Popolari di sinistra (settima parte)

Carlo Baviera

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pclogogCome ultimo capitolo di quello che abbiamo definito “secondo periodo di Punto a capo”, bollettino politico della sinistra DC in provincia di Alessandria, di cui siamo al settimo appuntamento, merita dare spazio agli articoli corrispondenti al periodo antecedente la fine del partito (la DC terminerà formalmente la sua storia il 18 gennaio 1994, ma già tra il 23 e il 26 luglio 1993, si tenne l’Assemblea programmatica costituente, nella quale Martinazzoli lanciò l’idea di aprire la terza fase storica della tradizione cattolico-democratica con un partito nazionale di programma, da chiamare Partito Popolare. L’Assemblea concluse i suoi lavori approvando un documento politico che conferiva a Martinazzoli il mandato per costruire un Partito Popolare).

A fine 1991 in un periodo in cui si era verificata sul piano nazionale “una furiosa campagna di destabilizzazione che mira a piegare l’attuale sistema istituzionale e politico” (così si esprimeva Paolo Ferraris, Consigliere Regionale) sul bollettino si rifletteva grazie alle indicazioni di Ferraris su come affrontare il ’92 “per costruire”  per contrastare il tentativo di “sostituire e cancellare la DC, ritenuta non più necessaria”, mentre ciò che serviva era “individuare un tragitto positivo e costruttivo [..] significa cambiare abitudini ed inerzie consolidate e costruire una diversa concezione di Stato sociale, i partiti devono recuperare credibilità abbandonando il metodo dell’occupazione dello Stato, essere tutti consapevoli che deve tornare la stagione dei doveri e delle responsabilità, usare moderazione dell’uso delle risorse sterminate che deteniamo e generosità nel condividerle, riportare nella politica una forte tensione morale”.

Nel 1992, scoppiata la bufera <mani pulite> e ottenuto alle elezioni (la DC) un risultato che la portava per la prima volta sotto il 30% (non va dimenticato che nel 1991 si era tenuto il Referendum sulla preferenza unica promosso da Mariotto Segni, il quale referendum costituito una specie di rottura nelle tradizionali posizioni dei partiti, ma anche degli elettori; e aveva visto gli amici della sinistra democristiana, e non solo loro, divisi sull’espressione del voto), i promotori di <Punto a capo> ritennero di non cedere di fronte agli eventi preoccupanti dal punto di vista elettorale, ma di rilanciare, di rimettersi in cammino e di confrontarsi.

Ecco allora viene proposto per il 29 giugno di quello stesso anno un Incontro Dibattito dal titolo “Dopo la lezione del 5 aprile, quale futuro per la DC?”. L’introduzione sarebbe stata svolta dal Sen. Triglia, mentre erano previste comunicazioni di Pier Giuseppe Alvigini – ricercatore, Franco Coscia – sindacalista, Dario Fornaro – Vice Direttore dell’Unione Industriale.

Su Punto a capo si indicavano motivi e speranze di questa iniziativa. Partendo, come analisi, dalla “forte ondata di protesta che si è abbattuta sul sistema politico. [..] La sconfitta della DC, non irreparabile dal punto di vista numerico, è stata molto grave dal punto di vista politico. Nel quarantennio (di guida politica democristiana) tutte le difficoltà nate da situazioni politiche nuove sono state superate perché la DC era un grande partito di maggioranza relativa. [..] Dal 5 aprile tutto ciò non è più possibile” perché si è in una posizione di stallo: il continuiamo non ha che un’esile consistenza numerica, ma non esiste un’alternativa. Inoltre si è immersi in una trasformazione epocale  dove sono caduti  i socialismi reali, il capitalismo sembra essere l’unico modello, il nazionalismo identitario sembra imporsi nei paesi dell’Est. “Oggi l’unica alternativa culturale di respiro a questa situazione è il Cristianesimo. [..] Il confronto sarà soprattutto aspro in occidente, nelle nostre società, dove il consumismo, la competitività, l’individualismo sono dilagati [..] la rincorsa alla ricchezza ha esasperato i comportamenti individuali e la frantumazione della società in infiniti interessi corporativi”. Per ripartire i redattori ponevano due grandi questioni da affrontare: “ridisegnare lo stato sociale, e la riforma delle istituzioni. Per attuare queste due grandi riforme occorre por mano alla riforma più importante, quella dei partiti, che è soprattutto autoriforma”. In questo quadro si teneva come riferimento anche il Documento dei Vescovi “Educare alla legalità” (del 1991) e si indicavano gli obiettivi sui quali lavorare per riformare la DC: “realizzare una società più giusta, conseguire una democrazia compiuta, entrare a testa alta in Europa, dare una speranza ai giovani”.

Facciamo un salto di un mese per vedere come, nonostante i tentativi di sollecitare una reazione alla preoccupante situazione, come è stata descritta nel passaggio precedente, la sinistra democristiana della provincia di Alessandria constatava che solo dopo tre mesi dalle elezioni veniva convocato il Comitato Provinciale. Di fronte alla speranza di ascoltare una serie di proposte capaci di dimostra il desiderio di cambiare si dice di essere rimasti largamente delusi e di avere “chiesto l’azzeramento degli incarichi provinciali di partito e la ricostituzione di un assetto interno che, sulla base di regole nuove, trasparenti e vincolanti, ridia credibilità e autorevolezza alla DC”. Il Documento presentato durante la discussione, si dice, era stato snobbato quasi le difficoltà fossero un temporale estivo. [..] Poiché noi riteniamo invece di trovarci di fronte ad una crisi grave e profonda che necessita di cambiamenti radicali” perciò lo si pubblicava pubblicamente sul bollettino.

