Un comunista liberal: Mino Argentieri

Nuccio Lodato

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Un anno fa, il 22 marzo, moriva a Roma a 89 anni Mino Argentieri. Vorrei qui ricordarne la rigorosa mitezza e l’autentica sapienza di “uomo di altri tempi”, scusandomi se in qualche passaggio sarò ripetitivo rispetto a quanto ebbi già a scriverne qui, appunto in quella dolorosa circostanza.

Personalmente ritengo che il maggior riconoscimento cui si debba aspirare oggi, anche tenendo conto di come stanno andando le cose (penso pure alle elezioni…) sia quello di poter essere definiti «un uomo [o una donna, beninteso, per carità…] di altri tempi». Mino Argentieri, per sua e nostra fortuna, lo è stato a tuttotondo. Nell’incontro su di lui, giustamente organizzato dal Comune di Napoli a Palazzo San Giacomo due mesi dopo la sua scomparsa, il 17 maggio dell’anno scorso, Pasquale Iaccio lo ha molto appropriatamente ricordato, con una precisazione che può apparire dettaglio solo in apparenza (riproduco il testo del parlato): «Quando si trattava di mandare un saggio, o un qualsiasi scritto, mi arrivava a casa -ce le ho ancora- una normale lettera con l’indirizzo scritto, e dentro c’erano dei foglietti con il suo saggio. Che era scritto con una macchina da scrivere portatile, che doveva aver conosciuto tempi migliori».

E prima di lui, altrettanto simpaticamente ed empaticamente, cogliendo del pari nel segno, Valerio Caprara: «Mino era celebre per venire a Napoli, per fare gli esami che magari duravano due giorni consecutivi, finivano alle sei del pomeriggio passato e la mattina erano convocati alle nove, e nonostante tutti noi gli dicessimo: “Professore, rimane un po’, ci facciamo una pizza stasera…», «Oh, devo tornare a Roma, devo tornare a Roma”. E quindi si sobbarcava [due viaggi] al ritorno la sera e al rientro la mattina presto: tanto è vero che lui leggeva i giornali sempre un giorno dopo. Dice che li leggeva nella vasca da bagno, quando finalmente riusciva a fare il bagno. Però… quelli del giorno prima!». Istantanea perfettamente confermata e dettagliata, occupandosi del passo immediatamente precedente, dal ricordo di un ex-allievo, Gigi Petriccioli, che al termine delle lezioni aveva il dono di poterlo riaccompagnare appunto alla stazione (come che scrive a Genova col suo maestro Vito Pandolfi mezzo secolo fa: peccato che la distanza  tra Palazzo Raggio e il terminal aeroportuale del “devo tornare a Roma” lì fosse di poche centinaia di metri…): «Si partiva da piazza Borsa: io facevo una domanda, e si finiva che la sua risposta avveniva praticamente… sul treno!».

E Marco Asunis, nella medesima occasione, concludendo con una sintesi che potrebbe da sola tenere il posto di tutto questo articolo: «Era sempre rivolto alla conoscenza, alla capacità di entrare in contatto con gli altri e alla voglia di far crescere gli altri, sul piano della conoscenza e della cultura. Mino era questo: una persona assolutamente generosa, e faceva della leggerezza e della sua straordinaria ironia la capacità di relazione con gli altri. Una persona assolutamente democratica, rispettosa nei confronti degli altri, e mi piace ricordarlo in questo modo. L’ultimo periodo con Mino è stato un momento di battaglia straordinario: lui è stato un combattente fino alla fine, perché attraverso Diari di Cineclub si è aperta una campagna a favore della Biblioteca “Umberto Barbaro”. La biblioteca del cinema, un patrimonio della nostra nazione: ed è entrato in un rapporto assolutamente conflittuale con il Ministero e com la burocrazia del nostro paese».

Proprio da questo passaggio finale e da questo concetto occorre ripartire. Che Argentieri avesse ritenuto necessario assumere questa posizione di scontro aperto è un dato assolutamente allarmante, che inquieta, stanti la sua indole e il suo passato.

Oggi la figura di Mino scomparso -purtroppo- appare una magnifica sintesi di tutto quanto è venuto via via a mancare alla vita pubblica (politica e culturale) del nostro paese. Innanzitutto il senso alto delle istituzioni: che peraltro, diciamolo con franchezza, era la prima caratteristica fondamentale che distingueva il Partito Comunista Italiano, cui aveva accordato un’adesione tanto critica e ragionata quanto schietta e senza riserve (per cui la definizione di “comunista liberal”, che gli è stata assegnata da più di uno, nel suo probabile apparire oggi un ossimoro, è in realtà paradossalmente esatta).

