Il grande disegno

Marco Ciani

(Per ricordare il grande scienziato Stephen Hawking, oggi scomparso (nel Giorno del Pi greco – o Pi Day, in inglese, ovvero la festa della costante matematica pi greco (π) 3,14… che si festeggia il 14 marzo (3/14), lo stesso giorno in cui nacque Albert Einstein) ripubblichiamo un articolo comparso su Città Futura nel 2011 a firma del nostro collaboratore Marco Ciani. Ap).

haw

“La cosa più incomprensibile dell’universo è che sia comprensibile”

Albert Einstein

Niente politica. Mi riferisco invece ad un saggio interessante uscito in lingua italiana nel marzo di quest’anno che ho recentemente riletto, complice una breve, favorevole pausa estiva. Il testo è opera del più conosciuto fisico vivente, Stephen Hawking, scritto in collaborazione con Leonard Mlodinow, uno scienziato meno noto ma molto promettente del Caltech americano.

Essendo da anni un estimatore di Hawking, che occupò la cattedra lucasiana di matematica all`Università di Cambridge (la stessa che fu di Isaac Newton) per trent`anni, dal 1979 al 2009, attendevo da un po’ di mesi l’uscita del libro, già edito dall’ottobre precedente in lingua inglese.

Di cosa si occupa questa volta il professore inglese, esperto di buchi neri ma inchiodato da anni ad una sedia a rotelle per causa di una atrofia muscolare progressiva, alla soglia delle sue 70 primavere? Le domande a cui il testo cerca di rispondere sono quando e come ha avuto origine l’universo; perché c’è qualcosa invece di nulla? Perché le leggi di natura sono calibrate con tanta precisione da permettere l’esistenza di esseri come noi? Perché siamo qui? E soprattutto, il «grande disegno» del nostro universo è opera di un benevolo creatore o la scienza può offrire un’altra spiegazione?

A ben vedere si tratta di domande riguardanti sì l’inizio, ma soprattutto “il” fine di tutto quanto conosciamo, oltre “la” fine. In altre parole è un libro che riguarda la fisica, ma forse ancor più ciò che sta sopra e che un tempo si sarebbe potuto, con buona ragione, definire metafisica.

Purtroppo, come lo stesso professore, ricorda nell’introduzione “per secoli questi interrogativi sono stati di pertinenza della filosofia, ma la filosofia è morta, non avendo tenuto il passo degli sviluppi più recenti della scienza, e in particolare della fisica”.

Io mi trovo sostanzialmente d’accordo con Hawking su questo punto perché non è più possibile al giorno d’oggi (e forse non lo è più già dai tempi in cui Leibniz scopriva potenti strumenti matematici come il calcolo infinitesimale o l’uso degli integrali) fare ragionamenti di senso compiuto sulla nascita ed il destino dell’universo senza ricorrere ad imprescindibili concetti scientifici. Ciò rende almeno quella parte della filosofia che vorrebbe indagare le cause ultime e rispondere alle domande fondamentali sul destino dell’uomo un qualcosa di velleitario. Potremmo dire allora con Borges che la metafisica è un ramo della letteratura fantastica. In questo includendo, naturalmente, anche la teologia.

In effetti mi è capitato, anche recentemente, di leggere teologi che vanno per la maggiore ragionare sull’anima fornendo spiegazioni parascientifiche sui legami tra anima ed energia dal quale si capisce chiaramente che non conoscono le principali caratteristiche fisiche dell’energia e degli attributi ad essa ascrivibili; per esempio non conoscono i basilari principi della termodinamica.

Filosofi e teologi che affrontano problemi complessi senza i necessari strumenti matematici finiscono quasi sempre per ridursi, spesso in buona fede, a speculare sull’ambiguità del linguaggio: termini come appunto energia, spirito, necessità, essere, verità aleggiano nei loro discorsi garantendo, per definizione, il risultato a cui si vuole giungere purché si lascino oscillare sufficientemente i significati di tali parole.