Il documento, che sostanzialmente tornava a ripetere alcune preoccupazioni e soprattutto la necessità di modificare atteggiamenti, prospettive, modalità organizzative, era stato sottoscritto e presentato al Comitato Provinciale il 19 luglio 1992 da Renato Balduzzi, Carlo Baviera, Ernesto Cassinalli, Carla Cattaneo, Giancarlo Cattaneo, Riccardo Coppo, Paolo Ferraris, Agostino Gatti, Piero Genovese, Riccardo Triglia, Luciano Vandone, Biagio Verde, Vito Ziccardi. Dopo aver riaffermato la necessità di un dibattito “volto a far passare dalle parole e ai fatti un cambiamento necessario”, che la vicenda delle tangenti “non può essere considerata solo come una serie di errori a responsabilità personale, ma va giudicata frutto del degrado dell’attuale sistema politico” e perciò al sistema democratico “cambiamenti nell’azione e nel ruolo dei partiti, più che astratte difese d’ufficio” né sarebbe servito soltanto “creare un secondo partito cattolico [..] frantumando ulteriormente un sistema rappresentativo già troppo inefficiente”. Si ponevano infine le condizioni per la ripartenza politica seria: rendere pubblici gli elenchi degli iscritti, distinguere rigorosamente tra incarichi pubblici e di partito (le incompatibilità), nelle istituzioni locali distinzione dei ruoli tra politici e dirigenti, autonomia delle singole zone in merito alle candidature, pubblicità dei redditi e dei patrimoni per i principali esponenti del partito, disciplinare le spese delle campagne elettorali, preparare un progetto di sviluppo della Provincia, trasparenza e rigore nella gestione pubblica, riconoscere e garantire l’autonomia alla società civile, e l’azzeramento degli incarichi per ricostituire un assetto interno sulla base di un confronto serio.

Di fronte a questo passaggio non vi fu apertura di dibattito (lo si evince dal fatto che viene riportata una lettera a “Il Piccolo” in risposta ad una intervista del Segretario Provinciale) anzi “così non è stato [..] ciò che la maggioranza DC non sembra avere non sono tanto i numeri, quanto la percezione della vasta delegittimazione che coinvolge il sistema dei partiti”. E poiché “siamo convinti che non sia esaurita la forza dell’esperienza  politica dei cattolici nella DC [..] intendiamo contribuire con determinazione al necessario cambiamento”  per non tradire una esperienza e tradizione politica importante.

Solo poche considerazioni, in chiusura di questa seconda fase di “Punto a capo”. Dopo circa dieci anni dalla sua nascita si trovava a dovere ancora e sempre “dare risposta ai problemi reali del Paese” che restavano sostanzialmente quelli di sempre: allora l’esito del referendum sul divorzio sembrava sconvolgere le prospettive tradizionali, ora ci si doveva misurare contro lo sconvolgimento prodotto dalle vicende di tangentopoli e dai risultati elettorali che denotavano un indebolimento preoccupante. La società (e la situazione nel mondo) era cambiata, soprattutto per il crollo imprevisto nel breve periodo del comunismo sovietico, ma l’involuzione della democrazia, l’occupazione del potere da parte di alcuni gruppi di potere, l’estendersi del malaffare (soprattutto con il business dello smaltimento dei rifiuti), ma anche con l’accentramento del potere a discapito della partecipazione e della trasparenza politica. E Punto a capo di tutte queste cose continuava a dare conto, e a condurre un impegno democratico nella ricerca di convergenze politiche interne ed esterne al Partito. A volte parendo una “vox clamantis in deserto”, ma restando coerente alla propria posizione e alla propria storia; diventando riferimento e punto di ripartenza per la nuova esperienza politica popolare democratica, dopo la fine della DC.

Una seconda considerazione è che il gruppo promotore è rimasto coeso e formato fondamentalmente dagli stessi personaggi, nonostante qualche piccolissima modifica e l’innesto di nuovi giovani. Questo ha garantito solidità, coerenza, e autorevolezza in quanto si è potuto constatare che alcune battaglie importanti non avevano come finalità l’affermazione delle proprie ambizioni o l’occupazione di posti, ma il desiderio di incidere profondamente nel necessario cambiamento sia del partito che delle politiche provinciali.

La terza considerazione è la scarsità, meglio l’assenza di presenza femminile; solo Carla Cattaneo viene citata un paio di volte anche come esponente dell’area politica che dà vita al giornaletto. E pochissime sono le donne inserite nelle liste per il rinnovo del Comitato Provinciale. Pur non mancando la presenza e l’apporto delle donne, almeno ai livelli locali, e manifestando un’attenzione verso un argomento dibattuto e sempre più in evidenza in quegli anni, anche la sinistra scontava questa carenza (o difficoltà) generale a creare spazi per <l’altro genere>. Una carenza che la politica in generale sta superando solo nel XXI secolo con legislazioni e regole che “impongono” il rispetto non percentualmente inferiore a certe soglie alla presenza di candidati per  ogni sesso.

(fine settima parte)

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