Popolari di sinistra (terza parte)

Carlo Baviera

pcbDei primi mesi di vita di Punto a Capo vanno ancora sottolineati tre aspetti. Il primo riguarda l’unità completa tra le componenti della sinistra democristiana: Base, Forze Nuove, Morotei. Anche grazie alla presenza parlamentare dell’On. Prof. Giovanni Sisto (facente parte della corrente di Moro) le sinistre dc della Provincia di Alessandria hanno, insieme alla vicinanza con Donat Cattin, Bodrato, e Granelli, anche un legame politico con il leader pugliese.

Il numero 3, del novembre 1974, non a caso si apre con un articolo che facendo riferimento al nuovo Governo Moro, ne sottolinea il ruolo: “Non è il caso di dover appartenere <formalmente> al gruppo moroteo per credere che nessuno meglio e più di Aldo Moro abbia rappresentato durante gli ultimi anni il punto di riferimento per una ripresa democratica del nostro partito”. Quindi si afferma una posizione politica, all’epoca non scontata, e una adesione al disegno moroteo prima dei tragici eventi che ne fecero una figura ammirata e rimpianta da molti.

L’articolo dedicava qualche passaggio all’uomo di governo: “Aldo Moro, protagonista della svolta politica che portò allo storico incontro tra democratici cristiani e socialisti, ritorna al Governo del Paese come Presidente del Consiglio dei Ministri, con intatta e indiscussa statura di leader politico di prima grandezza, nel momento peggiore della nostra vicenda repubblicana”. Da lui non ci si aspettava miracoli, ma si confidava nella sua capacità di guida democratica e si era certi della sua “attenzione seria per la ricchezza delle espressioni in cui si articola la vita politica e sociale del nostro Paese” e del suo programma “di ampio respiro democratico e con una determinazione che denotano lucida intelligenza politica, passione e rigore morale”.

Oltre alla stima per l’impegno di Governo, i redattori di Punto a capo sviluppavano soprattutto valutazioni di tipo politico. Infatti “occorrerebbe forse aggiungere (e per noi occorre), sempre senza sorpresa che la dimensione morale e culturale e le qualità politiche del Presidente del Consiglio sono state troppo a lungo dimenticate (per non dire altro) da quanti nella DC credono al <partito delle tessere> e delle <clientele>; e che i <pazienti silenzi>, a volte utili e necessari per preparare e proporre un disegno politico, sovente altro non sono stati che una condizione obbligata per Moro e per tanti altri amici, accompagnata da accuse assurde ed umilianti. [..] Questo per ricordare che agli apprezzamenti di oggi deve seguire l’appoggio leale e compatto di tutta la DC”. Si terminava con un passaggio che offriva l’occasione per il rilancio positivo del centro-sinistra che poteva costituire (l’alleanza tra democratici cristiani e socialisti) “l’architrave di una rinnovata crescita democratica” associandovi i partiti laici minori (PRI e PSDI). Se non si fosse capita l’importanza di un rilancio serio dell’alleanza “la svolta politica con il Governo Moro negli anni sessanta terminerebbe con il Governo Moro nel mezzo degli anni settanta”.

Il secondo aspetto riguarda la democrazia nel partito e il rapporto con i mondi vitali di riferimento. A questo desiderio di essere aperti alla base e al dialogo con associazioni e per approfondimento culturale va riferita anche la notizia, che il periodico riportava, della nascita di un nuovo mensile nazionale, Il Domani d’Italia, diretto da Giovanni

Dom.d'Italia x Pac 3

Galloni e con un Comitato direttivo composto da Donat Cattin, Granelli, Bodrato, Morlino e Salvi. Va anche segnalato l’articolo, sul primo numero, che pone alcune domande da parte delle Acli. Questa Associazione aveva fornito, insieme al Sindacato della CISL, militanti e dirigenti soprattutto alla sinistra di Forze Nuove; dalla fine degli anni sessanta, alcuni suoi dirigenti avevano compiuto una scelta di campo socialista, anche se molti iscritti continuavano a fare riferimento alla sinistra democristiana.

Tornando ai rapporti con il proprio retroterra sociale venivano poste domande sul ruolo che il partito intendeva svolgere. Tutti gli avvenimenti che seguirono l’esplosione sociale del sessantotto (compresa la fine del collateralismo) portavano le ACLI ad una sempre maggiore consapevolezza dell’attenzione che era richiesta da situazioni nuove: l’esigenza di partecipazione, la necessità di decentramento delle decisioni sia sociali che politiche, lo sviluppo della programmazione. Su queste ed altre questioni si erano create divisioni anche nel mondo cattolico e la DC non era più attrattiva per il suo stesso retroterra sociale. Addirittura alle elezioni del 1972 si era presentato l’MPL (Movimento Politico dei Lavoratori) concorrente con la sinistra DC, perché promosso da ex dirigenti aclisti. Tutto ciò rendeva i rapporti molto difficili, anche in periferia. Gli aderenti all’Associazione chiedevano alla DC “e alla sua sinistra in particolare” se, in che misura e con quali strumenti volesse continuare a riconoscere il contributo del mondo operaio, se intendesse dare una reale prospettiva di cambiamento, se e come sapesse riconoscere nella prassi politica i valori e la realtà del movimento operaio.