Spesso chi invece cerca di farsi strada nella selva della nostra ignoranza utilizzando il metodo scientifico viene accusato tanto di scientismo, che sarebbe una sorta di fondamentalismo scientifico, quanto di relativismo, assurto a nemico pubblico numero uno anche della massima Auctoritas ecclesiale. A me invece sembra che il cammino scientifico, quando si attiene al suo compito che consta nell’indagine della natura tramite un apposito metodo fondato sulla ragione sottoposta a prove sperimentali, costituisca un valido ausilio per il disvelamento della “non-verità”, il che, smascherando (o falsificando) l’apparenza, ci avvicina (seppure in modo indiretto) alla verità, anche se con la “v” minuscola.

La scienza, correttamente intesa, non ha infatti il compito di scoprire alcuna Verità, che infatti non è conoscibile dall’uomo mediante ragione, se per verità con la “V” maiuscola si intenda la verità certa e, al contempo, non tautologica. Ma è molto utile a capire aspetti particolari del mondo. Se poi questi aspetti particolari si possono inserire in uno schema organico e coerente, ecco allora che siamo in grado di abbozzare un disegno. Più o meno il tema del libro di Hawking.

Sempre in tema di verità, Hawking ad un certo punto del testo fa riferimento al moto della terra intorno al sole, aspetto sul quale si consumò, come è noto, lo storico (e molto rischioso per lo scienziato pisano) confronto tra la Chiesa Cattolica e Galileo che sosteneva il modello eliocentrico copernicano, contro quello aristotelico – tolemaico che per secoli aveva posto la terra al centro del cosmo. Oggi sappiamo che la terra gira intorno al sole, assieme agli altri pianeti del sistema solare e non viceversa. Ma ne siamo così sicuri? Non potrebbero aver avuto ragione gli inquisitori generali contro “l`eretica pravità” di Galileo nel sostenere «che il Sole sia centro del mondo e immobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura. Che la Terra non sia centro del mondo né immobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimenti proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in fide»?

Ci ricorda lo scienziato britannico che in un universo come il nostro, privo di un centro noto e dove tutti i corpi celesti sono in movimento di moto relativo l’uno rispetto all’altro, è possibile tanto costruire un modello dove è la terra a girare intorno al sole, quanto – udite, udite – il contrario. Si tratta solo di una questione di scelta. In altri termini, non è impossibile immaginare un modello (si intende qui un modello fisico/matematico) dove, tenendo ferma la terra, le facciamo muovere intorno tutto il resto: pianeti, sole, universo.

Solo che un modello così congegnato sarebbe molto più complesso di quello comunemente adottato dove è la terra a girare intorno al sole, anche se quest’ultimo a sua volta si muove rispetto al centro della galassia, che pure essa si sposta nei confronti degli altri corpi celesti, in un universo dove nulla è fermo e che per di più si espande continuamente. Ma più complesso, non significa più o meno vero. E però gli scienziati – ockhamianamente – tra infinite scelte possibili, preferiscono applicare un modello che assolva, per essere ritenuto soddisfacente, a quattro caratteristiche: 1) essere elegante; 2) comprendere pochi elementi arbitrari o modificabili; 3) essere in accordo con tutte le osservazioni esistenti e spiegarle; 4) fare predizioni particolareggiate su osservazioni future, predizioni che possono confutare o falsificare il modello se non sono confermate.

E da qui parte anche un’altra riflessione. Quella sulla realtà. Esiste una realtà univocamente determinabile? E’ conoscibile dall’essere umano?

