Aldo Moro quarant’anni dopo

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Ricorre in questi giorni il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro. La mattina del 16 marzo 1978, poco dopo le nove, un commando delle “brigate rosse”, in seguito ad una meticolosa preparazione di cinque mesi, bloccò l’auto di servizio su cui il presidente della Democrazia Cristiana si recava alla Camera, uccise tutti gli uomini della scorta, e lo trascinò, sotto sequestro, in una “prigione” tenendovelo fino al suo assassinio avvenuto il 9 maggio successivo.

Non mi addentro negli eventi di quei terribili cinquantacinque giorni della prigionia; preferisco rifarmi a qualche breve cenno sulle condizioni politice di contesto e sui progetti dello statista assassinato e che provocarono o almeno accelerarono con ogni probabilità l’iniziativa dei brigatisti.

Aldo Moro stava definendo quella che lui stesso chiamava la “terza fase”, in parallelo e, per molti aspetti, convergente con la proposta di Enrico Berlinguer sul “compromesso storico”. Personalmente penso che sia stato l’ultimo passaggio di grande espressione politica del secondo dopo/guerra e prima della fine della “repubblica dei partiti”; anche per questo in un travagliato passaggio come quello di oggi, mi piace richiamare un altro delicato momento, cui però si tentò una risposta di altissimo respiro di cui va dato atto e riconoscimento ai partiti della nostra democrazia. Ricordarne anche per soli titoli la vicenda, non può che riuscire di impietoso confronto con la storia che stiamo vivendo.

Si dipaneva l’esperienza della “solidarietà nazionale”, come risposta di tutte le forze democratiche o popolari alla sfida del terrorismo, ma tanto Moro, quanto Berlinguer erano consapevoli che si trattava di un’esperienza tanto necessaria quanto passeggera; era indispensabile trovare uno sbocco politico ed istituzionale dopo il fallimento del centro/sinistra e la fine delle speranze riposte nell’incontro tra cattolici e socialisti. Le proposte e gli obiettivi dei due politici non erano propriamente convergenti, tuttavia puntavano entrambi ad un superamento della crisi di crescita e completetamento democratico in cui rischiava di cadere la politica italiana.

Berlinguer si rendeva conto che non si poteva governare la complessità dello sviluppo e delle sue battute d’arresto con delle maggioranze contrapposte di una Paese diviso; non si poteva governare con il 51% contro il 49%; ciò, a suo avviso, poteva riuscire di grave contraddizione nella creascita del Paese, anche in considerazione dei tentativi di sovversione autoritaria in alcune nazioni soprattutto sud/americane Ne derivava la proposta di ribadire lo spirito o l’ispirazione di cultura politica che aveva animato i partiti popolari nel secondo dopo/guerra e fino al maggio 1947; si trattava di riprendere le logiche di una reciproca legittimazione che non era mai venuta meno, ma che ora doveva trovare uno sbocco per la governabilità, nella contraddizone di uno sviluppo non mai governato. In titoli e solo in titoli il “compromesso storico”.

Moro invece, ma non in contrasto, voleva superare il blocco di una democrazia senza ricambio, una democrazia senza alternanza. Si proponeva una definizione del percorso democratico e nazionale della sinistra in prospettiva del ricambio di governo. Siamo di fronte a due progetti di una politica di lungo periodo, ben presto stoppata dal protagonismo del partito socialista che, per l’abilità tattica di Bettino Craxi, riuscì a farsi ago della bilancia rispetto a due forze di consistente seguito popolare, ma ingabbiate nelle reciproca impossibilità di fare maggioranza sufficiente. Tutto questo in parte per il processo di marca moderata voluta e promossa dalla segreteria Forlani nella D.C. e dalla resistenza interna al P.C.I. soprattutto nella base elettorale a staccarsi dal modello autoritario proprio di una consolidata ideologia e prassi politica.

Non è mia intenzione ripercorrere le vicende degli anni che seguirono che, in questa sede e con le premesse che ho posto, sarebbe anche fuori argomento; mi basta richiamare le ragioni di un preciso comportamento: l’iniziativa cioè delle “brigate rosse” di rapire Moro, considerato l’artefice di una possibile soluzione che avrebbe messo fuori corso le tensioni create dal terrorismo. Che poi l’eterogenesi dei percorsi e dei fini, abbia reso il rapimento e l’assassinio dello statista l’evento e lo snodo dell’esaurirsi del fenomeno, questo i brigatisti non l’avevano previsto.

In fondo Moro ha pagato il prezzo di una vicenda di prestigio, ma anche di un fallimento che ha reso ancora più devastante il suo sacrificio.

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3 thoughts on “Aldo Moro quarant’anni dopo

  1. Agostino ha deliberatamente limitato la prospettiva del suo intervento, incisivo e concreto, alla prospettiva politica dei due grandi partiti, e su ciò che sarebbe potuto accadere per il bene dell’Italia se il progetto avesse potuto proseguire. Vorrei aggiungere solo quattro titoli, di un possibile dibattito o di riflessione, che penso Agostino condivida:
    1: il modo obbrobrioso, cieco e incredibile in cui furono condotte le indagini, sia durante il sequestro sia dopo gli omicidi. Di noi 68ini all’epoca, la polizia poltica della questura di Genova sapeva tutto. Un funzionario si recò alla sede dell’Azione Cattolica in vico Falamonica, per chiedere informazioni su di me e su altri dirigenti diocesani, che avevano aderito al Movimento Studentesco. La polizia non riusciva a capacitarsi del fatto che un così ampio numero di giovani cattolici genovesi, contraddicendo l’apparente fermezza del cardinale Siri, vi fossero confluiti, spesso coi ruoli di leader. Quando alcuni studenti passarono alle BR, in clandestinità, la questura non se ne accorse? Non ci credo, non è possibile.
    2. Mi sembra che sia la DC sia il PCI avessero rifiutato a priori qualsiasi trattativa per la liberazione di Moro, mentre il PSI era possibilista. Col senno di poi, la trattativa andava fatta, come peraltro accadde per altri sequestrati. Non si sarebbe trattato di “cedimento dello Stato ai terroristi”, ma di pragmatismo. Quando entrarono in campo giudici esperti e motivati come Caselli, e il generale Dalla Chiesa, in poco tempo le BR e Prima Linea furono sgominate. Liberato Moro, le BR non avrebbero avuto scampo.
    3. Ho visto in TV le interviste ad alcuni ex brigatisti protagonisti del sequestro e degli omicidi, parlarne come di un’azione di guerra, di come fosse stata preparata, delle difficoltà incontrate, con un candore funereo insopportabile e vergognoso. Ma perché sono state trasmesse? Non bastavano i pareri degli esperti? Ebbe ragione Nanni Moretti, protagonista del film “La seconda volta” di Mimmo Calopresti, 1995, quando, rivolto alla brigatista che gli saveva sparato, le disse: “Vi siete inventati una guerra che solo voi credevate fosse tale. Colpirne uno per educarne cento? Io sono stato colpito, ma gli altri cento dove sono?”.
    4. Che il sequestro fosse stato preparato, organizzato, finanziato dai soli brigatisti, ben più sprovveduti di quanto si facesse credere (Moretti Senzani Gallinari, le donne ecc., suvvia), non credo proprio. Chi stava dietro a questi assassini fuori dalla storia?

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