L’impegno personale per il quadro legislativo, economico e normativo del cinema italiano è stata una caratteristica che lo ha sempre contraddistinto-con pochissimi altri…- nell’ambito della critica italiana. Con esiti particolarmente rilevanti, quanto ad incidenza, soprattutto nella prima metà degli anni Sessanta, sullo sfondo dell’Italia allora sì autenticamente riformista e riformata del primo centro-sinistra, quando il suo dialogo col collega e omologo socialista Lino Micciché (gli “uffici cinema” dei partiti veri di allora!) condusse, essendo ministro dello Spettacolo il socialista -intelligente, aperto e dialogante: all’epoca non era il solo!- Achille Corona, alla promulgazione dl quella legge 4 novembre 1965, n. 1213, che costituì all’epoca uno straordinario passo in avanti per il cinema italiano (e anche se non soprattutto, grazie all’art. 44, per i circoli del cinema). E tutto questo senza lasciarsi smontare dalle accuse, frequenti nel chiacchiericcio romano d’ambiente dell’epoca -ne sono stato testimone… auricolare- di essere, in combutta con Lino, il portatore di un “centro-sinistra allargato”, nonostante il PCI fosse allora, come prima e in fin dei conti anche dopo, perpetuamente all’opposizione.

Ma il punto centrale, che va al di là della stessa rilevanza della figura di Mino (e di altri suoi colleghi di pari peso, quei non molti) è quello dell’autorevolezza, allora generalmente riconosciuta a determinati ambienti e a precise e ben qualificate esperienze. Argentieri, in quanto personalmente autorevole, viene investito della titolarità della rubrica critica di «Rinascita», allora a sua volta particolarmente vissuta come autorevole, anche in ragione della serietà e del prestigio del partito politico che la esprimeva. E del credito “togliattiano” di cui il periodico godeva, anche al di fuori delle aree riconducibili alla sinistra.

La stessa aura di autorevolezza emanavano, presso gli appassionati e la sinistra culturale in genere, «Cinema 60» e le altre riviste specializzate dell’analogo orientamento (come quelle di diversa inclinazione, per la verità e la precisione). Mino ebbe l’idea di far coesistere col nuovo mensile di critica e di cultura, che veniva progressivamente affermandosi, un quindicinale formato giornale, «Questocinema», che dibatteva in termini militanti proprio le questioni dell’organizzazione politico-produttiva del cinema italiano e degli audiovisivi in genere.

La successiva stagione, quella della caduta del muro e dell’affermazione di Forza Italia nel 1994 (affiancando incredibilmente i leghisti nel “Polo della Libertà” al nord, e i fascisti in quello “del buon governo” al sud: oggi non è stata neppur più necessaria la duplice finzione), avrebbe cambiato radicalmente il nostro paese -o meglio, più esattamente, fatto affiorare un suo volto sotterraneo e nascosto) e liquidato quella virtualità di dialogo fattivo tra politica, legislazione, economia e cinema, nell’arroccamento insieme offensivo e difensivo di interessi conflittuali superiori, ad Personam. È proprio da quella svolta che l’essere tacciati di “uomo d’altri tempi” ha cominciato a divenire un riconoscimento via via sempre più desiderabile e prezioso. Nel periodo successivo, per una serie complicata di concause che non è questa l’occasione per rianalizzare, la cultura cinematografica sarebbe divenuta, se non marginale, certo secondaria nella vita italiana complessiva.

Per fortuna l’apertura, da non molto tempo prima finalmente sopravvenuta anche per la storiografia cinematografica e la critica più serie e preparata, del riconoscimento universitario, e la continuità della militanza a fianco del movimento dei circoli del cinema, mai abbandonata, avrebbero dischiuso a Mino un’ulteriore strada, altrettanto felice e fruttuosa. I suoi risultati, sotto forma di libri e corsi,  tesi sostenute, sostegno al fermentare del cinema e delle strutture per la sua diffusione a Napoli, non a caso proprio in quei lustri particolarmente felici, sono a tutt’oggi tangibili. In misura non diversa e inferiore dalla propulsione di parallele esperienze esercitata in Venezia Giulia e Friuli dalla cattedra triestina prima appunto di Micciché, poi di Farassino. Come avrebbe detto Cristina Campo: Mino carissimo (caro Lino, caro Alberto), il  nostro pensiero non vi lascia…

* * *

L’estrema volta e la prima con «l’ultimo critico militante»

n.l.

