Il priore teologo e la speranza del cristiano

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Trovo spesso, non sempre, l’opzione adeguata per rimanere sereno; persino il difficile e accidentato percorso, costellato di veti reciproci, interpretato dai vincenti (o semivincenti) delle passate tornate elettorali, per giungere alla definizione dei presidenti delle Camere; neanche tale vicenda mi provoca turbamenti o ansietà. Figuriamoci quando si dovrà definire una maggioranza di governo!

Resta il fatto che l’opzione che trovo più convincente, o almeno quella di cui dispongo con più facilità è la memoria storica; perché se oggi ci si scontra e ci si insulta, non significa che in tempi ormai remoti si facesse uso esagerato di misericordia e legittimazione reciproca; come dire che è inutile rimpiangere la serenità dei tempi passati; inutile e non sempre proponibile. Siamo a Pasqua e ricorro ai soliti racconti di mio nonno, testimone di uno scontro paesano risalente agli anni di passaggio tra il XIX e XX secolo. Chissà che ricordando gli scontri e gli insulti di ieri non si possano rendere più sopportabili (non certo giustificabili e neppure spiegabili) quelli di oggi!

Ciò premesso entro nel racconto, solo dopo farò brevissime, anzi fugaci considerazioni. Al paese esistevano due confraternite; poiché i partiti politici erano ancora in fasce e non avevano ancora appreso le vie dell’odio reciproco, alla bisogna provvedevano le suddette, creando nella comunità interessi passionali e scontri in nome della misericordia divina proprietà esclusiva e ovviamente contrapposta di ciascuna di loro. Tanta era la conflittualità che il parroco, uomo deciso e autoritario (lo stesso che era venuto a vie di fatto col campanaro socialista), aveva stabilito un ferreo regolamento sulle precedenze delle due, una del “Santissimo Sacramento” con sede in parrocchia, l’altra della “Buona Morte” con sede nell’oratorio dedicato a S. Sebastiano, con annesso circolo di S. Bovo. Per capire: alla processione del “Corpus Domini”, precedenza alla compagnia del “Santissimo”; alla processione della “commemorazione dei defunti”, precedenza alla compagnia della “Buona Morte”; alla processione penitenziale delle “Rogazioni”, “compagnia della Buona Morte”, alla processione della “Vergine Assunta in cielo” “compagnia del Santissimo” E così di seguito e guai a infrangere la regola, sempre rispettata da tutti, sotto il controllo rigorosissimo del severo reverendo.

La questione però si fece ingarbugliata quando il parroco stabilì, nel passaggio di secolo, di istituire la Processione del “Venerdì Santo” accompagnata dalla solenne “Via Crucis”. Bisognava stabilire il precedente e lo scontro si infiammò, supportato (si fa per dire) da un’improponibile quanto speciosa disputa teologica. La compagnia della “Buona Morte” sosteneva la propria titolarità di precedenza stante il fatto che il “Venerdì Santo” Gesù morto, giaceva nel sepolcro; la compagnia del “Santissimo” si opponeva in nome del fatto che Gesù è sempre Dio e come tale non solo non muore, ma vive perennemente nel “Santissimo”. Scontro verbale, con qualche seguito di fatto; alla fine decise il parroco: precedenza alla compagnia del “Santissimo” e senza discussioni.

Il priore della “Buona Morte” se la legò al dito e propose di boicottare: sciopero e diserzione, nessuna partecipazione al “Venerdì Santo” del paese. Il giorno precedente però, “Giovedì Santo”, come da usanza secolare, i confratelli della compagnia si recarono in processione dall’oratorio alla parrocchia e, sempre coma da usanza, alle ripetute “imprecazioni” (preghiere insistenti e non insulti!) del sacerdote, con cantilenate modulazioni invocavano per tre volte “misericordia, misericordia, misericordia!” Terminate le imprecazioni e le invocazioni, il reverendo salito sul pulpito invece di sottolineare la tappa del perdono e della misericordia intonò un’invettiva alla perfida supponenza dei confratelli della “Buona Morte” incapaci di umiltà e responsabili di fratture nella comunità cristiana del paese. Il priore, Carlo Borgia (nome fittizio) alto due metri, corpulento di centoventi chili e dunque definito Carlottone (soprannome reale) alzò il crocione che sosteneva a suo agio perfetto, lo piantò in faccia al predicatore e intonò a voce spiegata il “Miserere”. I confratelli, più di cento, al segnale risposero prontamente e, a voce spiegata anche loro, alternarono il salmo, aprirono le porte della chiesa e se ne uscirono, lascando il parroco solo e “urlante”. Il giorno dopo, niente processione; la cosa si risolse dopo qualche anno, quando cioè la crisi delle confraternite, consigliò il successore del parroco d’attacco, uomo più ragionevole e anche più competente in campo teologico, a riunire le due rivali.

Come vedete c’è sempre speranza; le cose si compongono sempre, magari quando si rischia di scomparire. Questo ovviamente sta alla speranza umana; tuttavia a Pasqua mi piacerebbe risorrere ad una speranza più duratura e fedele nelle risposte, quella della Misericordia divina. Si tratta di una Misericordia che non tradisce, neppure di fronte alle amarezze del mondo o anche della Chiesa locale di cui se sei stato “servo inutile” non ti fai sicuramente testimone infedele. Sicuramente inadeguato, ma non volontariamente infedele, neppure quando ti dicono che se hai lavorato gratuitamente l’avrai pure fatto bene, ma chi lavora a “libro paga” lo fa sempre meglio.

Buona Pasqua, amara fin che si vuole, ma sempre Pasqua; alla fine in risposta alle amarezze, c’è sempre la Preghiera.

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