Sandro Bolchi ritrovato: quasi una storia di famiglia…

Nuccio Lodato

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Il prossimo numero (170, marzo-aprile: in edicola dopo Pasqua) del bimestrale di cultura e turismo, edito a Voghera,  «Oltre» (www.oltre.eu) si aprirà con un “Primo piano” dal titolo Sandro Bolchi. Un vogherese per caso da Sempione a Teulada. Il dossier conterrà, con un’ampia biografia cronologica del grande regista televisivo, una privata memoria della figlia Susanna, un intervento di Giuseppe Polimeni (docente di Linguistica e Storia della lingua italiana all’Università Statale di Milano) sulla triangolazione Bacchelli-Manzoni-Bolchi, un elenco alfabetico organico dei quattrocento attori utilizzati nelle sue realizzazioni, e una serie di schede sui principali autori letterari cui ha rivolto attenzione nel quarantennio di attività Rai e privata compreso fra il 1955 e il 1995 (in ordine cronologico: Shakespeare, Bacchelli, Hugo, Manzoni, Dostoevskij, Tolstoj). Con un’ulteriore appendice sugli altri registi-chiave della stagione d’oro per gli sceneggiati Rai.

 

Io sono sempre lo stesso, in fondo. Non vorrei mai il computer.

Sandro Bolchi

Perché tornare ad occuparsi, oggi, di Bolchi? Non sono stati in molti, finora, a farlo. L’amico Oreste De Fornari per primo nel ’90, col suo peraltro godibilissimo Teleromanza (Mondadori), quando il regista televisivo “serio” per antonomasia era ancora in attività: anzi, il suo probabile capolavoro, La coscienza di Zeno, era andato in onda da soli due anni. Confinandolo però nella pur amabile e apprezzabile figura del docente/divulgatore dei classici a un ideale liceo per adulti alfabetizzandi nella mission della Rai di mezzo secolo fa (punto di vista che Oreste avrebbe peraltro ribadito nella nuova edizione aggiornata, con gli amici alessandrini di Falsopiano nel 2010). La diligentissima Maria Letizia Compatangelo coi suoi due impagabili inventari de La maschera e il video – Tutto il teatro di prosa in televisione 1954-1998 e 1999-2004 (Eri, 1999 e 2005). L’insostituibile Aldo Grasso del «Corriere», a sua volta con l’uno-due della Storia della televisione in Italia e dell’Enciclopedia della televisone (Garzanti, rispettivamente 1992 e 1996>2008). Last but not least, Giorgio Tabanelli dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, che in occasione del primo dei due volumi, anche lui, della magnifica rassegna Il teatro in televisione. Regìa e registi dalle prime trasmissioni in diretta all’alta definizione (di nuovo Eri,  2002-2003), colse l’occasione per sottoporlo a una minuziosa intervista di oltre 40 pagine che si rivela oggi una preziosa fonte/eredità ricostruttiva. Per non dire naturalmente della figlia Susanna, produttrice televisiva e cinematografica a Roma, che tanto doverosamente quanto amorevolmente allestisce e alimenterà il sito dedicato alla memoria del lavoro paterno (https://sandrobolchi.com).

Perché oggi Bolchi, al di là dei frequentatori di Youtube dove lo si ritrova quasi tutto, o dei sempre più radi acquirenti dei dvd RaiTrade, è così poco frequentato (dalle stesse riproposte Rai e RaiPlay, che pure recuperano prima o poi proprio tutto e tutti?). Che sia tutta una questione di ritmo, o più ancora e piuttosto di bianco e nero: di, ai nostri occhi “altamente definiti” odierni, sfocato e lattiginoso ampex?

