Popolari di sinistra (quarta parte)

Carlo Baviera

mar

pacgNella prima parte, delle riproposizioni di quanto la sinistra sociale e politica della DC in Provincia di Alessandria andava approfondendo e proponendo dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso attraverso la pubblicazione Punto a capo, accennavo a tre periodi in cui, anche dal punto di vista temporale, si può dividere la vita del bollettino. Del primo periodo ho accennato nei tre approfondimenti precedenti. Affrontiamo ora il, per così dire, secondo periodo che va dal dicembre 1988 fino al giugno 1995 (comprendente anche il primo anno successivo alla nascita del PPI di Martinazzoli erede della DC migliore).

Come già ricordato il gruppo di amici promotori della seconda edizione furono: Giuseppe Alvigini, Pier Giuseppe  Alvigini, Carlo Baviera, Renato Balduzzi, Franco Brignone, Natale Busseti, Giancarlo Cattaneo, Riccardo Coppo, Paolo Ferraris, Dario Fornaro, Pietro Franco, Agostino Gatti, Piero Genovese, Cesare Goglino, Fabrizio Palenzona, Franco Piana, Lelio Regalzi, Osvaldo Repetti, Riccardo Triglia, Vito Ziccardi.  Direttore responsabile, fino alla metà del 1991, Paolo Filippi e in seguito Marco Caramagna.

Erano gli anni della competizione tra centrosinistra (o meglio pentapartito) e Partito Comunista da un lato; dall’altro la competizione vi era fra gli stessi leaders della DC De Mita e del PSI Craxi. Il quale Craxi era stato Presidente del Consiglio, e De Mita, dopo una lunga conduzione della Segreteria DC si preparava a succedergli alla guida del Governo (dopo il breve intervallo di Goria). Stava iniziando l’irruzione nella politica nazionale del “fenomeno Lega Nord”, un partito secessionista e anticasta, partito che drenava i consensi alle forze tradizionali. “Da tempo sentiamo l’esigenza di un periodico che riapra, in Provincia, il dibattito politico [..] incontrarsi, chiarire, riflettere, riunirsi nuovamente” sono parole che sottolineano, nell’articolo di fondo, il desiderio di maggior coinvolgimento di fronte ai mutamenti che anche a livello di società si presentavano: “Ci sono temi su cui sviluppare la riflessione: da quello dell’ambiente  e dell’ecologia a quello della crisi dello stato assistenziale [..] da quello della corretta gestione del moderno sistema di informazione a quello della grande espansione dell’industria [..] e del prevalere delle grandi concentrazioni finanziarie”. Quindi non tanto un giornaletto di corrente, ma proposta politica generale.

Altro elemento, non trascurabile di quegli anni, la dura opposizione interna di Forze Nuove e del suo leader Donat Cattin rivolta alla gestione De Mita; cosa che divideva le anime della sinistra democristiana, anche se in provincia di Alessandria si riusciva a gestire la situazione mantenendo una sostanziale unità. Del resto i rapporti continuavano ad essere buoni anche con Guido Bodrato, che apparteneva alla cosiddetta area Zac. Lo stesso Donat Cattin sembrava disporsi al riavvicinamento fra le sinistre. Rapporti fra correnti che si basavano sulla visione e funzione del partito: “L’ispirazione cristiana (del partito) – erano le considerazioni precongressuali di Bodrato, riportate proprio nel primo numero – risponde ad una esigenza di moralità diffusa anche nella società civile, che pongono alla politica domande che riguardano non solo gli strumenti [..]ma anche i suoi obiettivi. [..]La DC deve rifiutare una collocazione di comodo nella funzione di partito conservatore e riproporre l’idea dipartito popolare, capace di interpretare una società complessa”.

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Sul piano locale è da sottolineare che pochi mesi prima, proprio dove il Partito era guidato da amici di Forze Nuove, si era dato vita ad alleanze amministrative fra DC e PCI (in particolare Tortona e Casale Monferrato), le <giunte anomale>, per bloccare la crisi costituita dalla questione morale e da una serie di azioni amministrative che ponevano incertezza nei rapporti con il PSI (o almeno con alcuni dirigenti), e con un modo di fare politica e di amministrare che se era disinvolto nella gestione lo era altrettanto nei rapporti di coalizione, giocando sui due tavoli per ottenere il massimo di risultato e spiazzare gli alleati.  Sul primo numero si apriva il dibattito proprio su “Giunte locali e rapporto con il PCI”. Le Ragioni della nascita di Giunte comprendenti il PCI e la DC, spiegava il Sindaco di Tortona “sono da ricercarsi soprattutto nella degenerazione dei rapporti tra le persone”, ma anche perché “i partiti dell’area socialista che già detengono una vasta fetta di potere divengono ancor più <rampanti> e pretendono ulteriori umiliazioni del partner più rappresentativo politicamente [..] A questo si aggiunga la paralisi amministrativa. [..] L’accordo tra DC, PCI, PRI, PLI (a Tortona) aveva il significato di ristabilire le regole del gioco”. Motivi che richiamavano quelli che avevano mosso i casalaschi monferrini alla stessa scelta. A Novi Ligure dove invece operava una Giunta di centrosinistra, stando all’intervista a Vito Ziccardi riportata sul bollettino, “ad una situazione soddisfacente sul piano dei risultati, fa riscontro un forte squilibrio di potere a favore dei socialisti, che in qualche caso determina malumori”.