Sono questioni vecchie come la filosofia, alle quali Hawking risponde: non esiste alcun concetto di realtà indipendente dalle descrizioni o dalle teorie. Dunque, per non cadere nell’indeterminatezza e nel caos, bisognerà adottare un punto di vista che egli chiama realismo dipendente dai modelli: “l’idea cioè che una teoria fisica o descrizione del mondo è un modello (in genere di natura matematica) unito a un insieme di regole che connettono gli elementi del modello alle osservazioni. Ciò fornisce uno schema con cui interpretare la scienza moderna”.

Senza scomodare George Berkeley, il quale si era spinto a sostenere che non esiste nulla al di fuori della mente e delle sue idee, quello che il professore di Oxford intende dire è che “la nostra percezione – e quindi le osservazioni su cui si basano le nostre teorie – non è diretta, bensì è modellata da una specie di lente, la struttura interpretativa del cervello umano”. In altri termini, noi non pensiamo direttamente cose, ma concetti di cose a partire dai quali la nostra mente costruisce modelli interpretativi. Questo avviene non solo in campo scientifico, ma pressoché in ogni ambito del nostro pensare. Dopodiché il problema che si pone è se le osservazioni che noi compiamo siano o meno coerenti con il modello (e se le predizioni che possiamo formulare in base ad esso vengono confermate) perché se non lo fossero, significherebbe che il modello è sbagliato.

Un banale esempio anche qui può aiutare a capire. Se io esco dalla stanza il mio modello interpretativo mi dice che il tavolo che sorregge il computer sul quale sto scrivendo questo articolo rimarrà nella stanza (a meno che qualcuno non lo sposti mentre io sono fuori). Ma non potrebbe scomparire quel tavolo e poi riapparire quando io entro, così che lo possa ritrovare nella stessa posizione dove l’avevo lasciato? Risposta: sì, è possibile. Cioè, potrebbe accadere che mentre io lo osservo il tavolo si comporti in un modo e quando invece lo perdo di vista decida di comportarsi diversamente, per esempio, sparisca. Questo aneddoto che raccontato così sembra assurdo è invece estremamente serio. Non solo, la meccanica quantistica afferma che in un tempo sufficiente – molto maggiore della attuale età dell’ universo di 13,7 miliardi di anni e presumibilmente anche della durata del tavolo – il mobile sicuramente sparirebbe dalla stanza, anche se non è molto probabile che riapparirebbe proprio dove l’avevamo lasciato.

E qui veniamo all’altro asse portante del testo. La meccanica quantistica, per l’appunto. Si tratta di una teoria incomprensibile perfino dai suoi massimi teorici tra i quali Richard Feynman che infatti sosteneva: “Penso di poter affermare che nessuno capisce la meccanica quantistica”. Tuttavia nessuna teoria più di questa, della quale perfino Einstein dubitava, è stata sottoposta negli anni a prove e controprove, sempre brillantemente superate con successo.

Una delle caratteristiche principali della meccanica quantistica è il far derivare l’esito di un’osservazione dall’atteggiamento dell’osservatore. Questo aspetto si rifà al principio di indeterminazione di Werner Heisemberg che, parafrasato in maniera grossolana, sostiene l’impossibilità di misurare contemporaneamente la velocità e la posizione di una particella con una precisione arbitrariamente grande. Un po’ come se, andando in automobile e sapendo perfettamente di trovarci al civico numero 1 di Piazza Libertà, davanti a Palazzo Rosso, volessimo guardare il contachilometri. Dovremmo trovarlo che oscilla avanti e indietro come impazzito. Mentre se invece controllassimo prima la nostra velocità di crociera riuscendo a determinarla precisamente, allora dovremmo esserci per forza persi in mezzo alla nebbia. Se questo non accade, non è perché si tratta di assurdità, ma perché la meccanica quantistica produce grandi conseguenze su piccole particelle come i fotoni, mentre invece i suoi effetti risultano (quasi) del tutto trascurabili su oggetti di grandi dimensioni.

