Il giorno della memoria, i conti col passato

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Il modo forse più risolutivo per celebrare il giorno della memoria sta nel riconoscere e valutare il senso e le conseguenze degli eventi che ne hanno reso drammatica, quanto doverosa la ricorrenza. Sta nel fare i conti con le responsabilità dirette, con le imitazioni devastanti, con le connivenze dolose, con le indifferenze colpevoli. Per questo, due settimane addietro ho richiamato i comportamenti degli Stati democratici ben consapevoli dello sterminio in atto, durante la seconda guerra mondiale, non solo degli Ebrei, ma di tutti gli avversari dei totalitarismi che si sono definiti nel corso del secolo ventesimo; in prima istanza della barbarie nazista.

Eppure di tutte le connivenze, nel corso delle mie letture avrei anche rilevato quella posta in essere dal “comitato sionista d’aiuto e salvataggio” presente ed operante a Budapest. Come dire che anche all’nterno del sionismo non sono mancate correnti minoritarie che si sono rese parte, se non certo attiva, almeno responsabile di sospetto collaborazionismo. Non se ne esce: quando si fanno i conti con la storia, non si chiude se non a chiarimenti completi.

L’episodio è ormai acquisito al dibattito storiografico. Due Ebrei fuggiti da Auschwitz, nell’aprile del 1944, arrivati in Slovacchia, avvisano le autorità dei Paesi interessati e i Comitati sionisti di salvataggiio, dell’intenzione dei nazisti di deportare e sterminare a Birkenau gli Ebrei ungheresi. L’Ungheria, già sotto il governo di Horty, era stata accupata dalle armate tedesche nel marzo dello stesso anno, quando ormai era del tutto evidente che Hitler sarebbe stato sconfitto; tuttavia la sconfitta militare all’orizzonte non doveva interrompere gli obiettivi di sterminio degli Ebrei. E già nello stesso mese in cui i due fuggitivi arrivano a Bratislava (Slovacchia) i convogli di deportati, destinati alle camere a gas avevano inaugurato i loro trasporti da Budapest. In quei giorni si sarebbe verificato lo scambio/trattativa più inquietante della vicenda. Rudolf Kasztner, membro del Mapai (corrente minoritaria dei gruppi sionisti) tratta con Eichmann uno scambio in base al quale avrebbe offerto mezzi di trasporto alla Wehrmacht, in cambio di salvacondotti per far fuggire alcuni membri più influenti delle comunità ebraiche ungheresi. Uno dei citati fuggitivi da Auschwitz, Rudolf Vrba accuserà il leader del Mapai di aver sacrificato centinaia di migliaia di deportati per salvare appunto alcuni “tra i più autorevoli membri” della sua parte politica.

Come dire: per fare i conti con la storia e celebrare degnamente il giorno della memoria non serve indignarsi o, per lo meno, non basta individuare le dirette responsabilità; non è neppure serio scagliare una pietra per primi. Fatte salve le ovvie distinzioni il ripensamento e le valutazioni non possono ignorare nessuno degli aspetti che emergono e degli eventi posti in essere.

Dopo la guerra, nel 1952, Kasztner, in quel momento deputato alla Knesset, viene accusato da un giornalista di collaborazionismo, con riferimento ai fatti del 1944; durante il processo che si celebra per denuncia di denigrazione intrapresa da parte del deputato, le sue responsabilità gli si rovesciarono addosso con scandalo pubblico e risonanza mondiale. Non si arrivò alla sentenza (condanna? assoluzione?) perchè nel marzo del 1957, un giovane già deportato, gli sparò un colpo mortale di pistola, in una strada di Tel Aviv.

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