(Infliggo a chi voglia leggerla questa aggiunta un po’ egocentrico-autobiografica, al solo scopo di dimostrare quanta incidenza potesse allora avere la critica nella formazione dell’interesse ragionato e consapevole  dei ragazzi per il cinema, in un’Italia che ne teneva ancora l’insegnamento ben lontano dalle aule universitarie).

“Filmografia a cura di Mino Argentieri e Giovanni Vento”. Così si intitolava la corposa appendice che concludeva la lussuosa nuova edizione rilegata1961, Parenti, Firenze- della Storia del cinema italiano di Carlo Lizzani.

Avevo quindici anni, quell’estate, e mi ero già “preso” per l’Arte del film”, come allora crocianamente, o quanto meno, idealisticamente si diceva [Chiarini!], oltre che da spettatore -ancor che forzatamente escluso dal divieto ai minori dall’esplosione dei Fellini Visconti Antonioni Rossellini De Sica Monicelli che facevano epoca- da lettore affascinato  e pieno di meraviglia della sinteticissima Storia del cinema di Bianchi e Berutti messa fuori da Garzanti.

Questo ulteriore volume, con un’elegantissima copertina bianca sopra un ricco telato arancione con scritte oro, faceva bella mostra di a Rapallo, dove allora soggiornavo, nella vetrina di un’ambiziosa libreria che sarebbe ben presto scomparsa. Entrai per conoscerne il prezzo. Cinquemila lire. Una bella botta per l’epoca. Esitai a lungo prima di richiederle in casa, dove mio padre mio consegnò immediatamente e con molta naturalezza la banconota verde senza batter ciglio. Gesto generoso ma incauto, poveruomo, anche se a distanza di così tanto tempo gliene sono ancora molto grato: non immaginava, con quella piccola imperturbabile elargizione, di propiziare l’ingresso di suo figlio, unico e allevato nella temperie clerico-fascista in buona fede della famiglia, ma avido lettore autonomo adolescente, nell’area culturale e poi anche politica della sinistra.(Confidai ingenuamente la gioia per l’imminente acquisto a un’ammirata amica della compagnia del mare, intelligente ma un po’ snob, che mi gelò con un sarcastico «che emozione!»: il berlusconismo incubava decenni prima di Berlusconi, nonostante la ragazzina mi suggestionasse non poco).

La lettura del volume non mi sarebbe apparsa travologente, pur introducendomi ai fondamenti di base delle vicende -economiche e legislative più che artistiche, per la verità…- del cinema italiano dal muto al sonoro. Lizzani era disponibile e civilissma persona. Avrei avuto modo di costatarlo personalmente molti anni dopo, quando lavoravo, nella sua Ovada, sulla figura e l’opera di Ubaldo Arata, il direttore della fotografia anche di Roma, città aperta  e lo inviai a una proiezione commentata del suo incantevole Celluloide (sulla realizzazione del film, dal romanzo omonimo di Pirro), che poi purtroppo non si concretò (come il mio libro su Arata con l’Accademia Urbense: spero che gli amici ovadesi abbiano potuto perdonarmelo, nonostante… la Treccani Cinema, per la buona fede dell’amico Stefano Masi, lo annoveri in bibliografia!). Il Lizzani regista, pur con i suoi alti e bassi, è stato sicuramente superiore al pur benintenzionato e volonteroso storico. Il Lizzani geniale, aperto e ispirato direttore della mostra veneziana 1979-1982 li ha probabilmente superati entrambi.

Ma, per tornare finalmente all’apertura, se il libro in sé mi aveva un po’ deluso, la “Filmografia a cura di Mino Argentieri e Giovanni Vento” si rivelò un’autentica, imprescindibile e vertiginosa, per anni e anni quotidianamente frequentata miniera di informazioni e dettagli, allora veramente, (prima delle apparizione dal Catalogo Bolaffi di Rondolino e del lessico Sadoul adattato da Gobetti e Fofi per Sansoni, siamo tra il ’65 e il ’67) unica e indispensabile. Oggi, quando ormai basta pigramente un click per accedere informativamente all’universo, non è più possibile neppure immaginare la preziosità di una simile risorsa: tutti i film dei registi italiani del sonoro, e persino qualcuno del muto, allora esplorato peraltro in termini molto generici e superficiali dalla stessa sparuta storiografia accumulatasi, con precisi ancor che essenziali credits! Un’autentica bibbia mai vista in precedenza per l’appassionato, il cinéfilo, lo schedatore: nella mia memoria uno schedario anche visivo primigenio, che ha conservato a tutt’oggi una consultabilità mentale e “visiva”, aggiornato a matita come fu per anni e anni, tuttora alla base delle mie peraltro limitate conoscenze. E non c’erano solo i film a soggetto, ma addirittura tutti i documentari di quanti tra loro ne avessero realizzati: si apriva un ulteriore e altrimenti inaccessibile orizzonte, che solo in anni recentissimi il magnifico libro di Marco Bertozzi Storia del documentario italiano (Marsilio 2008) e il conseguente programma ciclico di RaiStoria Corto Reale (2013) avrebbero davvero superato.

