Nelle pie(a)ghe della sconfitta Pd

Daniele Borioli

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Tra le molte cose che si possono dire a proposito del rovinoso risultato elettorale di domenica scorsa, ce ne sono due forse minori ma di non secondario significato.

La prima riguarda la cancellazione dal Parlamento di ogni traccia di rappresentanza riconducibile al Pd di svariati territori provinciali. È il caso (che meglio conosco) dell’alessandrino-astigiano, ma anche di un’altra consistente parte del territorio regionale. Alessandria: la terza provincia del Piemonte, dopo l’area metropolitana di Torino e la Granda, non avrà alcun democratico cui rivolgersi direttamente. Tra i candidati messi in sicurezza dalle candidature nel proporzionale, l’esclusione del territorio di Alessandria consolida il metodo varato a suo tempo con la formazione degli organigrammi regionali. Eppure sull’Alessandrino ricadono cruciali questioni di governo del territorio: dalla realizzazione del Terzo Valico, con gli annessi complicatissimi problemi, alla riorganizzazione delle aziende sanitarie, che in questa parte del Piemonte è stata impostata con peculiare radicalità. Questo ragionamento è peraltro estendibile alla più vasta area Alessandria-Asti, tutta quanta esclusa dalla rappresentanza parlamentare. Ma al di là degli aspetti specifici è in se lo scardinamento del principio più generale della territorialità come elemento fondativo della rappresentanza democratica a lasciare interdetti. Quello che è capitato ad Alessandria-Asti si ritrova, grosso modo nella stessa misura, per la parte nord-orientale della regione, con la sola eccezione del VCO e l’esclusione di Biella, Vercelli e Novara. Ricordo nel 2013 la fatica che il gruppo dirigente regionale fece per dare a tutti i territori una rappresentanza. È vero che i numeri erano diversi e ben più ampi ma, al netto di una Ministro (peraltro già garantita in un altro plurinominale) e di un pugliese che difficilmente prenderà casa qui, si sarebbe certamente potuto fare di meglio. Come mai non si è fatto? Forse anche di questo bisognerà chiedere conto al gruppo di comando nazionale e regionale, evidentemente troppo impegnato a perseguire altri criteri.

La seconda questione riguarda il progressivo processo di estinzione dalla rappresentanza parlamentare di coloro che in qualche modo hanno avuto a che fare con il “disciolto” Partito Comunista Italiano. Qualche sopravvissuto c’è, per carità. Ma a distanza di un decennio della nascita del PD, il lamento a lungo elevato circa il dominio post-comunista sul partito nuovo dovrebbe forse lasciare il posto al suo rovescio. Attenzione, dico questo senza alcun afflato nostalgico: mi sono iscritto al PCI negli ultimi mesi precedenti la svolta, non ho mai apprezzato il metodo del centralismo democratico (anche se ancor meno apprezzo il centralismo monocratico in cui siamo ora capitati), né l’ambiguità di giudizio e di rapporti troppo a lungo coltivata verso i regimi comunisti totalitari. Mi riferisco invece alla rescissione progressiva dei fili di connessione, culturali prima ancora che politici, con una storia che pur con i suoi molto errori ha fondato la democrazia di massa nel nostro Paese, grazie a una capacità di leggere i fenomeni sociali, interpretarli e dare loro rappresentanza politica, in molti casi e per un lungo periodo guidando i processi di modernizzazione del Paese senza che essi sfociassero in protesta e rancore come ora sta accadendo. È chiaro, lo so bene, che non è volgendo lo sguardo alla sinistra del ‘900, che si sciolgono i nodi della contemporaneità. Ma allontanarsi da quel metodo, riducendolo a comprimaria sopravvivenza nel quadro di un prevalente attualismo senza direzione, rischia non solo e non tanto di estinguere una storia quanto di ridurre il PD da partito a vocazione maggioritaria a partito di solido insediamento minoritario. Tanto più che per converso, l’abbandono di uno dei genomi fondativi del PD non è scaturito nell’adesione preferenziale ai paradigmi della cultura del cattolicesimo democratico, o del socialismo riformista di matrice autenticamente europea (la stessa adesione al PRE è rimasta una boutade mediatica senza costrutto), ma si è dis-sostanziato in una sorta di eclettismo senza radici riconoscibili.  Esempio tra tutti, il Jobs Act, riforma per molti aspetti necessaria e ineludibile, ma non accompagnata da un altrettanto indispensabile ridisegno dei diritti e della rappresentanza del lavoro, in grado di dare risposte all’irrompere dei conflitti sociali contemporanei. Sganciato dalle masse, il PD si trova ad essere  rappresentante di quella upper class di cui di recente ci ha parlato Ilvo Diamanti, che ci vota nei quartieri centrali di Torino e Milano, ma non riesce a dar voce, e quindi perde, nelle periferie dello scontento.

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