Generare valore condiviso

Marco Ciani

(Quella che segue è l’introduzione di Marco Ciani al Giovedì Culturale dell’8 marzo 2018, presso l’Associazione Cultura e Sviluppo, nel corso del quale è stato presentato il saggio del Professor Mauro Magatti “Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro”. Ap).

Ringrazio il Prof. Magatti per questa preziosa presenza e saluto il pubblico in sala, in particolare le gentili signore nel giorno della loro festa. Una presenza che, a mio modo di vedere, di integra perfettamente con le ultime nostre serate nelle quali abbiamo avuto ospiti Romano Prodi e, successivamente, Alessandro Rosina. Il tema è sempre la necessità di ripensare il nostro modello di sviluppo.

Ora presenteremo il libro “Cambio di paradigma”, sottotitolo “uscire dalla crisi pensando al futuro”. Viene abbastanza naturale, dopo quello che è successo domenica pensare che mai titolo poteva essere più azzeccato per questa serata. Ma questa è solo una piccola suggestione, sulla quale potremmo anche ritornare, rispetto ad un argomento che è molto più ampio.

Di cosa si parla? Il saggio è impostato su un’idea centrale: che siamo in una transizione capitalistica. Nel senso che nelle sue pur mutevoli forme storiche il capitalismo si è strutturato attorno ad uno scambio che determina sempre un punto di equilibrio tra interessi sociali, economici e politici.

Molto brevemente. Se pensiamo al dopoguerra, abbiamo conosciuto dapprima lo scambio fordista-welfarista che ha caratterizzato i cosiddetti trent’anni gloriosi, tra il ’45 e il ’75. Per tutto questo periodo il consenso elettorale si è costruito su un’economia prospera che produceva profitti e salari crescenti ed uno stato forte che garantiva protezione sociale e redistribuzione. Questo equilibrio inizia ad entrare in crisi dopo il 1968, esattamente mezzo secolo fa, come crisi culturale, ma poi deflagra con la crisi petrolifera del 1973 che mette in discussione un modello apparentemente solido. Tra i due eventi incrociamo anche l’abbandono della convertibilità oro/dollaro sancita dal Presidente americano Nixon nel 1971, come passo decisivo nello smantellamento dell’assetto istituzionale costruito nel dopoguerra.

La via d’uscita dalla crisi del modello fordista-welfarista è stata possibile grazie alla riorganizzazione del capitalismo secondo quella che è conosciuta come dottrina neoliberista, che inizia ad affermarsi in modo strutturale a partire dall’elezione di Margareth Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80.

Si impone un nuovo tipo di scambio che si può definire finanziario-consumerista. Uno scambio dove il lavoro perde centralità e si rende più flessibile, ed i salari divengono stagnanti e sempre più diseguali. Il divario tra la base e il vertice della piramide sociale cresce a livelli esponenziali. I consumi però devono essere sostenuti, pena la crisi del sistema perché il capitalismo funziona soltanto se i beni e servizi prodotti vengono consumati in un ciclo ripetitivo tendenzialmente infinito e, anzi, crescente.

Ma come garantire la crescita dei consumi se i salari ristagnano? La risposta di questo periodo è: con il debito. Privato o pubblico.

In questo modello il ruolo della finanza e dell’integrazione tecnica su scala globale sono decisivi. Si pensa di poter controllare il rischio insito in un sistema instabile tramite strumenti finanziari sempre più sofisticati. In un mercato che nel frattempo è divenuto globale e tecnologico. Ricordiamo solo per inciso, la fine del blocco orientale seguente al crollo del muro di Berlino, nel 1989. Il mondo diventa un gigantesco mercato unico. Francis Fukuyama preconizza la fine della storia.

In questo periodo l’espansione della liberalizzazione economica si accompagna ad una tendenza all’accrescimento della libertà individuale, che immette nella società dosi crescenti di individualismo. Da un lato abbiamo lo scioglimento dei vincoli economici, dall’altro il progressivo logoramento dei legami personali e sociali. La società diventa sempre più liquida. Il welfare state inizia a entrare in crisi.

Arriviamo così al 2008, che il Prof. Magatti definisce una linea di confine, l’inizio di una crisi da cui non siamo ancora usciti. Una crisi che è economica, ma anche politica e culturale. Questa crisi ci pone di fronte alla necessità di immaginare e pensare un modello sociale nuovo, capace di portarci al di là del modo di ragionare degli ultimi decenni. Quello stesso modello che ci ha regalato un mercato sempre più selvaggio e sregolato, un ambiente inquinato e compromesso, la degenerazione della politica, sempre più populista e nazionalista. Basta guardare un tg o sfogliare un giornale per avere la sensazione che si stiano predisponendo tutti gli elementi di un disastro.

E dunque? E dunque, ad oggi, due sole sembrano le vie d’uscita realisticamente percorribili, secondo linee altamente differenziate destinate a produrre conseguenze diametralmente opposte.

Nel primo scenario che Magatti definisce come lo scambio efficienza per sicurezza (o come pensare di tornare a crescere spremendo di più il limone) troviamo una società dove la paura partorita dall’insicurezza economica e sociale, alimentata dal populismo, segmentata e irreggimentata dalla gabbia d’acciaio costituita da nuove tecnologie come i big data potrà forse tornare ad aumentare la produttività, ad estrarre valore, ma non a generarlo. Sulla differenza tra estrarre e generare lascio volentieri la parola al professore.

Il paradosso di questo ipotetico futuro è che dopo 30 anni di predicazione neoliberista, il ritorno al legame sociale potrebbe prodursi per negazione (contro gli “altri”: gli immigrati o comunque i nemici al di là del muro) e per astrazione (mediante sistemi astratti, digitalizzati, procedurali, sicuritari).

L’altro scenario, radicalmente differente, è quello di tornare alla crescita economica, producendo al contempo sviluppo umano e sociale. Uno scenario che richiede di cambiare logica. Nel nuovo scenario, che Magatti chiama “sostenibile contributivo” solo chi (imprese, territori, nazioni) sarà capace di produrre valore economico, ma anche sociale, ambientale, istituzionale e cognitivo, si troverà anche nella condizione di sostenere i consumi.

Qui ritroviamo alcune suggestioni, sviluppate, del pensiero di Michael Porter, il direttore dell’Istituto per la strategia e la competitività di Harvard. Il tema è la creazione di valore condiviso, che significa creare valore economico attraverso la produzione di un beneficio per la società e per l’ambiente.

Punto cardine di questo concetto è il riconoscimento del legame tra benessere sociale e successo economico e il superamento della contrapposizione tra questi due elementi, che ha caratterizzato il pensiero economico neoclassico.

Questo concetto, sviluppato ed integrato, è alla base del cambio di paradigma, cioè del modello di riferimento che ci può consentire di uscire dalla crisi pensando il futuro.

Concludo con le parole di Magatti: questa lunga crisi potrebbe rivelarsi l’occasione per far nascere un mondo migliore di quello che abbiamo lasciato con il suo inizio. Non si tratta solo di riparare una macchina, di riprendere i sentieri interrotti. L’ambizione che ci deve guidare è ben maggiore: cambiare paradigma per raggiungere mete strutturalmente e culturalmente al di fuori della portata della stagione storica alle nostre spalle. Il futuro è ancora possibile. La speranza non è ancora morta. Il desiderio non è ancora appassito.

Il treno della storia sta passando davanti ai nostri occhi. Proviamo a non perderlo.

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