Per capire chi fossero i miei provvidenziali quanto misteriosi curatori avrei dovuto aspettare ancora un po’ di tempo.

Di Giovanni Vento, per la verità, oltre a constatarne all’epoca il coinvolgimento nel generoso tentativo di gruppo zavattiniano de I misteri di Roma  (1963), avrei dovunto aspettare qualche anno per scoprirne l’attività di aiuto regista, documentarista (il bel Donne di Lucania, 1962, scritto da Massimo Mila e con la voce-incanto della grande Miranda Martino: il documentarismo di allora era intrnasigentemente meridionalista) e regista in proprio (il generoso ma sfortunato tentativo de Il nero, 1966). I suoi meriti sarebbero stati ricordati dettagliatamente, a partire proprio dalla preziosa filmografia, dallo stesso Mino, in un’ancor più preziosa intervista rievocante i suoi meriti anche per la nascita stessa di «Cinema 60» nel 1959, e il successivo, tragico troncamento della sua morte repentina e prematura (rinvio a Leonardo De Franceschi, Un’altra storia del 1968, tra cinema e Africa. Conversazione con Mino Argentieri, integralmente on line, www.cinemafrica.org).

Ma con Mino l’avvicinamento fu più facile e materialmente concreto: nel 1967 ebbe la generosa improntitudine di accettare a scatola chiusa -per via epistolare, lettera contro lettera, come si faceva allora- la richiesta di collaborazione di uno sconosciuto ventunne che bazzicava già da pochi mesi un paio di testate concorrenti ma non se ne accontentava. Avevo scoperto il critico di Rinascita indirettamente, dagli stralci delle sue recensioni ristmapate dal Nuovo Spettatore Cinematografico, che  lo stesso Gobetti e Gianni Rondolino avevano rilanciato a Torino dal ’63. Cominciai ad acquistare regolarmente la rivista culturale del PCI, che da poco era divenuta settimanale e aveva affidato ad Argentieri la regolare pagina cinerecensoria. (Lo facevo di nascosto dai miei, leggendola poi clandestinamente… Good times, wonderful times: poi il ’68 avrebbe fatto finalmente piazza pulita dei divieti!).

Vorrei solo aggiungere pochi magnifici frammenti di memoria. Un congresso nazionale FICC (quello di Grosseto, 1967…) dove fummo sorpresi a scoprire dalla lista elettorale sottoposta ai delegati che in realtà Mino si chiamava Domenico, ma ammirati quando riprese dalla presidenza -era segretario della Federazione, uscente e sarebbe stato entrante- seccamente un delegato che aveva tenuto un intervento piuttosto radicale e intransigente: «Non siamo venuti qui per stabilire con apposito esame chi è e non è marxista». Come ho già ricordato l’emozione di consegnargli il Guantone d’oro per la sua Vita da boxeur (il Signore ci perdoni la terminologia scelta, ma l’idea era sacrosanta…) nell’edizione 2005 del sepolto festival alessandrino della critica cinematografica Ring! (con lui premiammo altrettanto sacrosantamente e degnamente Guido Fink).

Ma debbo esternargli ancora la mia gratitudine di trascorso docente momentaneo e precario di storia del cinema pavese: mi ero accorto che agli studenti, per ragioni diverse, riuscivano indigeste altre storie generali del cinema, nazionali e straniere, che non nominerò. L’adozione della sua Storia del cinema italiano (Newton Compton 2006) mi/ci risolse parecchi problemi.

Bisognerebbe saper tenere un piede dentro e uno fuori dalle cose, diceva Rossellini. Mino ci è stato maestro anche in questo. Tante le ragioni per cui è lancinante la nostalgia per quanto affrancavo buste con dattiloscritti, secondo le sue istruzioni, non per la redazione di Cinema 60, ma direttamente indirizzate la sua abitazione di via dei Serpenti, vicino di casa di Giorgio Napolitano, il cui fratello Riccardo era una delle colonne portanti della Federazione Circoli del cinema (come l’altro, Antonio, rimasto nella natìa Napoli, filmologo di vaglia). Anche perchè si fa sempre più viva e confermata la consapevolezza -come scrisse qualcuno un anno fa- che se n’è andato con lui “l’ultimo critico militante”.

                                                        (“Diari di Cineclub”, 59, marzo 2018)

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