E’ la stessa accusa di “lentezza”, nel pubblico pregiudizio e nella mentalità conforme dei programmatori tv odierni, che ha portato alla damnatio memoriae dei capolavori didattico-televisivi di Rossellini: non soltanto dei supremi Atti degli Apostoli (1969)  ed Età di Cosimo (1974), ma addirittura del tutt’altro che dilungato e analitico La presa del potere da parte di Luigi XIV (1966). La coincidenza cronologica non è casuale, con il periodo del Mulino del Po e dei Promessi sposi, dei Miserabili e de Le mie prigioni. La realtà è che in quell’ormai remoto quanto aureo decennio, prima quieto poi convulso, tra benessere, sollevazione e riflusso, Bolchi e Rossellini remavano nella medesima direzione, quasi presaghi della fine che avrebbe potuto fare mezzo secolo più tardi un popolo genialmente intraprendente, ma gravato da un deficit storico-culturale complessivo pesantissimo, del quale stiamo tuttora quotidianamente constatando (e pagando) le conseguenze: vedi 4 marzo 2018! Erano perfettamente consapevoli, con la lucidità istintiva sola dei grandi, che la battaglia decisiva si giocava sul fronte che contrappone istruzione ad analfabetismo, cultura ad ignoranza. Bolchi aveva allora risolto di spingere gli italiani alla lettura, con la sua sistematica, paziente e minuziosa rivisitazione dei classici; Rossellini di dare loro autoconsapevolezza raccontando via via la Storia, quella nostra e quella degli altri. Entrambi avevano individuato, per vie diverse –il primo condividendone le origini; l’altro convertendovisi una decina d’anni più tardi- nella televisione il mezzo ideale per giungere al contatto capillare con tutti. Bolchi arriverà a fare cinema per proseguire con diverse e più aggiornate tecniche nel proprio discorso iniziale. Rossellini troverà nella produzione televisiva il mezzo per concretare percorsi produttivi che il circuito del cinema tradizionale non gli avrebbe più (neppure a lui!) assolutamente permesso. In qualche misura, possono persino dare l’idea di aver dovuto sconfinare per costrizione ciascuno nel campo dell’altro. In realtà gli obiettivi che si proponevano (Rossellini, più anziano di una o due generazioni, nella fase conclusiva della carriera; Bolchi per il suo intero arco, e quindi precedendolo) erano e restano visibilmente comuni.

 “Vallone, Lazzarini, Moschin, Carraro, Ninchi, Pani, Merlini” rievocava Bolchi intervistato da Tabanelli: “Ero molto amante dei miei attori, tendevo a cambiare poco. Avevo una mia esclusiva, con alcuni ho addirittura girato l’80% dei miei film. Può aggiungere Randone, Grassilli e la Massari, coi quali ho girato gran parte dei miei lavori. Dovevano capirmi, sopportarmi, ero molto noioso con gli attori, quasi ossessivo, provavo tantissimo assieme a loro, li confessavo a parte dando ogni volta consigli e alla fine ottenevo sempre ciò che volevo. Per esempio, Randone lo provavo a tu per tu come in un confessionale. Con Lea Massari provavo a casa sua. Erano un po’ tutti attori teatrali molto semplici: un Carraro enfatico non si è mai visto in teatro. A teatro era “secco”, Giulia Lazzarini in teatro era “secca”, e io li prendevo così”.

Il possibile parallelismo con Strehler si materializza anche -oltre che nelle stature comparabili, rispetto a campi espressivi così radicalmente diversi- proprio nella comune centralità di definiti attori, da Bolchi amati perché “secchi”, e insieme, vedi un po’, icone portanti strehleriane come Carraro e la Lazzarini.