Ciò avviene per l’interferenza operata dall’osservatore, ma è anche un limite obiettivo della natura. In altri termini la particella allo “stato naturale” non ha ontologicamente una velocità e una posizione. Nemmeno nello spazio vuoto dove teoricamente, non essendoci particelle, dovrebbe essere possibile descrivere esattamente la posizione e la velocità di una particella: nessuna posizione e nessuna velocità, per il semplice fatto che non vi sono particelle. Invece, la natura (o chi per essa), per non violare il principio di indeterminazione “riempie” la porzione di spazio vuoto facendo comparire e scomparire in continuazione piccole particelle attraverso un processo conosciuto con il nome di “fluttuazione quantistica”. Così impedendoci, ancora una volta, di fornire un quadro preciso in assoluto della situazione.

Fluttuazioni e tremori quantistici popolano l’universo e, tra l’altro, sono responsabili dell’evaporazione dei buchi neri come scoperto proprio da Hawking. Ma la cosa più stravagante è che se uno osserva le particelle su cui è massima l’influenza della meccanica quantistica (in particolare i richiamati fotoni, ma anche elettroni e particelle subatomiche) ovvero quelle più piccole esistenti in natura tra quelle conosciute, esse mutano il proprio comportamento.

Ancora una volta, dopo aver argomentato inizialmente sulla dipendenza dei modelli dall’osservatore, constatiamo che è impossibile cogliere l’”essenza” della realtà senza interferire con essa. Questa volta per gli effetti della meccanica quantistica.

Hawking ripercorre l’esperimento di Thomas Young, quello noto anche come “esperimento della doppia fenditura” realizzato tramite una sorgente che illumina due fenditure parallele in uno schermo opaco, di larghezza sufficientemente piccola in confronto alla lunghezza d`onda della luce. Come molti appassionati di fisica già sanno, l’esito di questo esperimento è che a una certa distanza dalle fenditure si formano delle righe luminose alternate a righe scure, frutto di un fenomeno di interferenza tra le onde luminose che passano dalla prima e dalla seconda fenditura.

L’interferenza tra onde è quel fenomeno che si forma, ad esempio, anche quando gettiamo due sassi in uno stagno tra le onde concentriche formate dal primo e quelle del secondo che in alcuni punti si sommano e in altre si elidono vicendevolmente.

Fin qui comunque, il problema dell’interferenza tra onde luminose, era più che altro riconducibile alle proprietà della luce che ha contemporaneamente una doppia natura fatta di particelle, i fotoni, ma anche, come direbbe un ex-segretario del PD, di onde. Quello che era già un rompicapo non così banale, si è maledettamente complicato quando si è scoperto che se uno osserva la scena, anche “sparando” i fotoni ad uno ad uno (nel qual caso non si dovrebbe assistere ad alcuna interferenza) questi, dopo molti “spari” – se li osserviamo – si saranno disposti su uno schermo in grado di registrarne la posizione in modo da formare sempre delle bande chiare alternate a bande scure, come se tutti i fotoni fossero partiti insieme. E questo è francamente inspiegabile. Per disporsi in quel modo, i fotoni devono necessariamente “sapere” cosa hanno fatto e cosa faranno gli altri fotoni, altrimenti si dovrebbero disporre sullo schermo retrostante più o meno a casaccio. Invece, essi dimostrano di conoscere il passato e il futuro dei loro compagni.

Ricapitoliamo. Noi sappiamo ovviamente da dove partono i fotoni che spariamo (la sorgente). E, alla fine dell’esperimento vediamo dove sono arrivati (le bande sullo schermo). Durante il tragitto però non siamo in grado di determinare in modo preciso la loro traiettoria perché per farlo dovremmo misurare in modo esatto la loro posizione nei diversi istanti, ma per l’indeterminazione di Heisembreg non possiamo farlo.