Tutte queste cose vanno considerate nel rileggere il ruolo e l’attività del periodico, in questi anni. La crisi di moralità della politica (soprattutto di chi deteneva da lungo tempo il potere) e del radicamento sociale del partito democristiano erano al centro delle preoccupazioni e delle proposte che il periodico metteva in evidenza. Alle quali si sarebbero aggiunte le conseguenze derivanti dalla caduta del sistema sovietico e delle <democrazie popolari> (cioè social comuniste) dell’Est Europa: fine della funzione di contenimento del comunismo, attenzione alle questioni sociali e di democrazia dei Paesi che fuoriuscivano da situazioni economiche sovente difficili, preoccupazione per il capitalismo liberista ormai dilagante in ogni area del pianeta, maggiore richiesta di trasparenza e di rigore comportamentale ai politici e alle istituzioni.

“Le grandi novità e i mutamenti che incalzano ci hanno convinti, però, dell’urgente esigenza che anche la Democrazia Cristiana alessandrina si apra ad un grande confronto di idee al proprio interno e all’esterno”  senza condividere la tesi di quanti ritengono che per affrontare le novità si debba “solo e comunque privilegiare la <modernizzazione>. Pensiamo, invece, che rispetto ad un’ondata di interessi particolari (che sono poi gli interessi ‘forti’ organizzati per dominare la società) sia necessario difendere l’idea dell’interesse generale e ancorare quest’idea al valore della solidarietà”, considerare “estremamente importante il discorso della partecipazione e della responsabilità [..] una rinnovata tensione etica e politica, capace di coniugare il dibattito sulla moralità dei fini al dibattito e alla pratica della moralità dei mezzi”. Attraverso questa tensione etica e politica si intendeva evidenziare anche i tratti della propria identità politica: “Sinistra del partito, allora; ma anche sinistra per il partito [..] che significa anche più capacità di collegarsi con il retroterra ideale che incarniamo”.

Da sottolineare ancora, insieme all’apertura di un dibattito sul rapporto locale con il PCI (rispetto allo schema classico della democrazia occidentale di alternanza al Governo tra una forza moderata e una progressista, il caso italiano è anomalo, e le occasioni dell’alternanza si creano ridimensionando DC e PCI e assegnando ai democratici cristiani il ruolo  di polo moderato e conservatore. [..] Se guardiamo alla nostra Provincia DC e PCI per non essere giocati l’uno contro l’altro in posizione subalterna al PSI sono stati indotti a cercare localmente le motivazioni di un accordo programmatico. [..] Innanzi tutto sottolineiamo con forza che per la DC sarebbe un grave errore ricercare solo con motivazioni di potere un gioco a tutto campo generalizzato perché si rischierebbe di entrare nel circolo vizioso del trasformismo. Le alleanze, anche quelli locali, devono essere fortemente motivate e corrispondere all’interesse generale delle comunità), la proposta di due temi importanti: la riforma delle istituzioni e la riforma della politica (suggerite da Renato Balduzzi), e poi l’approfondimento sul ruolo dell’Amministrazione Provinciale, da parte di Dario Fornaro (Alessandria: provincia o espressione geografica?).

Per quanto riguarda le riforme (questione accennata anche nell’articolo dei rapporti con il PCI:  Occorrerebbero, però, per il futuro nuove regole capaci di favorire l’auspicata chiarezza. Ci si riferisce alle riforme istituzionali, e l’esigenza di una riforma elettorale che renda chiaro e trasparente il rapporto tra cittadini e amministrazione e tra le forze politiche locali), accennando ai temi del voto segreto, della riduzione del bicameralismo e al sistema elettorale, si evidenzia maggiormente la necessità di riformare la politica che, questione che esploderà solo pochi anni dopo: “l’introduzione di regole e non la semplice ratifica dei comportamenti è già, riforma della politica. [..] Altra cosa è però la consapevolezza dell’urgenza di una revisione del ruolo e della concezione dei partiti. [..] il movimento per le riforme si gioca proprio in questa capacità di coniugare i due momenti, abbinando al mutamento delle regole la modifica dei comportamenti. [..] Rispetto a tale situazione, potrebbe apparire vana una discussione in periferia [..] Eppure anche in periferia e dalla periferia, qualche cosa è già possibile fare, più sulla riforma dei comportamenti che su quello della riforma delle regole”.

Interessante il ragionamento di Dario Fornaro sulla debolezza di fondo dell’identità provinciale e sul disagio rispetto ad una serie di fattori che, al di là dell’essere Provincia articolata in più Centri Zona significativi, rischiavano di farne davvero una sola espressione geografica. (La frammentazione circondariale di servizi importanti quali la sanità (con le USSL) e la scuola (con i Distretti).. la riscoperta di tante e particolaristiche storie patrie .. le autostrade che assieme a tante cose piacevoli rappresentano una via di fuga dal capoluogo. Ma quello che ha lasciato <nuda> la nostra provincia è la caduta verticale di ogni reale tentativo di fare programmazione economica e territoriale. .. Nessuno ragiona più in termini provinciali. .. La perdita della dimensione, della visualizzazione provinciale dei problemi appare irrevocabile. E’ un bene, è un male? Difficile a dirsi in assoluto. [..] Una piccola morale: il famoso e ormai uggioso <baricentro> del triangolo economico, non essendo in grado o interessato ad esprimere disegni di sviluppo a scala almeno provinciale, resta più che mai succube dei disegni altrui, dei poli regionali circonvicini).

Va infine sottolineata l’intervista all’esponente di CL Felice Crema (che negli anni precedenti faceva parte del gruppo della sinistra DC alessandrina) sul Meeting di Rimini, in cui si evidenziano le problematiche di <maggiore frizione> all’interno del mondo cattolico e anche un lento distanziarsi politico.

(fine quarta parte)

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