Si osservi il quadro generale degli attori principali impiegati, dopo i fedelissimi “bolognesi” delle origini, come appunto Grassilli, che non ricordava mai le battute, rivela con affetto il “suo” regista, o Matteuzzi. Emerge proprio il folto e agguerrito manipolo degli “storici” di scuola Piccolo: addirittura il leggendario Arlecchino originario Marcello Moretti ne La vedova scaltra, e poi Alberici, De Toma, Pepe, Fanfani, Busoni, Dettori, Polacco, Ceriani di nuovo ora in scena nel magnifico Freud di Massini e Tiezzi; e “nuovi” ancor che effimeri, come ad esempio la Brigliadori. Non c’è regista italiano del Novecento che abbia fatto ricorso a un parco interpreti di vaglia così esteso, e insieme qualificato, fino a tendere quasi alla totalità: neppure Strehler, neppure Visconti, neppure lo stesso Ronconi. Ma neanche i suoi sodali-concorrenti tv inflazionanti, come Majano o D’Anza, sono riusciti a giungere a tanto. Il suo elenco  è un grande “chi è” del teatro italiano del secolo scorso: mancano giusto… i superdivi requisiti dallo schermo, Gassman e Mastroianni, Sordi e Tognazzi,  Loren e Lollobrigida, e poco d’altri.  Con loro ci sarebbero proprio tutti. Ma spicca altresì la prontezza di cogliere e utilizzare al meglio volti nuovi che l’attualità scenica, schermica e teleschermica viene di volta in volta, nel tempo, proponendo: Capolicchio e la Tamburi, la Fani e Patrizi, Vettorazzo e la Brochard, senza pregiudizi o snobismi. Lui sa quello che vuole da loro, e chiunque si guarda bene dal lasciar cadere una proposta di scrittura da Bolchi! Già distribuzione del grande Re Lear Rai (e siamo solo  nel ’60: 200 minuti…) sembra quasi un affettivo richiamo/rassegna dei suoi principali e più amati interpreti lungo la carriera, fin dalle origini de “La soffitta”. Ma non si fa mancare neppure le star del cinema europeo: Micheline Presle nella Lulù lunga con l’immensa Melato; Fernando Rey e Anna Galiena in Una donna a Venezia con la giustamente iper-amata Massari.

Oltre a essere, senza possibilità di smentita, indubbiamente il regista italiano più “visto” in assoluto : sommando i 18 o 20 milioni che siano stati per I promessi sposi (oltre il 40% degli abitanti dell’epoca!) con quelli degli altri lavori, si può pervenire a cifre talmente strabilianti da sconsigliare a priori di calcolarle. L’anonimo maturando che, in sede d’esame, parlando dei Promessi ne citava come autore Alessandro Bolchi (lo ricorda, quasi mortificato e impensierito, lo stesso regista…) dà la misura tanto paradossale quanto profonda di quel successo fuori dall’ordinario.

E tuttavia, tornado al discorso iniziale, il segreto che rende unico e inimitabile Bolchi può forse davvero essere rinvenuto, col senno di oggi, non tanto nella facile leggenda del grande divulgatore, quanto nella così negativamente sbandierata, in una lettura superficiale e inconcludente, lentezza. Come anche nell’assoluto privilegio conferito all’uso delle parole -più spesso e volentieri originali d’autore, nell’ambito della sua programmatica fedeltà- che vengono valorizzate e nobilitate evitando di inflazionarle: proprio col consapevole e deliberato ricorso al silenzio. In questa scelta risiedono, oggettivamente, la sua modernità e il suo rigore: perché attraverso di essa -se ancora vogliamo e siamo in grado di avvalercene- ci si riapre lo spazio di riflessione personale continuativa necessaria per continuare (o, più probabilmente ritornare) all’esercizio di un diritto-dovere troppo spesso dimenticato con rinunciataria leggerezza. Quello di poter fare il nostro libero e spontaneo, autonomo e critico lavoro di spettatori. Una necessità di cui era assolutamente consapevole: un bisogno  generale propiziando il quale, con l’occhio alla volontà di contribuire a “formare” l’Italia di allora, aveva forse problematicamente intuito, come il Rossellini ” pedagogista” alla Comenius 1960-1975, il ben più sconfortante quadro di quella di oggi.

Occupandosi di Bolchi, può capitare di scoprire ancora una volta quanto l’esistenza, nei suoi imprevedibili capricci, possa essere sorprendentemente circolare. Da vogherese, portato da circostanze personali impreviste a ritrovarmi in diretto interfacciare con la mia città d’origine dopo mezzo secolo di distanza, mi è tornato l’interesse/curiosità di capire perché il regista fosse nativo della… capitale dell’Oltrepo pavese. Nonostante poi nella vita cittadina non ci sia la ben che minima traccia successiva di lui, con una famiglia notoriamente di origine novese (il che spiega la scelta dei rari esterni pionieristici dei Promessi sposi nel 1967: la Pieve/convento di fra’ Cristoforo/Girotti; il castello di Casaleggio Boiro dell’Innominato/Randone; il lido di Predosa di allora che diventa quel ramo del lago e poi anche l’Adda di Renzo/Castelnuovo). Molto semplice, mi diceva un amico d’infanzia locale ritrovato: se non si è iriensi per radici, a Voghera, come in molti altri centri di provincia, ci si arriva per assegnazione di una qualche amministrazione pubblica. Oppure –e qui entriamo in uno specifico vogherese…- in ragione della Caserma di Cavalleria o di Ferrovia (quando la locale stazione, come e più di quella di Alessandria, traeva importanza non solo dal fatto di essere crocevia delle allora fondamentali linee Milano-Genova e Torino-Bologna, ma dalla necessità di fermarvi tutti i treni per cambio locomotore, perché le modalità di alimentazione elettrica sui quattro tronconi, proprio lì convergenti, erano diverse. Affari d’oro in panini e caffè del locale, allora floridissimo bar dell’impianto, nel quarto d’ora di sosta forzata!).

