Un’Italia spaccata in due e consegnata a sovranisti e populisti

Daniele Borioli

itapo

Quella del 4 marzo non è stata solo la più grave sconfitta della sinistra italiana nella storia repubblicana, ma è stata una sconfitta che porta con sé effetti “collaterali” rilevantissimi sul delicato crinale della tenuta delle istituzioni europee e nazionali. Per la prima volta, infatti, in una delle grandi democrazie fondatrici dell’Europa, si aprono le porte del Governo alle formazioni populiste e sovraniste. E se le difficoltà ad accordarsi di Lega e 5S rendono questa ipotesi al momento difficilmente praticabile, i numeri in Parlamento parlano chiaro: le grandi intese del populismo antisistema che Steve Bannon è corso in Europa a incoraggiare, avrebbero alla Camera e al Senato i numeri di una solida maggioranza. Non solo, dunque, il centrosinistra ha perso le elezioni, ma ha fallito la seconda delle missioni che si era dato, forse con eccessivo trionfalismo, dopo le europee 2014: essere il più solido argine nell’Unione contro l’avanzata delle forze antisistema. Alla prova dei fatti, è successo il contrario: Francia e Germania hanno retto; noi siamo crollati sotto le bombe di Di Maio e Salvini. Le ripercussioni sulla tenuta del quadro istituzionale le misureremo più avanti, augurandoci che siano meno gravi di quanto temiamo; sta di fatto che lo sfaldamento del rapporto tra l’Italia e l’Ue, e il conseguente smottamento di quest’ultima stanno per la prima volta tra gli scenari possibili.

Non meno importante è la “cartina” dell’Italia che il voto disegna. Torna in maniera impressionante la divaricazione tra Nord e Sud, come se le elezioni di domenica avessero tradotto in segnali politici nettissimi un dualismo che, da sempre, connota la storia economica e sociale del Paese. Con la vittoria delle destre a fortissima trazione leghista al Nord e quella ancor più forte dei 5S al Sud tornano prepotentemente alla ribalta tanto la “questione settentrionale”, quanto la “questione meridionale”. Con alcune sostanziali e sconcertanti differenze politiche rispetto al passato. Al Nord la Lega interpreta ancora (piaccia o meno ai commentatori politici e allo stesso Salvini) gran parte dello spirito identitario delle origini, ma al tempo stesso: lo fa sovrastando brutalmente Forza Italia e mandando in definitivo declino il “berlusconismo”; lo fa su parole d’ordine non più indipendentiste ma sovraniste e persino apertamente xenofobe, che le permettono di tracimare tanto in molte zone ex-rosse del Paese quanto in “inimmaginabili” aree del Sud. Al Sud trionfano i 5S, con prepotenza sconcertante, catturando in quell’area vastissima del Paese sia la disperazione di chi non vede via d’uscita alla crisi che, sovrapponendosi ai tratti di endemica arretratezza ha finito per costringere milioni di persone entro un tunnel apparentemente senza uscita, strette nella tenaglia tra la mancanza concreta sbocchi occupazionali, il ritrarsi degli antidoti “assistenzialisti” di un tempo (non più disponibili per il prosciugamento della finanza pubblica e il cancro della criminalità organizzata. La differenza rispetto al passato è il vistoso ritirarsi della macro-area rossa intermedia, che tra Liguria centro-orientale, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche, vedeva il netto predominio del centrosinistra, fondato sulle durature e riconosciute prassi del “buongoverno” locale, e sulla stretta, strutturale e lungamente positiva relazione tra politica, istituzioni, economia e finanza. Un’egemonia lunga, e al momento gravemente colpita al cuore, pressoché ovunque salvo che in Toscana.

Il PD, vede insomma ridisegnarsi il suo insediamento secondo due direttrici di fondo: si consolida in alcune delle aree metropolitane (non tutte), in particolare nelle porzioni dei loro centri storici, dove vivono i settori della cosiddetta “upper class”, secondo una tendenza ben fotografata da Ilvo Diamanti alcune settimane prima del voto; resiste, sempre più assediato, in alcune fortificazioni storiche, che tuttavia senza un’inversione di tendenza non è dato sapere per quanto tempo ancora resteranno inespugnabili. Naturalmente, la caratterizzazione geografica del voto non ne spiega da sola le ragioni ma è un buon indicatore di ricerca. I dati della Banca d’Italia sulla povertà forniscono a pochi giorni dal tracollo una chiave per capire cosa è successo, nel cuore di una ripresa che indubbiamente c’è, ma che a oggi pare aver ulteriormente allargato la forbice della disuguaglianza. Nell’immediato, questo ci impone di riflettere circa l’assenza di “empatia” (come direbbe Goffredo Bettini) che ha connotato la nostra pur buona azione di governo: narrata attraverso l’esaltazione dei numeri buoni delle statistiche e l’indifferenza verso le concrete condizioni di vita degli ultimi o dei declassati, sempre più numerosi. Paradossalmente, la ripresa sembrerebbe, attraverso la narrazione che ne è stata data, aver approfondito il solco che ci ha via via separato, secondo un processo lungo che ha avuto nel Governo Monti un turning point decisivo, dalle vittime delle disuguaglianze, ceti medi impoveriti, operai consegnati alle nuove forme di povertà, interi settori del pubblico impiego sacrificati dal rigore dei bilanci pubblici.

I governi hanno fatto nel complesso molto bene, pur con indubbi errori. Toccava al Partito collocarne l’azione in un processo di coinvolgimento dei settori maggiormente in difficoltà, che desse loro il senso di una prospettiva e di un destino comuni: la speranza di un riscatto che non si sarebbe fermato solo alla porta dei più “meritevoli”, ma avrebbe via via coinvolto anche le moltitudini maggiormente in affanno. Per lo svolgimento di questo compito al Partito sono mancate visione e parole. Bisognerà tornare sull’uso scriteriato e disinvolto con il quale negli anni la sinistra ha brandito il concetto di “merito”, che ha finito per gettare sulle spalle di chi non ce la faceva e non ce la fa quasi un’ombra di colpa, divenuta rancore. Il passaggio dal “andiamo, cosa fate ancora lì indietro!”, al “forza, che la strada è ancora lunga ma ce la possiamo fare insieme”, segna la discontinuità tra Renzi e Gentiloni e il maggior gradimento che quest’ultimo pareva riscuotere tra i cittadini. Un plus che in campagna elettorale non abbiamo voluto e saputo valorizzare.

Certo, visti i rapidi mutamenti cui sono sottoposte in questi anni le mappe politiche, e osservando il cataclisma misurato il 4 marzo a confronto delle europee del 2014, si può anche auspicare che l’Italia politica uscita dalle urne delle politiche sia probabilmente destinata a conoscere nei tempi prossimi nuovi e repentini rivolgimenti. Meglio però non adagiarsi su fatue speranze e lavorare in fretta per recuperare il terreno perduto. La stagione dei sovranismi e dei populismi potrebbe essere solo agli inizi: e il nostro Paese, insieme alle molte eccellenti qualità di cui dispone, presenta tutte le ataviche e mai risolte contraddizioni che potrebbero fornire ad essa l’humus necessario a incistarsi per un lungo periodo.

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