Tutto ciò non poteva, in qualche misura non collegarsi alla democrazia all’interno del partito, dove si iniziava a rinviare scadenze di rinnovo della dirigenza, a osservare pochissimo le regole interne, a svuotare il ruolo delle sezioni. Perciò dal periodico si richiamava al rispetto delle scadenze, al rispetto delle incompatibilità “cerchiamo di risalire presto questo deplorevole andazzo perché la gente, l’elettorato, gli iscritti vogliono ricambio e gente nuova”.

Genov. x PaC 3La terza questione rilevante è data da riflessioni attorno alle elezioni, perché a metà giugno 1975 si sarebbero svolte le elezioni amministrative e regionali; e a queste ultime fra i candidati figurava il leader della sinistra dc provinciale Piero Genovese, per la quale candidatura il bollettino esprimeva soddisfazione “per il riconoscimento del valore e dell’affidamento della persona e per la rappresentanza riconosciuta (attraverso a lui) a tutta quella vasta componente popolare e progressista che si riconosce in Piero Genovese”.

Questa candidatura consente allo stesso Genovese e all’on. Sisto di sviluppare considerazioni che sempre devono essere presenti e mai accantonati. Afferma Genovese: “La campagna elettorale ha come <posta> … riconfermare nel Paese una scelta di democrazia e di libertà e con essa un rinnovato impegno di giustizia sociale e di progresso civile ed economico. [..] Oggi dobbiamo sconfiggere definitivamente le nere trame eversive ed è oggi che dobbiamo combattere con fermezza  le criminali manifestazione di violenza”; si partecipa alle elezioni per difendere il clima di convivenza civile e sociale. Inoltre non una corsa per sé o per la propria parte soltanto, ma pensando alla collocazione: “non siamo mai stati contro nessuna classe o gruppo sociale; ma siccome è necessario scegliere in termini di rappresentanza e di alleanze sociali, non possiamo che essere <prima> con i contadini, gli operai e i ceti medi; e in pari tempo con i giovani”, infine l’impegno per favorire un nuovo assetto delle autonomie e del governo locale, e della partecipazione.

Le considerazioni di Sisto sembrano scritte per tempi come gli attuali, dove l’astensionismo (in alcuni casi) ha raggiunto livelli sproporzionati per una normale democrazia in quanto “le elezioni costituiscono la prima manifestazione, quella più naturale, direi anzi esistenziale di un regime democratico”; poi una lunga esposizione storica, a partire dal significato di democrazia che essendo governo del popolo ne richiede sempre la presenza e l’iniziativa, anche oltre il voto (il caso delle dimissioni del Presidente USA Nixon, ottenute dalla spinta dell’opinione pubblica ne rappresentano la conferma). “Quanto più libere e incondizionate sono le elezioni, tanto più è alto il tasso di democraticità di un sistema. Quando esse vengono distorte e non consentono il confronto e la competizione, allora è la fine della democrazia”. E Sisto ricorda il 1924, quando la nuova legge emanata dal fascismo fosse finalizzata a ribaltare il sistema anche formalmente; racconta del trattamento, visto personalmente, inflitto a chi si permetteva di votare in modo difforme (la segretezza del voto non era garantita, anzi!). Vengono ricordate le coraggiose prese di posizione di Matteotti, che pagò con il rapimento e poi con la vita il dissenso. Di lì in avanti (per vent’anni) il voto non ebbe più senso, non era né libero né democratico.

Solo con il 25 aprile del 1945 (è sempre Sisto che scrive), dopo quasi due anni di resistenza e lotta partigiana, si ebbe la sensazione di un ritorno del diritto. Così nella primavera del 1946 gli italiani potevano riprendersi la possibilità di scegliere la classe dirigente, gli amministratori, i governanti, i legislatori. Libere elezioni anche per le donne, che votavano per la prima volta; la Carta Costituzionale, la scelta (nel 1948) del campo occidentale, e un sistema democratico che è continuato per anni. “Che in Italia ci sia ancora democrazia – scriveva l’on. Sisto – è dimostrato dal fatto che a metà giugno si svolgerà una triplice consultazione popolare per rinnovare i consigli comunali, i Consigli Provinciali, i Consigli regionali. Una prova eccezionale di maturità democratica, che farà premio certamente sulle spinte e controspinte eversive che fanno sussultare di ansie e di turbamenti il corpo sociale. [..] ”i risultati faranno giustizia per sempre dell’aberrante e folle matrice politica dell’eversione.[..]  Coloro che tramano per l’avvento di apocalittiche sventure rimarranno, grazie al voto libero della nostra gente, con le pive nel sacco. La democrazia, risuscitata e rinnovata profondamente dalla Resistenza, resisterà ad ogni bufera”. E il voto ha sempre offerto risultati per ottenere comunque una convivenza in termini civili. Purtroppo sono serviti alcuni anni (i delitti efferati delle BR li avremmo incrociati dopo quel 1975) per sconfiggere terrorismo ed eversione, stragi e trame nere. Anche i tentativi periodicamente messi in essere per rinnovare la politica, ridargli contenuti etici, di moralità pubblica, di trasparenza e partecipazione non sempre hanno dato i risultati attesi e addirittura hanno portato gli italiani a non avere fiducia in chi li governa, a disertare massicciamente le consultazioni elettorali oppure a rivolgersi al nuovismo indistinto, a chiedere l’intervento del leader forte, del decisionismo spinto: tutte cose che mettono in crisi la visione e il disegno di democrazia che in quegli anni settanta si cercava di rafforzare e rendere più solida.

 (fine terza parte)

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