Responsabilità sociale

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Il presidente Mattarella, in occasione della “festa delle donne” e richiamando alcuni passaggi centrali di una storia di virtuose emancipazioni, ha richiamato la classe dirigente, votata dagli Italiani il 4 marzo, ad una responsabilità generale, al di sopra delle parti e attenta agli interessi generali, al bene comune.

Si può presumere che il capo dello Stato facesse riferimento ad una responsabilità politica, certamenten indispensabile per superare lo stallo di una temibile ingovernabilità del Paese e evitare una conseguente instabilità con ritorni di gravi contraccolpi economici e sociali. Resta da valutare se e come la necessaria ed indispensabile responsabilità politica si possa collocare nel contesto di una responsabilità sociale (qualcuno la definirebbe “contributiva) che chiama in causa la base e le elite più diffuse della nazione.

Propongo alcune considerazioni, ma altre se ne potrebbero introdurre, per un chiarimento, a mio modesto parere, doveroso. Abbiamo vissuto una caotica campagna elettorale, fatta sulla linea delle dichiarazioni più disparate e di promesse non credibili; tutti, io penso lo hanno percepito. E lo hanno probabilmente compreso anche gli elettori dei due poli in rapporto di reciproco, quanto parziale successo; lo hanno capito loro (centro/destra e M5S) e lo hanno capito gli elettori del soccombente (PD). Tuttavia mi pare di poter dire che gli elementi di consenso si siano indirizzati proprio su due nuclei di proposta che non potranno trovare realizzazione o che, per lo meno, non saranno risolutivi di una crisi ben riconosciuta, quand’anche permettessero un qualche parziale riscontro. Parlo della “promessa”, fatta sempre con toni di “truculenta rozzezza” di buttare fuori dal Paese gli immigrati e di bloccarne l’ingresso; e mi riferisco alla promessa di un reddito di cittadinanza. Se non sono mancati altri annunci propagandistici, tuttavia è su questi due che sembra essersi consolidata la parte più cospicua del successo stabilito dalle urne. Ci sono due riscontri al riguardo. Il primo sta nel “sorpasso”, interno al centro/destra di Salvini rispetto a Berlusconi: il successo cioè del radicalismo dei respingimenti (e del permanente anti/europeismo), rispetto ai toni moderati del cavaliere; il secondo sta nella corsa a richiedere il reddito di cittadinanza in certe zone del Paese, come se si potesse definire un rapporto di rigore deduttivo tra la vittoria di Salvini e di Di Maio ed il godimento di un diritto annunciato.

Non ripeto le ragioni che AP ha più volte proposto sui due snodi citati. Dico solo che gli immigrati continueranno ad arrivare per un fenomeno inevitabile e di costante storica sui motivi delle migrazioni (e ribadisco di non volermi ripetere) e che il reddito di cittadinanza oltre a non essere sotenibile per le finanze dello Stato resterebbe un disincentivo per l’impegno sociale del Paese. Sia chiarito: nessuno vuol mettersi di traverso per contestare contributi alla disoccupazione e alla mancanza di lavoro; tuttavia sarebbe devastante una politica che anche solo rischiasse di favorire il disimpegno dei cittadini.

In definitiva, stiamo affrontando una situazione critica nel suo complesso; sta alla base di una società provocata nelle illusioni, indirizzata al facile costume del disimpegno, lo snodo da sciogliere. Eppure le risorse ci sarebbero. Tanto che, sia pure nel contesto delle facili illusioni e del temibile disimpegno, in molti settori, dalla sanità alla scuola o quant’altro, si trovano professionalità e testimonianze di umanità forse superiori a tempi passati. Si tratta di risorse che se fanno sperare, dall’altra pongono l’esigenza di una loro valorizzazione, pongono la solita questione di una promozione del merito al posto del privilegio, al posto delle facili scorciatoie indotte dalle corrispondenti facili promesse.