“Secondo la fisica quantistica non è possibile osservare «e basta» qualcosa. In altre parole, questa teoria ammette che per compiere un’osservazione si deve interagire con il corpo che si sta osservando”. Ergo, secondo la meccanica quantistica, fino a prima che Feynman (premio Nobel per la fisica nel 1965) ci mettesse il becco, si risolveva la questione sostenendo che le particelle dell’esperimento non hanno una posizione definita nell’intervallo di tempo nella quale si trovano tra il punto di partenza e quello di arrivo. “Feynman – scrive Hawking – si rese conto che non è necessario interpretare questo stato di cose nel senso che le particelle non percorrono nessuna traiettoria nel loro viaggio tra sorgente e schermo. Potrebbe invece significare che le particelle seguono ogni possibile traiettoria che connette quei punti”. Cioè “le particelle seguono tutti i percorsi, e li seguono simultaneamente”.

Questo potrebbe spiegare come mai i fotoni seguono traiettorie che li portano a comporre le classiche bande chiare e scure quando sono sparati contemporaneamente. Semplicemente (si fa per dire) nel percorrere simultaneamente tutte le traiettorie, interferiscono anche con gli altri fotoni in modo tale da “accordarsi” al loro comportamento e disporsi nel classico modo “osservato”. Ma che dire quando vengono sparati uno ad uno? Qui la risposta è ancor più sbalorditiva. In sostanza, essi “cambiano” il passato in modo tale che si accordi al loro comportamento. La fisica quantistica ci dice che per quanto accurata sia la nostra osservazione del presente, il passato (non osservato), come il futuro, è indefinito ed esiste soltanto come uno spettro di possibilità. L’universo secondo la fisica quantistica, non ha un passato, un’unica storia.

Può sembrare fantascienza, ma non lo è. Vi sono test cosiddetti “a scelta ritardata” nelle quali si rinvia la decisione se osservare o no il percorso della particella fino a un momento prima che la particella arrivi sullo schermo rilevatore (quindi ben dopo che essa ha attraversato la fenditura dell’esperimento). Per quanto ritardata sia la nostra scelta, la particella cambierà atteggiamento, all’ultimo istante, a seconda se la guardiamo o meno.

Hawking, combinando la meccanica quantistica con le più importanti teorie fisiche esistenti, quelle che riguardano la gravità, l’elettromagnetismo, le forze nucleari forti e deboli, la relatività generale e speciale, la teoria delle stringhe per citare quelle fondamentali, non crea una vera e propria teoria unitaria, ma piuttosto costruisce (o meglio rifinisce, perché già immaginato da altri prima di lui) un “sistema” di teorie, la “Teoria M”, in grado, ciascuna al proprio livello, di spiegare il funzionamento dell’intero universo.

L’esempio che lui stesso produce è quello di un planisfero. Come è noto le cartine che rappresentano tutto il mondo si basano, usualmente, sulla proiezione della terra, che è sferica, su una mappa rettangolare secondo la cosiddetta proiezione di Mercatore. Quest’ultima possiede l’indubbio vantaggio di mostrarci tutto il pianeta contemporaneamente ma ha il limite di non mantenere le proporzioni tra aree geografiche situate a latitudini differenti. Le terre a nord o a sud risultano così molto più grandi, in proporzione, di quelle situate vicino all’equatore.

Nel sistema, chiamato “Teoria M” ognuna delle teorie citate sopra funziona come una cartina locale, molto precisa e senza le distorsioni della proiezione di Mercatore. Quando due o più teorie formulano le stesse previsioni allo stesso livello, ciò significa che a quel livello sono sovrapponibili. Come due cartine di aree contigue che spesso, per un tratto, si possono sovrapporre perché rappresentano la stessa porzione di territorio. In questo modo siamo in grado di avere una rappresentazione completa del tutto senza distorsioni, anche se realizzata tramite un sistema di cartine (o, nel caso di Hawking, di teorie), anziché tramite una mappa unica. In questo modo la Teoria M si configura come una teoria scientifica del tutto. Una teoria la cui rappresentazione appare come il grande disegno che tutto comprende.

