Don Mario Varni, testimone e guida in Val Curone

Domenicale Agostino Pietrasanta

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A Fabbrica lo incontrai un’ultima volta, il giorno dei Santi; mi aveva sempre accolto con cordialità, ma in quel giorno, anche con affettuosa amicizia. Con un braccio sulla mia spalla, e davanti alla Pieve, mi invitò ad ammirare la valle, sotto l’abitato e verso le cime sopra di noi. Ebbi l’impressione che don Mario volesse raccogliere in un abbraccio affettuoso tutti i luoghi della sua missione sacerdotale, trascorsa in val Curone per quasi cinquanta dei suoi sessantadue anni di ordinazione: un commosso patriarca attaccato alla sua terra di elezione. Non lo dava a vedere, non lo ostentava, ma lo testimoniava con una coerenza e radicalità del suo carattere di uomo e di “servo inutile” secondo il dettato evangelico. Lo conobbi troppo tardi, negli ultimi otto anni della sua vita terrena, ma ne ebbi un’impressione immediata di sincerità a tutto campo; non c’era in lui alcuna affettazione, nessuna reticenza. Mi parlò di un’esperienza pastorale a tutto campo nel seguito fedele alla Parola di Dio e nella fiducia tranquilla alla forza salvifica nei Sacramenti. Nessuna simpatia per le formule della devozione che giudicava anche con fine umorismo e, molte volte con rudezza spigolosa e, per gli amici persino divertente tanto che, non senza simpatica espressione, tutti noi non lo chiamavamo mai per nome, ma usando l’espressione a lui graditissima di “Bubù”. Spesso con la sua Chiesa che amava senza affettazioni non era tuttavia tenero e ricalcava le impressioni di un grande sacerdote del secolo scorso don Primo Mazzolari. Conosceva la sua inadeguata possibilità di uomo interprete di una missione resa possibile solo dalla grazia che interpella il cristiano, ma denunciava senza infingimenti diplomatici le tante imitazioni di Giuda anche all’interno dei ministri suoi confratelli, senza escluderne il grado episcopale: peraltro non faceva parte del collegio apostolico lo stesso Giuda?

Sono impressioni di una conoscenza che si è approfondita anche nella confidenzadon spirituale e nella pratica sacramentale. Non dimenticava, nel farsi interprete della Misericordia, di essere ministro e strumento delle volontà di Dio, non rischiava certo di dimenticarsi di Dio e rimanere solo ministro; il confessionale per lui era il luogo del perdono, non del giudizio. Mi piace citare una sua indicazione: la presenza al confessionale diventa già perdono, ma il Sacramento conferisce una forza di grazia impossibile all’uomo e alle sole sue capacità.

Trovai subito (ricordo con una commozione di acuto rimpianto la prima volta che tramite Daniele mi invitò a cena) una simpatia umana unica e irripetibile anche legata ad una formazione di un sacerdote libero e ben informato delle grandi esperienze della Chiesa contemporanea. Mi colpì una biblioteca cospicua che teneva aggiornata alle ultime pubblicazioni e vidi subito la raccolta di “Adesso”, la rivista pubblicata da don Mazzolari dal 1949 e che visse oltre la vita del grande sacerdote cremonese. Don Mario ordinato nel 1956 era ancora seminarista (era nato nel 1930) e testimoniava anche con precisi interessi culturali che, mentre un certo pianeta cattolico si affannava coi “segretariati della moralità” a strappare i manifesti troppo “profani” dalle bacheche della città, lui sapeva di esperienze pastorali incisive e mai assuefatte alle mode correnti.

Sono aspetti essenziali per capire la sua apertura formativa anche nel campo dello sport e nella testimonianza dello scautismo. Nei vari ambienti della sua presenza pastorale, soprattutto a Canevino ed in particolare a Volpedo (dai primi anni settanta al 1991) e poi a Fabbrica (dal 1991 fino alla morte datata 2 aprile scorso), organizzò squadre di calcio, attività di campeggio, gite di conoscenza e formazione nelle più diverse città italiane e nei centri laici e religiosi della civiltà ed arte del nostro Paese.

Nei gruppi di amici era gioviale, aperto ad un umorismo intelligente e graffiante; soprattutto era ospitale ed attento durante memorabili cene, amico vero anche di quelli che poi non praticarono forse tutta la riconoscenza che don Mario avrebbe meritato. Era però anche rispettoso dei principi non negoziabili che trovava però nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, “…ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, ero pellegrino e mi ospitaste…”, personalmente ebbi modo di constatare e testimoniare la sua radicalità in merito.

Il Vescovo della sua Chiesa di Tortona, durante l’Eucarestia della Resurrezione, richiamando la vicenda dei discepoli di Emmaus e della loro tristezza dovuta alla partenza del loro Signore, fece constatazione di una tristezza evangelica cui tutti i cristiani della val Curone e non solo stavano sperimentando per la mancanza di don Mario Varni.

Ritornai a casa dal funerale con una sensazione di amarezza e di rimpianto e ripercorsi una strada ormai conosciuta pensando alle tante volte che l’avevo percorsa col sorriso e la serenità delle grazie ricevute e ritrovai una serenità commossa e soffusa di gratitudine: grazie don Mario, grazie “Bubù”!

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