Ripensare la presenza in difesa del bene comune

Carlo Baviera

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Premetto che non sono un intellettuale, uno di quegli uomini di cultura che possono sfoggiare conoscenze filosofiche o di pensiero e confrontarsi sugli sviluppi futuri dei processi economico-sociali e politico-istituzionali.

Da cittadino, però, ho qualche interesse per come procederanno le cose della vita pubblica futura, sia localmente, che a livello nazionale, che europeo. E poiché, come tutti ormai hanno evidenziato, in tutta Europa emerge una evidente sconfitta della sinistra, di tutto il campo che si considera riformatore (dai più moderati ai più estremisti), mi sono posto anch’io interrogativi e immaginato quali possano essere le soluzioni possibili. Soluzioni non immediate e al di là di come e da chi governerà nei prossimi anni.

Mi permetto anche di uscire dal letargo mediatico che mi sono imposto su questi temi, proprio per non esprimere idee e valutazioni improvvisate e dettate dall’emotività più che dalla riflessione seria. Lo faccio sollecitato da un commento di Raniero La Valle (cattolico democratico, ex parlamentare della sinistra indipendente del gruppo comunista, credente sincero e libero).

Dice La Valle, parlando della sconfitta delle sinistre: E se questa sconfitta si mette insieme alla costante che da un pό di tempo si è stabilita in Europa della sconfitta di tutte le sue sinistre, dalla socialdemocrazia tedesca al Labour inglese ai socialisti francesi, agli spagnoli ecc. si vede che qui c’è un problema nuovo: la sinistra non vince perché non può vincere, non può vincere più. E a quanto pare nemmeno in America o in India. Gli analisti pronti all’uso dicono che la sinistra perde perché non ha saputo adeguarsi alla nuova realtà della globalizzazione. È verissimo, ma non ha saputo farlo perché la globalizzazione non è una nuova condizione di natura, come pretende il pensiero unico, ma è il frutto di una scelta economica e politica, che ha vinto e ha chiuso il gioco, gettando la sinistra fuori dal campo. Si tratta cioè di un ordinamento artificiale, fatto da mano d’uomo, che semplicemente non prevede alternative al regime unico del neoliberismo e della finanza globale. I regimi costituzionali, come quello italiano, escludevano per legge il fascismo ma ammettevano che si potesse lottare politicamente per una scelta liberale o socialista, e pertanto le sinistre erano legittimate e potevano perfino vincere. Il regime vigente esclude per legge il socialismo e perfino il new deal; ovvero esclude politiche pubbliche o “aiuti di Stato” che intervengano nel mercato privatistico, e ne correggano gli esiti anche perversi. [..] Perciò chi dice qualunquisticamente che non c’è più né destra né sinistra, dice il vero ma a metà, perché la destra c’è ed è l’unica ammessa. Sicché se la sinistra continua a pensare che il problema principale è come salvare se stessa e durare, e non quello di cambiare le cose, non può che essere anch’essa di destra. [..] Sarebbe reazionario e regressivo postulare uscite grintose dalla globalizzazione, dall’Europa o dall’euro. Il compito dell’ora è però quello di rimettere in discussione le forme e le leggi della globalizzazione (in gran parte prodotte proprio dalle “sinistre”), e in concreto cercare di mettere in piedi una grande alleanza di opinioni e di forze democratiche europee per una revisione dei Trattati europei, per ridare legittimità al pluralismo delle politiche economiche e sociali e al ruolo della sfera pubblica”.

Allora, se questa impostazione di <supremazia> del mercato e della globalizzazione turbo capitalista è addirittura scritta nei Trattati dell’Unione Europea, è arrivato il momento (se non è tardi) di cambiare il farsi dell’Europa. E’ il momento di cambiare davvero i  paradigmi dell’economia; e ciò non può che avvenire che con soggetti politici nuovi, che sostengano politiche profondamente diverse da quelle considerate “infrazioni” da Bruxelles.

Soggetti politici nuovi che sappiano, con i programmi e l’impegno quotidiano, ritornare dalla parte degli ultimi (e non solo dirgli che devono sempre e soltanto fare sacrifici, che ceti abbienti non fanno o fanno in maniera ridotta). E’ vero che ci sono questioni ineludibili, e alla gente non devono essere raccontate bugie o fatte promesse impossibili. La questione demografica, un welfare da ridisegnare, il sistema di accoglienza e integrazione dei migranti, scelte economiche e produttive in linea col rispetto dell’ambiente, insostenibilità del tutto gratis, un fisco non opprimente, una giustizia e una burocrazia efficienti, sono argomenti da cui non si può prescindere. Ma non si può continuare con la storia (lo si intuisce anche dallo scritto di La Valle) che o si accettano le imposizioni delle istituzioni non democratiche internazionali, le regole imposte dalla globalizzazione, che le nuove generazioni devono adattarsi alla precarietà e ai continui cambiamenti. Credo che si debba iniziare a contrastare alcune ricette che vengono imposte, formulare proposte alternative, cercare collegamenti continentali tra forze politiche e sociali, anche non simili, ma che vogliono dialogare e sviluppare battaglie comuni. Con al centro le persone. Al centro i corpi intermedi. Al centro i territori, le autonomie.

Quando si perde la strada dei motivi per cui ci si impegna, e si diventa i difensori del sistema e delle regole (dettate da burocrati europei o da centri internazionali non democratici , perchè non eletti) chi è dalla parte dei poveri, i poveri li perde per strada. Quando la sinistra e i riformisti si trasformano in radical-chic che pensano solo ai diritti individualisti e non ai diritti collettivi, al lavoro, alle tutele e si parla solo di sacrifici (che devono fare in pratica i ceti medi e chi ha appena raggiunto un minimo di sicurezza) e di austerità (come tagli, accentramento di servizi, snobbare i territori periferici) questi si rivolgono ad altri per essere rappresentati. Ciò che è stato fatto di buono in questi anni sono alcune leggi legate al welfare, ma la gente ha percepito poco questo elemento, soprattutto perché la disoccupazione ha pesato anche dopo il Jobs act e ha imperversato ancora una volta il discorso sulle pensioni.

Agli anziani, e a chi ha redditi o pensioni molto elevate (qual è il livello lordo mensile per dire che si è ricchi?) si deve chiedere qualche rinuncia, ma sono le misure concrete per il lavoro non precario per i giovani che devono essere messe in cantiere. Altrimenti si impoveriscono i primi e si lasciano nella precarietà i secondi. E se la cosiddetta sinistra non è al fianco degli uni e degli altri finisce come l’hanno ridotta i risultati elettorali di questi anni.

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2 thoughts on “Ripensare la presenza in difesa del bene comune

  1. E’ pensabile che il bene comune posa essere favorito da alcuni processi quali: l’incentivo (mediante prestiti agevolati) ai giovani a costituire imprese (possibilmente cooperative) per la cura-salvaguardia delle risorse dei territori storici mediante piani urbanistici coerenti con il Piano Umbria (cfr.: istituto-mnemosyne.it) redatto dall’ICR nel 1975; la piena funzionalità e fruibilità dei servizi pubblici (sanità e cultura soprattutto); una nuova legge urbanistica che privilegi la cura dei territori storici e ne affidi la salvaguardia agli Uffici Tecnici Comunali condotti da imprese di giovani; la piena funzionalità e la tempestiva accessibilità ai servizi pubblici (sanitari e culturali, anzitutto); la riduzione del debito pubblico per rendere disponibili le risorse finanziarie attualmente assorbite dall’annuale pagamento degli interessi?

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