Periferia e visioni periferiche

Angelo Marinoni

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Una delle dimostrazioni della distanza della classe dirigente dal mondo che dovrebbe saper dirigere è nella difficoltà a prendere coscienza della fine del concetto di periferia: le periferie non esistono più e allo stesso modo non esistono i centri nel senso socio-economico, esistono delle aree che assumono un ruolo guida e i cui confini sono incerti e in continuo movimento.

I confini delle metropoli sono come il limite del bagnasciuga, un continuo avanzare e rientrare con proporzioni affatto fisse né nel tempo né nello spazio.

Anche in questo senso è prezioso il libro di Luca Garavaglia: la città dei flussi (Edizioni Guerini e Associati). In esso si dimostra come questo concetto di città fluida e continuamente traslata nello spazio-tempo sia la più affascinante caratteristica di questa epoca, ma allo stesso modo sia la caratteristica della realtà meno compresa da una classe dirigente ancora troppo condizionata dall’aspetto finanziario nelle sue valutazioni: si tratta di un condizionamento non del tutto ascrivibile al mondo economico, in quanto questo farebbe scientificamente appello a indagini socio-economiche che convincerebbero la classe dirigente della fallacia di scelte che portino alla desertificazione demografica e conseguentemente economica di aree intere a vantaggio dei poli attrattori.

 Prevalendo nelle valutazioni la componente finanziaria gli investimenti vengono concentrati in quelli che sono considerati i centri ponendo in un secondo livello di intervento i contesti che i centri stessi dovrebbero coordinare.

Un esempio eclatante è stato fornito dal gruppo FS guidato da Moretti: questi riprese la pessima e tragica strada del Ministro dei trasporti Signorile negli anni Ottanta del secolo scorso e con il sostegno di buona parte del mondo economico e del mondo politico tradusse una maldestra strategia di tagli in una scientifica soppressione di ciò che era considerato superfluo: la periferia. Da Amministratore Delegato di RFI promosse la rete snella producendo, probabilmente, ritorni economici in termini di risparmi alla gestione dell’infrastruttura, ma impoverendo le linee complementari e declassando a complementari linee fondamentali e da Amministratore del gruppo FS investì per unire le metropoli nel modo più efficace possibile tagliando quanto possibile fuori da queste. Il Piemonte che tagliò 500 km di ferrovie complementari ne è luminoso esempio.

L’infrastrutturazione AV/AC che sotto la sua regia vide la sua principale fase di sviluppo  è stata fondamentale ed è uno dei momenti più alti dell’ingegneria ferroviaria italiana: non va, quindi,  ascritta agli errori, ma va ascritto agli errori la politica della rete snella e il ritardato sviluppo della rete cosiddetta tradizionale nella logica per la quale bisogna fare di tutto per collegare Milano e Roma ponendo su un secondo e trascurabile piano come si possa andare da Voghera a Milano o da Nettuno a Roma.

La cura del ferro di Delrio è l’intervento più significativo degli ultimi tempi, ma non l’unico e sicuramente non potrà essere l’ultimo, che cerca di portare la rete ferroviaria complementare alla massima efficienza e capacità nella sua interezza rovesciando il concetto di accentramento sui poli attrattori: si sta cominciando a capire che i poli restano attrattori se raggiungibili come non si sta ancora capendo fino in fondo che i confini dei poli attrattori non sono definiti.

Diventa importante per le realtà cosiddette periferiche sfruttare ogni loro attrattiva ed è dovere della classe dirigente guardare ad esse con la medesima dignità con cui guardano alle attrattive metropolitane, in Alessandria esiste un complesso ben rappresentativo di come un luogo possa essere polo attrattore di livello metropoli ben lontano dai grattacieli delle stesse: la Cittadella.

Si deve investire affinché possa nascere un modello Alessandria in cui la periferia smette di essere tale e diventi polo attrattore legando in un unico polo tutti i motori: patrimonio architettonico, cultura, università, enogastronomia.

