Il piano B, la riva del fiume e il grande avvenire dietro le spalle

Mauro Cattaneo

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C’è un “non detto” riguardo al pessimo risultato del Partito Democratico alle elezioni politiche del 4 marzo e alla conduzione politica del suo ex segretario Matteo Renzi. Un fatto che siccome non si è realizzato è stato immediatamente rimosso ed è uscito dal dibattito. Ma che ha pesato parecchio sull’insuccesso del Partito Democratico e – a mio avviso – continua a influenzare il confronto attuale.

E il fatto rimosso – ma sotto gli occhi di tutti – è che i dirigenti e militanti del Partito Democratico più vicini a Renzi che in queste settimane si sono più spesi a colpi di dichiarazioni stentoree e tweet con il #senzadime contro qualunque minimo confronto con il M5S a costo di preferire e addirittura augurarsi per il paese quello che ritenevano il peggiore dei governi possibili, se i risultati elettorali fossero stati solo leggermente migliori per il PD e Forza Italia oggi invece si sperticherebbero in proclami sul senso di responsabilità verso il paese che viene prima degli interessi di parte, sulla necessità di metterci alle spalle i fossati storici, sul dovere politico di prendere atto delle scelte elettorali degli italiani e dar loro risposta, sull’esempio che veniva dalla rinnovata alleanza tra CDU e SPD in Germania. Come se Berlusconi e la Merkel fossero politici della stessa pasta.

Perché questo è il vero vicolo cieco in cui si è cacciato il Partito Democratico dopo la sconfitta elettorale. Matteo Renzi – senza mai citarlo esplicitamente e negandolo in maniera poco persuasiva – per il dopo 4 marzo aveva come unico progetto un governo di “larghe intese” tra Partito Democratico e Forza Italia più qualche eventuale comprimario, ovviamente guidato dallo stesso Renzi. E’ evidente a tutti che per tale alleanza era stata studiata la formula del Rosatellum. E’ evidente che sia Renzi che Berlusconi hanno passato la campagna elettorale ad attaccare prevalentemente il M5S. E’ evidente che sia Renzi che Berlusconi contavano su un risultato migliore per le loro formazioni e soprattutto davano per scontato che la Lega non avrebbe sorpassato Forza Italia lasciando a Berlusconi la leadership del centro-destra.

Ma è ancora più evidente che le cose sono andate molto diversamente. La sconfitta del Partito Democratico e di Forza Italia il 4 marzo è innanzi tutto la sconfitta di quel progetto di “larghe intese”.

Gli italiani hanno voluto diversamente e il 5 marzo Renzi si è trovato senza un piano B. Perché – esattamente come un anno fa al referendum costituzionale – è partito a testa bassa ma è andato a sbattere.

Credo che sia proprio l’assenza di un piano B a motivare il congelamento della posizione del PD voluto da Renzi e la campagna #senzadime. Aspettare che la situazione evolva autonomamente per poi ricollocarsi. Contare su un governo Di Maio/Salvini, lasciare che l’erosione di Forza Italia da parte della Lega diventi irreversibile e proporsi come forza di un centro illuminato “à la Macron” che sulla riva del fiume attende il supposto inevitabile disastro del governo Di Maio/Salvini.

Ma è un piano B messo in piedi a elezioni passate – e sonoramente perse – che mi sembra davvero fragile. Innanzi tutto senza un sistema elettorale come quello francese Macron non sarebbe mai arrivato all’Eliseo. Inoltre se proprio si devono fare dei paralleli tra le recenti vicende politiche italiane e quelle francesi a Renzi dovrebbe spettare il ruolo dello sconfitto a furor di sondaggi Hollande e non quello di Macron.

