Se ci sei batti un colpo

Domenicale Agostino Pietrasanta

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I fatti diranno se il Partito Democratico avrà ancora futuro; per ora sembra opportuna la scelta dell’opposizione ad un possibile futuro governo del Paese. Peraltro non rende giustizia alle opzioni poste in essere, la “battuta” dell’Aventino; il controllo sull’operato dell’esecutivo resta una espressione democratica e non un ritiro indifferente al governo della Nazione, rimane il polo indispensabile del sale democratico disprezzato dai populismi i cui rappresentanti tuttavia gradirebbero anche spuri e surrettizi appoggi per raggiungere una qualsiasi maggioranza.

Il vero problema però non attiene una crisi isolata e limitata alla sinistra riformista del nostro Paese, ma l’episodio locale di una dissoluzione più ampia che coinvolge la sua presenza in Europa e le analoghe forze riformiste dell’Occidente. Si assiste ad un ripiegamento da fine di un’epoca; su alcuni nodi cruciali manca l’elaborazione di una strategia adeguata ed efficace ad affrontare le sfide della globalizzazione, le tragedie dell’immigrazione, il terrorismo di matrice islamica. A tutte queste emergenze, le forze riformiste non hanno risposto in positivo: non hanno ragionato sul governo dei rapporti internazionali, non hanno elaborato una strategia di organizzazione, né un governo della inevitabile città fatta globale, non hanno tentato di individuare le possibili coordinate di dialogo con le civiltà a confronto e hanno subito le tesi dello “scontro di civiltà”.

Dal panorama emerge una realtà politica priva di orientamento, scompaginata dai movimenti populisti, i quali hanno finito per interpretare paure e illusioni di una risposta di difesa e hanno raccolto il consenso di un ceto popolare già forza di consenso alle forze democratiche/riformiste. Si tratta di una base spaventata dalle metamorfosi indotte dalla perdita di un “benessere” già fin troppo modesto e reso anche incerto per un avvenire non più garantito dalle componenti variamente “socialdemocratiche”.

La questione assume, da circa un decennio o poco più, i caratteri non già da epoca di cambiamenti, ma da cambio o svolta di un’epoca non caratterizzata dagli stampi e dai pilastri propri dell’età contemporanea e cioè dai paradigmi della democrazia rappresentativa. Qui non si tratta solo di programmi (pur importanti) e forse neppure di obiettivi (pur indispensabili); si tratta di un’idea di protagonismo del cittadino interpretata e promossa dai corpi intermedi e dalle loro capacità di orientare il consenso in senso democratico e connotato di alternanza delle opzioni tra governo ed opposizione. Il populismo, ancorché di difficile definizione, nonostante l’inflazione delle parole e delle citazioni è anche e soprattutto la deriva della situazione che ne consegue. Senza i contenitori della dialettica, siano partiti, sindacati, associazioni le più diverse, non c’è democrazia nel significato conferito dalle culture politiche dell’epoca contemporanea; difficile prevedere una forma diversa di società libera e giusta: in ogni caso sarebbe da inventare. Coi mezzi disponibili, a cominciare dai “social network” mi sembrerebbe almeno improbabile perché si priverebbe la politica dei confronti e dei luoghi a ciò deputati.

Ne deriva la necessità di una ripresa dal punto zero; necessita un contributo condiviso da tradizioni esistenti, ma superate nei contenitori che proponevano e in cui si esprimevano nella costruzione della città dell’uomo. Bando alle illusioni, indietro non si torna; forse un progetto di riequilibrio delle componenti sociali potrebbe indurre un ripensamento delle sostanze della politica, forse la promozione di tutte le capacità e la ripresa delle élite di ogni tipo, sia culturali, sia economiche e sociali, sia politiche in cordata di solidarietà potranno trovare i pilastri di una risposta alle emergenze ormai note.

Per questo occorre a tutti i livelli, ma soprattutto in Italia, un periodo indispensabile di preparazione e di rielaborazione culturale. Certamente ne ha bisogno anche il Partito Democratico; sarebbe il colmo se invece si attardasse a sostenere le espressioni del populismo, dal momento che il consenso residuo che gli rimane viene da un elettorato certamente contrario ad ogni populismo. Meglio un’opposizione consapevole ed una presenza di rilancio di alcune idee forza da inventare in cordata coi riformismi europei ora del tutto latitanti. Dimostrino una residua possibilità; se ancora ci sono, battano un colpo!

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