Una storia di famiglia, per quanto mi riguardava: mio padre, ragioniere siculo, arriva a Voghera nel 1923, pochi mesi prima della nascita di Bolchi (18 gennaio 1924), vincitore di concorso all’allora Procura delle Imposte (oggi sarebbe stato all’Agenzia delle Entrate, suppongo…). Mia madre, allora dodicenne, invece figlia e nipote di due sottufficiali maniscalchi di Cavalleria, uno dopo l’altro in servizio presso il reggimento “Guide” allora di stanza alla “Vittorio Emanuele II”. Inaugurata dal re in persona, scortato dal presidente del Consiglio Cavour, il 26 maggio 1858, due mesi ante accordi di Plombières con Napoleone III, e non a caso esattamente un anno prima di quella battaglia, nella vicina Montebello, che avrebbe aperto la seconda guerra d’indipendenza, e fatto nascere, proprio nello stesso acquartieramento, alla fine di quella memorabili estate ’59, i Cavalleggeri (poi Lanceri) di Montebello, tra i primi reggimenti a sostenere la guarnigione [mi avvalgo dello studio del compianto professor Marziano Brignoli, massimo esperto del settore, Cavalleggeri a Voghera, CEO, Voghera 2007]. La faccenda era cominciata quando il mio bisnonno materno, a cognome Curci, pugliese di Gioia del Colle egià maniscalco nell’esercito borbonico, dopo l’Unità optante per quello italiano, era stato assegnato al presidio di Voghera nel 1893. Mia nonna Rosa, sua figlia, aveva allora cinque anni: sua sorella Aurelia, che non ho fatto in tempo a conoscere, non so quanti. So però che entrambe –l’ambiente militare doveva essere molto… chiuso in sé- sposarono due giovani (immagino) collaboratori-successori del padre. Mio nonno Giuseppe (cognome Tatangelo, ciociaro di Sora: temo parentele!) non ho fatto in tempo a conoscerlo, morì nel 1940. Suo cognato, Nino Crescenti, conterraneo di mio padre e vedovo della nel frattempo scomparsa sorella, invece sì, e ne ho un ricordo d’infanzia tenero e affettuoso. L’uno e l’altro consorte delle due, una volta congedati, si diedero anche, con fortuna, al commercio e alla riparazione delle calzature… umane (allora usava così: me lo confermò anche il simpaticissimo sergente maniscalco lucano col quale feci amicizia militando nel Gruppo Artiglieria da Montagna “Susa” –someggiato…- qualche decennio più tardi).

Il lettore che sia arrivato, sfiancato, fin qui, si chiederà il perché di tutta questa apparentemente superflua sbrodolata di famiglia. Semplicissimo: perché, lavorando su Bolchi, ho appreso dalla cortesia della figlia Susanna che la –casuale, come si sospettava- nascita vogherese del futuro maestro di messinscena sia stata dovuta al fatto che, in quel 1924, il padre era lì quale colonnello di Cavalleria. Dato il grado, non arbitrario ipotizzare fosse il comandante del reggimento nel quale prestavano proprio allora servizio mio nonno e il mio prozio, o comunque un loro diretto superiore. Mio padre, da parte sua, ancora poco ambientato, passava di grand’ore a contemplare, dalla sua finestra all’albergo “Pesce d’oro” –quand’ero bambino c’era ancora- una bella bruna tredicenne che andava e veniva nel cortile adiacente. Avrebbe avuto la pazienza di aspettare che crescesse, per sette lunghi anni.

 

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