Ma a prescindere da quanto accaduto oltralpe, mi sembra un disegno che non sta in piedi per due diverse motivazioni:
1) è assolutamente infantile pretendere che Di Maio e Salvini si mettano d’accordo solo perché questo è quel che più conviene a Renzi. Si possono irridere i modi e le giravolte di Lega e M5S ma non si può pretendere di considerarli così stupidi da farsi un autogol. Di Maio e Salvini vedono a portata di mano un bipolarismo basato sui loro partiti. Dovrebbero lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta per fare un piacere a Renzi?
2) anche se Di Maio e Salvini decidessero di governare insieme e successivamente il loro governo si rivelasse un disastro non è scritto da nessuna parte che a quel punto i loro elettori se ne tornerebbero mesti e mortificati a una Canossa con le insegne del Partito Democratico. Tanto peggio se di un PD macronizzato. La resurrezione immaginata da Renzi è un disegno puramente velleitario.

Voglio essere chiaro. Ritengo senza il minimo dubbio che tra Lega e M5S ci siano più punti in comune rispetto a tutti gli altri partiti e al PD in particolare. E proprio come Renzi ritengo che il Partito Democratico non possa e non debba fare alcun accordo politico né con gli uni né con gli altri dato che mancano i minimi presupposti per farlo. A cominciare dal fatto che la proposta di Di Maio di allearsi indifferentemente col Partito Democratico o con la Lega è semplicemente irricevibile.

Ma restando sulla riva del fiume l’unico cadavere che vedremo passare sarà il nostro. Ed eventuali nuove elezioni politiche a cui il Partito Democratico si ripresentasse con la stessa retorica, gli stessi temi e gli stessi dirigenti del 4 marzo ci penalizzerebbero ulteriormente come un gruppo di potere imbalsamato e incapace di rientrare in “connessione sentimentale” con il paese.

Mi stupisce in Renzi e in chi lo segue questo ostinarsi in un’assoluta impermeabilità non dico all’autocritica – che comunque ci starebbe bene – ma anche solo alla riflessione e al confronto. Il suo dimettersi a uso delle telecamere ma poi nemmeno partecipare alla discussione in direzione nazionale. Il suo sdegnoso isolamento che non ammette il minimo errore accompagnato dalle dichiarazioni di fedeli portavoce e da caminetti in sede privata.

Renzi in questi anni ha perso tutti i riferimenti o le guide che in qualche modo l’avevano generato e ispirato: da figure come quelle di Napolitano e Macaluso – ultimi portavoce di un’antica area della sinistra che costituiva l’autentico retaggio ideologico del progetto renziano – ai padri nobili del partito come Veltroni e Prodi. Lanciato in una solitudine che tramuta la sua leadership politica in personalismo fine a se stesso.

Io continuo a credere nel Partito Democratico. Non fosse altro che per l’assoluto deserto di alternative plausibili presenti o anche solo ipotizzabili nel panorama della sinistra italiana.
Continuo a credere che insieme a troppi furbetti e carrieristi questo partito raccolga le persone che sento a me più vicine politicamente e con le migliori idee per il paese e l’Europa.
Continuo a credere che siamo e possiamo ancora essere la casa comune dei riformisti nata dall’esperienza ulivista di Prodi e dal discorso di Veltroni nel 2007 al Lingotto. Qualcuno forse dovrebbe rileggerselo.
Continuo a credere che ripartendo da quelle radici, dalla disponibilità all’ascolto con chi ha smesso di votarci e considerarci loro rappresentanti e portavoce, dalla capacità di rimettersi in discussione e rinnovarsi questo partito possa rialzarsi in piedi.
Continuo a credere che questo partito ha bisogno di tutti. Innanzi tutto dello stesso Renzi e della volontà di rinnovamento che in una prima fase ha saputo interpretare ed esprimere. Di quelli che se ne sono andati verso nessun luogo. Di quelli che hanno molte cose da dire ma nessun luogo in cui farlo. A patto che tutti si rispettino e vedano nel diverso da se un’occasione di confronto e non un nemico.

Allo stesso modo credo che mai come ora si debba essere attivi e presenti sul terreno politico monopolizzato dai patetici balletti di Salvini e Di Maio volti solo ad assicurarsi una quota maggiore di potere e poltrone. Che in questo vuoto tocchi al Partito Democratico esprimere proposte concrete e valori significativi che parlino ai bisogni reali del paese.

Posso sbagliarmi ovviamente. Ma vorrei che anche chi ha avuto qualche responsabilità più di me ammettesse di poter aver sbagliato.

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