Partiti europei, candidati europei

Carlo Baviera

Ad inizio febbraio il Parlamento Europeo ha bocciato la proposta di liste transnazionali alle prossime elezioni europee del maggio 2019. La proposta di liste transnazionali era sostenuta, tra gli altri, dal presidente francese Emmanuel Macron e dal governo italiano. Contrari alla proposta sono stati il Gruppo dei Popolari (Ppe), i Conservatori e la Sinistra senza gli italiani. A favore delle liste invece la stragrande maggioranza del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), i Verdi e il M5S.

La proposta avanzata della commissione per gli Affari costituzionali chiedeva l’elezione di un certo numero di eurodeputati in una circoscrizione elettorale a livello europeo: le cosiddette “liste transnazionali”, che avrebbe consentito a 30 dei 73 seggi lasciati dal Regno Unito di essere assegnati a blocchi paneuropei, non ai singoli Stati membri.

Fin qui la notizia che gli organi di stampa ci consegnano. Forse si è avuto paura di sperimentare una novità fuori dai soliti schemi. Si può anche comprendere: se i parlamentari rappresentano, ognuno, i cittadini dello Stato che li ha eletti così deve essere per tutti.

Anche in questo caso l’Europa che pure ha rappresentato, negli anni passati, un riferimento importante per altri popoli e nazioni dal punto di vista del percorso di realizzazione e consolidamento di una unità costruita liberamente, senza guerre o imposizioni (ricordiamo che abbiamo ricevuto il Nobel per la Pace 2012), ha voluto considerare più gli aspetti di forma e di burocrazia che non lo spirito progressivo che dovrebbe muovere le decisioni a livello continentale, anche in campo istituzionale.

Perché quella dei trenta deputati europei da eleggere in una lista transnazionale, può sembrare una stranezza o una forzatura; ma così può non essere.

Quella proposta ci pone una questione molto più profonda e fondamentale per il futuro dell’Unione Europea (io preferirei di gran lunga Comunità federale europea, ma questo è un altro discorso). Ci ricorda che attualmente, nel 3° millennio, dopo cinquant’anni (cinquantuno per l’esattezza) dai trattati istitutivi, dopo 67 anni dalla Dichiarazione Schuman, dopo 66 anni dal Trattato di Parigi istitutivo della CECA a seguito della scelta strategica dei Padri fondatori, dopo 39 anni dalla prima elezione popolare del Parlamento Europeo, siamo ancorati alla rappresentanza degli Stati membri e non dei popoli, alla rappresentanza dei partiti della propria nazione e non di partiti europei.

Questa è una delle, se mi è consentito il termine, <vergogne> che ci caratterizzano; vogliamo costruire una casa comune, un nuovo Stato più grande, ma continuiamo a ragionare, a muoverci, a operare, a commerciare e lavorare, e a volte anche a bisticciarci e dividerci sulla base delle appartenenze statali di residenza, e solo con finanza e prossimamente esercito comuni; fortunatamente possiamo muoverci fra i diversi stati senza più frontiere (anche se su questo aspetto si inizia ad incrinare qualcosa). Altre materie, come politica estera, politica economica, politica industriale e energetica, politica ambientale, politica di sostegno della cultura, politiche dei trasporti e delle telecomunicazioni, invece le si ragiona e decide rigorosamente a casa propria.

Se l’Europa vuole fare un salto in avanti deve superare queste divisioni fra Stato e Stato, tra Governo e Governo; altrimenti gli obiettivi comuni saranno sempre in secondo piano, non saranno mai prioritari. Non ci sentiremo mai europei, ma solo italiani, francesi, tedeschi, slovacchi, lituani, ungheresi, polacchi, ecc.

Quindi è importante spostare la battaglia sulle modalità del voto europeo. Partiti europei, che presentano candidati su tutto il territorio dell’Unione. Ovviamente (esemplifico) nel collegio dell’Italia Nord-Ovest i partiti presenterebbero candidati riconoscibili e apprezzabili dagli elettori di queste aree territoriali; ma inseriti in una proposta politica, in una visione programmatica, insieme a chi (appartenendo alla stessa lista politica) si candiderà in Borgogna, nei Paesi Baschi, in Vallonia, in Baviera, in Slovacchia.

E’ un sistema che consentirà di avere un Presidente dell’Unione e un Governo composto sulle scelte emerse dal voto, e non condizionate prevalentemente dai Governi statali. E dovrebbe anche essere un modo per evidenziare, e spero emarginare, quei gruppi e quegli Stati che non condividono lo spirito europeo dei Padri fondatori: lo spirito di solidarietà, di apertura, di libertà pluralistica, di rigetto dei totalitarismi e delle legislazioni vincolanti e opprimenti rispetto ad una serie di diritti. Stati che però condizionano il percorso verso una nuova frontiera dell’Europa alla loro visione nazionalistica e dirigistica.

Un modo, mi auguro, per favorire anche alleanze tra partiti democratici e pluralisti e per superare alcune aggregazioni odierne che vedono in Europa al loro interno presenze popolari e presenze conservatrici, presenze progressiste e presenze stataliste, ecc.

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