Troveremo i soggetti di una formazione adeguata e coerente, ma anche indispensabile, di contesto? Una volta c’erano scuole di partito, c’erano i “corpi intermedi”, c’era la Chiesa. In mancanza di tutto questo (non basterebbero certo personalità individuali come lo straordinario papa Francesco) bisognerebbe pensare seriamente a soggetti formativi capaci di indurre una diffusa responsabilità sociale o, per dirla con più adeguata espressione, contributiva.

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2 thoughts on “Responsabilità sociale

  1. Condivido le considerazioni di Agostino. Mi soffermo sul “reddito di cittadinanza”, la cui promessa non a caso ha provocato il travolgente successo dei 5 Stelle nel Meridione. Se concesso, a parte le oggettive difficoltà di applicazione, in un paese dove la scoperta delle truffe alle CE riguardo corsi e assunzioni fantasma, è quotidiana, avrebbero come effetto “il disimpegno sociale dei cittadini”. Voglio ricordare che dai tempi dei grandi meridionalisti di fine ‘800, di Mussolini che spostava le famiglie povere alle paludi Pontine, oppure in Libia, Somalia, fino alla guerra di Spagna (bellissimo l’aneddoto di Leonardo Sciasca in “L’antimonio”, quando il volontario arruolatosi, attirato dall’alto stipendio, viene sbarcato ignaro in Spagna, e chiede: “Ma i negri dove sono?”. Gli era stato detto che sarebbero andati in Africa), della DC che costituisce la Cassa del Mezzogiorno, con le sue cattedrali nel deserto, alcune rimaste non finite. Il Meridione vive di lavoro sommerso e in nero. Mi disse un pescivendolo in Sardegna, dove sono andato in estate per 18 anni, che i negozi nella cittadina sono una 40ina, ma solo in quattro pagano le tasse, e ricevono pure le visite della finanza. Tutto alla luce del sole, e tutti lo sanno. Eppure… Il costo della vita nel Meridione è, per loro fortuna, decisamente più basso che al Nord: la casa di proprietà, l’orto, l’economia di scambio dei generi alimentari; più del 50% degli abitanti non paga le bollette, la RCA, il bollo auto, le multe, se commercianti i fornitori ecc. Un altro mondo. La Sicilia, Regione autonoma, la quale incassa il 100/% delle proprie imposte, conservando gratis tutti i servizi dello Stato, si è fatta nel corso dei decenni leggi proprie, approvate da se stessa, di privilegi vergognosi: stipendi favolosi anche agli uscieri, invalidità fasulle, pensioni estese fino ai pronipoti, assunzioni clientelari, 20.000 forestali (in Piemonte poche decine) alcuni dei quali appiccano fuochi (colti in flagrante) per assicurarsi i 6 mesi di servizio e quindi il sussidio annuale, edilizia abusiva sanità trasporti commercio ecc. governati dalla mafia. Ogni anno il deficit spaventoso della Regione viene ripianato dallo Stato. Eppure i Meridionali continuano a lamentarsi che lo Stato non fa abbastanza per loro, che li sfrutta (?) ecc. Alle Regioni autonome dovrebbe essre tolta subito l’autonomia (a 73 anni dalla fine della 2a guerra mondiale che senso ha?). La Sicilia necessita di un Commissario governativo per 20 anni. Altolà, come sapevano Andreotti, Berlusconi e Grillo, chi vince le elezioni politiche in Sicilia, le vince in Italia. E’ la seconda regione più popolata, dopo la Lombardia, ove però i voti si distribuiscono.

  2. Il lodevole richiamo alla responsabilità sociale non solo e’ condivisibile, ma è fortemente auspicabile. Purtroppo la politica italiana e’ stata condizionata da quattro “populisti”, ovvero Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini, …e quattro sono davvero troppi…indipendentemente dall’esito delle votazioni con qualsivoglia legge elettorale.
    Roberto Cresta

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