Ma in questo quadro che posto occupa Dio? Secondo la risposta di Hawking nessuno. Perché gli universi, di cui il nostro è soltanto uno dei tanti, nascono simultaneamente da una fluttuazione quantistica. Come le particelle di prima che sperimentano tutte le traiettorie simultaneamente dando luogo a infinite storie contemporanee, anche il nostro cosmo, nato per una legge quantistica preesistente alla creazione, si genera contemporaneamente a infiniti altri la cui storia si evolverà in modo diverso, come erano diverse le traiettorie dei fotoni di prima.

Ognuno di questi universi, che secondo i calcoli scientifici rivenienti dalla teoria delle stringhe, potrebbero essere in numero di 10 elevato alla 500, ha proprie leggi. Sostiene Hawking “Per farsi un’idea di quanto grande sia tale numero, si può pensare a questo: se un essere fosse in grado di analizzare le leggi previste per ciascuno di quegli universi in un solo millisecondo e avesse iniziato a lavorarci al momento del big bang, adesso ne avrebbe studiati soltanto 10 alla 20^. E questo senza fare pause caffè”. In sintesi l’innesco degli universi sarebbe stato uguale, poi ognuno seguirebbe la sua storia.

Alla luce di questa concezione rimarrebbero ancora due problemi rilevanti da sciogliere. Il primo è come sia stato possibile che in uno di questi si sia formata la vita e, quindi, la vita intelligente. Si tratta, in sostanza, del quesito sottostante al principio antropico che registra la “strana” combinazione per cui l’universo sembra fatto apposta per la comparsa dell’uomo.

Cicerone, ad esempio, sosteneva che un casuale e meccanico accozzamento delle lettere dell’alfabeto non potrà mai generare gli Annali di Ennio. La risposta è piuttosto semplice. In un numero spaventosamente grande di lanci delle lettere, come quello garantito da una molteplicità di universi quale quella ipotizzata, si ricostituirebbero tutti gli Annali di Ennio ormai pronti per la lettura, verso dopo verso.

Si potrebbe ancora obiettare che l’apparente armonia del cosmo (dal greco kosmos, cioè ordine, ornamento) sembra in contrasto con la casualità del processo fin qui ipotizzato. Perfino un ateo impertinente come Odifreddi riconosce “la Natura non è caotica, come ci si sarebbe potuto aspettare, bensì ordinata. E che il suo ordine non appare soggettivamente imposto dall’Uomo, come quello alfabetico delle parole di un linguaggio. Bensì risulta oggettivamente intrinseco alle cose, come quello matematico degli oggetti aritmetici o geometrici, o quello logico dei ragionamenti. Nella Natura si manifesta dunque un ordine universale, che si chiama Logos in greco, Ratio in latino e Ragione in italiano”. D’altronde, se così non fosse, come faremmo, ammesso che ci fosse consentito di esistere, a comprendere l’universo nel quale viviamo?

La risposta, anche in questo caso, la si trova – secondo il nostro professore inglese – nell’enorme numerosità degli universi. Molti, la stragrande maggioranza di essi, avrà leggi caotiche che non consentiranno né la vita, né la comprensione. Ma il nostro, fortunatamente per noi, non è tra questi.

In più, specifica Hawking, il miracolo dell’ordine universale è probabilmente apparente. E per dimostrarlo, cita un sistema inventato nel 1970 da un giovane matematico di Cambridge di nome John Conway, intitolato il Gioco della vita.

La cosa interessante di questo “gioco” è che partendo da una configurazione iniziale scelta a piacere di “particelle” su una ipotetica scacchiera e alcune semplicissime regole, le particelle “evolvono”, nel senso che nascono, si muovono e scompaiono dando vita a dinamiche che potrebbero essere spiegate con leggi molto più complesse delle poche regole basilari iniziali e che, in un certo senso, appaiono quasi “razionali” perché si formano interazioni a cui si possono attribuire un significato.