I fondi per progetti di lungo respiro sono stati stanziati e occorrono progetti, occorre una visione di città. Suggerisco a tal scopo la lettura dell’articolo di Giorgio Abonante, Fabio Camillo e Giorgio Laguzzi, Alessandria, domani (https://democraticieriformisti.wordpress.com/2018/01/20/alessandria-domani/) che propone una strategia e pone degli obiettivi di medio-lungo periodo che, grazie a quanto ottenuto nella consiliatura precedente, diventano prospettiva possibile.

Oltre il caso specifico si evidenzia la necessità che la classe dirigente modifichi il suo punto di vista sulla centralità dei poli attrattori e cominci a ragionare su città estese, territori sovrapposti e ridimensioni il ruolo dei confini.

In Italia la modifica del titolo V della Costituzione ha provocato una (involontaria nei promotori) frammentazione e in certe circostanze un atteggiamento prerisorgimentale di gestione dei servizi, per cui si manifestano disservizi o negazioni di potenzialità in nome di limiti territoriali di competenza castranti di futuro e di prospettiva.

Un territorio dai confini indefiniti come quello che ha per centro Alessandria è la vittima tipica di una visione limitata nel senso latino del termine, riferendosi al Limes: è un territorio dove il Monferrato diventa Langa, dove la Lomellina diventa Monferrato, dove la pianura diventa Appennino, è contemporaneamente l’ultima periferia di Milano, Genova e Torino, divenendo per questo territorio unico e importante e senza un confine definito, ma con un definito ruolo di ponte fra le varie anime della città estesa di nordovest.

Proprio la città di Alessandria meglio rappresenta la compenetrazione delle periferie nelle metropoli e viceversa, socialmente ed economicamente Alessandria è una periferia di Milano ed è una periferia di Genova, pur mantenendo un forte legame amministrativo con il capoluogo regionale Torino, un rapporto in taluni casi più di dannosa sudditanza che di proficua collaborazione; in verità non si tratta di periferia, ma si tratta di continuità: Milano continua fino ad Alessandria come Genova, arrampicata sull’Appennino, lo scavalca abbracciando Ovada e Acqui Terme e tendendosi fino alla città fra i due fiumi: a dimostrarlo sono i flussi di persone, non tanto i flussi pendolari quanto i disordinati flussi bidirezionali continui che, per esempio, si estrinsecano sulle ferrovie e sulle strade.

Non è un caso che il “bando periferie” rivesta così tanta importanza più in questo alessandrino esteso che altrove: un altro elemento conquistato nella passata consiliatura e che rivendica una progettualità prima di sfumare. I primi ad uscire dalla logica periferica devono essere proprio gli amministratori delle periferie e mi immaginerei, per esempio, il Sindaco di Alessandria che tifa per Casale Monferrato capitale della cultura e il Sindaco di Casale che spinge per basare ad Alessandria maggiori corsi dell’Università del Piemonte Orientale.

Nella città dei flussi non esiste una periferia, esiste una continuità di città e quindi di cittadinanza tale per cui le conquiste di un territorio limitrofo diventano conquiste del territorio in cui si vive e viceversa creando un’area estesa che diventa polo attrattore esteso con flussi bidirezionale di viaggiatori: una società fatta di comunità relazionate fra loro, città fatte di città.

Una visione di gestione della città che si fermi alle Cabanette o a Valmadonna è una visione incompleta e perdente come nel bando periferie con al centro la Fraschetta pensare solo ad un secondo ponte stradale sulla Bormida o ad opere di miglioramento dello status quo sono una enorme occasione persa.

È il momento delle prospettive di lungo periodo, è il momento di tessere il territorio alessandrino nei più ampi contesti metropolitani, per esempio come ponte fra il mare e la piana industriale verso quel Monferrato e quella Langa che si vantano di essere Unesco vivendo e spesso amministrando come se non lo fossero.

Un tavolo di decisori molto ampio non sarebbe un caotico vociare se tutti avessero la stessa volontà di sviluppo senza arroccarsi né ai fragili confini della propria amministrazione né alla fragilità temporale della durata del proprio mandato.

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