Sorpasso a sinistra

Carlo Baviera

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Non c’è più la sinistra? In attesa che i partiti (o meglio ancora il Capo dello Stato) trovino una soluzione per dare un Governo al Paese, mi permetto qualche riflessione a voce alta, sperando che possa essere condivisa da qualche lettore.

Parto da cose ovvie e ormai attestate da tutti. Dopo le elezioni abbiamo un polo forte: il centro destra. Diversamente dal passato non è Forza Italia il partito più numericamente e politicamente rilevante; l’asse si è spostato verso la Lega di Salvini. La cosa, al di là dei rapporti di forza interni, non modifica il peso della destra che è sempre stata un polo di “peso”; semmai da posizioni apparentemente più moderate si è passati ad un maggior radicalismo, togliendo gli equivoci che in cui i moderati sono continuamente caduti, pensando che fosse un polo “liberale”.

L’altra forza che si è imposta è il M5S, formazione politica eterogenea che sfugge alle classificazioni classiche. E’ di destra, di centro, o di sinistra, oppure le tre cose insieme e in quale misura l’una, l’altra e l’altra cosa ancora? Da che parte pende il cuore di un elettore (e di un dirigente/militante) pentastellato? E’ populismo puro, giacobinismo contro i costi della politica, giustizialismo contro i riciclati, gli inquisiti ripescati, i condannati ripuliti solo perché sostenuti da molte preferenze, è la nuova sinistra?

Sembra scomparsa la sinistra tradizionale, sia quella riformista, ridotta ad uno scarso 19%, sia quella più radicale che mettendo insieme tutte le sigle ha difficoltà a raggiungere livelli “dignitosi”.

Non c’è più la sinistra? Non c’è più l’elettorato di sinistra? Oppure lo rappresentano meglio altri? I poveri, gli emarginati, gli sfruttati, le fasce popolari, ecc. si sento più vicine e meglio tutelate dalle politiche di movimenti non appartenenti alla sinistra classica?

La mia risposta è che, in parte il “popolo della sinistra” è stato convinto che la globalizzazione, l’immigrazione, la crisi economica sia colpa principale dei riformatori che in questi anni, di fatto, hanno accettato e condiviso decisioni sia a livello europeo sia della liberalizzazione mondiale con tutto ciò che ne è derivato. E d’altra parte (sempre il popolo della sinistra) si è sentito abbandonato, non tutelato e sostenuto come avrebbe desiderato dai partiti progressisti e di centrosinistra.

Credo che tutte e due le cose, abbiano un fondamento. Perciò, a sinistra, esiste secondo me una prateria; ma per conquistarla bisogna dimostrare che i riformisti compiono correzioni programmatiche e politiche profonde. Che ripartono dalla base, dai territori, dai diritti sociali, dall’impegno per il lavoro e per la casa e per i servizi efficienti. Addirittura che siano essi stessi “la base” “la periferia” “gli esclusi” “i ceti impoveriti” “i giovani in cerca di occupazione, diritti, e futuro”. Nello stesso tempo, è necessario riformulare un pensiero politico che tenga conto che abbiamo a che fare con un lavoro, una produzione, un commercio che non sono più quelli del novecento; che non si possono riproporre le soluzioni del passato. Tutele e diritti vanno ripensati e rivisti con soluzioni da XXI secolo; ma ci devono essere, per tutti!

Bisogna cambiare le persone, i volti? Rinnovare le dirigenze? E’ questa un’azione indispensabile per rendersi credibili. La nostra generazione si dimostri generosa, faccia un passo indietro, lanci persone giovani (non capetti o arrampicatori sociali) che facciano gioco di squadra e ricordino le “radici” le “origini” pur innovando termini e strumenti.

Bisogna operare per rendere trasparente la politica, tagliarne i costi, diminuire i posti di sottogoverno, eliminare Enti inutili? Si faccia, senza giacobinismi e radicalismi, ciò che serve. Non sono fra coloro che amano rincorrere i voleri della gente; credo che la politica abbia dei costi; che chi si impegna possa farlo anche con la possibilità di tempo, di permessi; che gli istituti di partecipazione, a tutti i livelli, e il decentramento politico-amministrativo (e di molti servizi/Uffici Pubblici) sia indispensabile; ma tutto si compia senza sprechi, senza gravare più del necessario sul Bilancio. E’ giusto contenere il prelievo fiscale, ma tutti devono pagare, e pagare il giusto!

Per ultimo credo serva un disegno, un “sogno” se si vuole, un obiettivo da indicare. Perché con il solo pragmatismo, con i soli tagli delle imposte, o con l’assistenzialismo non si va da nessuna parte. E la sinistra (in senso lato, perché come diceva De Gasperi “Se sinistra vuol dire – e io contesto che questa parola abbia sempre questo significato – apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per il lavoratori, allora [..] siamo per principio di sinistra, in questo senso”) deve rivendicare il traguardo del lavoro dignitoso, del ruolo delle autonomie – economiche, sociali, istituzionali –, della solidarietà e fraternità politica, della giustizia sociale ed equità, dell’Europa federale comunitaria e solidale, dell’internazionalismo e della pace, di un aumento di cultura e di conoscenze.

Tutte cose che devono portare “benefici” alle persone, sicurezza, voglia di impegnarsi ed essere operativi. Una battaglia che deve cambiare le politiche portate avanti in questi lustri, che hanno lasciato mano libera alla finanza, alla concorrenza più sfrenata, ai poteri del mercato. Non basta solo opporsi o lamentarsi, si deve passare all’azione con iniziative concrete che invertano le cose. E far capire alle persone che qualche atteggiamento è veramente mutato; che se bisogna fronteggiare i “populismi” questo lo si fa non diventando establishment e difendendo ciò che azzoppa popoli e persone. Interessante l’articolo di Sofia Ventura “Al Paese serve una sinistra pragmatica” del 28.03.2018 su La Stampa: “Per tornare protagonista della vita politica, come le altre sinistre europee il PD sarebbe, piuttosto, chiamato a osservare in profondità quella società che non ha più saputo comprendere. In quella società ci sono i nuovi poveri, una classe media che vede i figli stare peggio dei padri, nuove forme di lavoro spesso sviluppatesi in una sorta di far west” e se una sinistra moderna – dice – non può attardarsi a forme di protezione che avevano una ragion d’essere nel passato “non può nemmeno accontentarsi di interpretare la fluidità contemporanea [..] proponendo il mercato, il merito,l’eccellenza come le chiavi di volta di una sinistra riformista”  anche perché “mercato, merito, ed eccellenza possono trasformarsi in ideologia” mentre si dovrebbe “guardare ad un mercato non asfissiato da una burocrazia e un fisco vessatori, ma anche comprendere la necessità di tutelare i più svantaggiati, ad esempio con la promozione di nuove forme di regolazione di un lavoro in profonda trasformazione  [..] non dimenticare che la democrazia liberale non può sopravvivere laddove le diseguaglianze sono eccessive”; si tratta quindi di “guardare <laicamente> al tema della ridistribuzione della ricchezza”.

Perciò merito, ma anche equità, giustizia e solidarietà, valori sui quali si fonda la società democratica. Altrimenti è logico che se certe cose le sostengono e le attuano (magari con una visione autarchica, o localistica o pressappochista) altre forze, saranno queste ad essere premiate. Ma alla lunga ci rimetterà il Paese intero, anche se il consenso a queste sarà consistente.

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