Alla fine di questo spiegone, rimarrebbe ancora un ultimo scoglio, piuttosto considerevole. Anche dando per buono quanto fin qui esposto, ci si potrebbe chiedere come mai esista qualcosa anziché nulla. Cioè, se poniamo l’universo o gli universi non eterni, non è necessario ipotizzare un creatore sovrannaturale per non violare il principio di non contraddizione?

Questo è, a mio avviso, l’elemento logico più forte per chiamare in causa l’esistenza di Dio. Si tratta della seconda Via delineata da San Tommaso nella Summa Theologiae, quella Ex ordine causarum efficientium (cioè “dalla causa efficiente”). Non è possibile che nelle cause efficienti si proceda all’infinito. Dunque è necessario porre una prima causa efficiente che tutti chiamano Dio. Alcuni avanzano la questione che allora bisognerebbe anche porsi il problema di quale sia la causa efficiente di Dio; ma noi diamo per buono che Dio, qualora esistente, sarebbe causa di se stesso, non vincolato dai canoni della nostra logica.

In sostanza per il principio di non contraddizione una cosa non può essere e non essere al contempo mentre se anche ipotizzassimo una fluttuazione quantistica tale da creare il seme degli universi, avremo violato la regola, perché ci sarebbe un istante in cui quel seme c’è e non c’è. Come uscire dall’empasse senza l’aiuto del Padreterno? Tra l’altro, se il principio di non contraddizione fosse violato, non si capisce perché non dovrebbero comparire improvvisamente e a casaccio corpi nello spazio dal nulla. Qui la spiegazione di Hawking si fa, a mio avviso, meno convincente.

In pratica (la parafrasi è la mia) finisce per sostenere che il principio di non contraddizione dovrebbe valere “nell’universo”, ma non “per l’universo”. In parte questo potrebbe essere vero perché alcune regole che valgono nell’universo non valgono per l’universo. Ad esempio, nei primi istanti di vita, il nostro universo si è espanso ad una velocità enormemente maggiore di quella della luce, mentre noi sappiamo che “nell’universo”, nulla può viaggiare ad una velocità maggiore della luce stessa.

L’unico vincolo che l’universo dovrebbe rispettare per Hawking sarebbe un bilanciamento pari a zero tra tutte le forme di energia positiva (compresa la materia, che come sappiamo dalla relatività è tramutabile in energia) e l’energia negativa che sarebbe prodotta dalla gravità. Questa somma dovrebbe mantenersi costante a dispetto delle mutazioni di una forma di energia in un’altra (tra cui anche la materia) per consentire il rispetto della legge di conservazione dell`energia, cioè la più importante delle leggi di conservazione note in fisica. Nella sua forma più intuitiva questa legge afferma che, sebbene possa essere trasformata e convertita da una forma all`altra, la quantità totale di energia di un sistema isolato (e l’universo lo è) è una costante, ovvero il suo valore si mantiene immutato al passare del tempo.

A questo punto al professore non rimane che concludere: “Dal momento che c’è una legge come quella di gravità, l’universo può crearsi dal nulla […] e lo fa. La creazione spontanea è la ragione per cui c’è qualcosa invece di nulla, per cui esiste l’universo, per cui esistiamo noi. Non è necessario appellarsi a Dio per accendere la miccia e mettere in moto l’universo”. Ecco dunque svelato il grande disegno.

Personalmente, pur avendo trovato l’opera molto istruttiva, continuo, dal profondo della mia ignoranza, a chiedermi se anche le fluttuazioni quantistiche e la legge di gravità non siano “qualcosa”. Nel caso, mi chiedo da povero Cristo, chi diavolo ce le ha messe almeno un istante prima che l’universo nascesse per far sì che esso potesse germogliare e che questa notte io fossi qui a scrivere un articolo per Città Futura?

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