’attenzione ai poveri di ogni categoria. Inoltre si è intromessa una prassi di presenza clericale nella politica che in modo surrettizio ha contribuito ad affannare il dibattito intra/cattolico e ha rimosso il metodo e il fine del confronto dialettico verso il massimo di bene possibile. Nell’elettorato già distratto dall’assenza dei luoghi del confronto si è aggiunta la percezione di un pianeta cattolico incapace di risolvere alcuni snodi di fondo per una presenza qualificata. La fine della DC si è verificata in parallelo e, almeno in parte in conseguenza di questo complesso negativo o tappa improvvida del processo specifico del Movimento cattolico.

La dispersione non sembra proporre recuperi; tuttavia una ripresa del dibattito all’interno del riformismo sarebbe possibile; la premessa su cui dovremo pur insistere in una pubblicazione come la nostra, sta nella ripresa di élite disposte a metter il loro merito a servizio della società civile.

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2 thoughts on “Dissoluzione di un progetto

  1. Il richiamo al difficile dialogo DC-PCI ha senso soltanto perché si è compiuto in Parlamento e il Parlamento ne ha sancito l’esito. Oggi ci si richiama soprattutto al “popolo” (quello che, in altri tempi, consentì lo svuotamento dei poteri del Parlamento a favore della “piazza”). Popolo che, durante la campagna elettorale, troppi partiti hanno blandito con promesse irrealizzabili (e scambiandosi insulti reciproci da piazza) e che ancora vorrebbero incontrare in piazza per sentirne gli applausi, come accadde un tempo a Mussolini e Hitler, o come continua ad accadere con i populisti come Peron, l’latro ieri, e Chavez ieri, o, oggi, come Salvini e Berlusconi. Ai quali Renzi cerca di assomigliare sempre meglio: anch’egli vuole comandare, non governare per il bene dell’Italia.
    Dimenticando quindi che l’Italia abbisogna di: drastica e rapida diminuzione debito pubblico; urbanistica che cura i territori storici e assegna agli Uffici Tecnici dei Comuni e delle Province compiti di conoscenza e di salvaguardia delle risorse d’arte in essi diffuse connotandone la storia e la cultura (come scrisse, già nel 1976, il direttore dell’ICR, Giovanni Urbani, del quale ricorrerà il XXV della morte nel 2019); fattiva funzionalità della pubblica amministrazione; facilitazione della costituzione di nuove imprese di giovani vocati a nuove imprenditività per il bene comune; sviluppo e potenziamento dell’Unione Europea quale centro di più compiuta politica internazionale…
    Se il Parlamento è il centro della vita politica, è in Parlamento che si formano i governi: anche tra forze che, in piazza, sono state così stupide e presuntuose da ritenersi maggioritarie anche con il 15% dei voti espressi (quindi, legittimate a delegittimare tutti i “nemici”, giammai considerabili “concorrenti” con uguali diritti e doveri civili). Voti che sono meno dei due terzi degli aventi diritto (in Molise, addirittura la metà): con la conseguenza che ogni percentuale deve essere ridotta a 2/3, o addirittura a metà).
    Se i partiti considerassero questa realtà, il loro primo compito diverrebbe quello di meglio motivare alla politica tutti i cittadini. Se non lo fanno, significa che badano al potere, non al consenso reale che dia vigore a scelte di governo per il bene comune.

  2. Cosa farebbe un serio imprenditore
    al suo primario amministratore
    quando affidata l’azienda con un alto consenso di mercato
    se lo vede in poco tempo più che dimezzato?
    Cosa farebbe lo stesso
    a chi invece gli triplica il successo?

    Il futuro della nazione è già arrivato
    da MR a MS il passaggio si è consumato
    e si continua a non capire il perché
    nelle desolanti parole di chi invece non è.
    Sarà un cataclisma? Portate pazienza,
    l’ha scelto il popolo, questa è la differenza.

    “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”

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