Scomode verità

Marco Ciani

Se, come sosteneva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni allora ne consegue logicamente che ogni posizione è sostenibile, basta che sia ritenuta vera da qualcuno, fosse anche la più assurda (p.es. la terra è piatta, gli asini volano, etc.). Dipende tutto da come io vedo le cose.

La mia è una forzatura perché la tesi nietzschiana non andrebbe interpretata (per restare in tema) in senso assoluto, come sa chiunque abbia quattro nozioni in croce in materia. Ma non è questo che ci interessa qui approfondire.

Il punto è un altro. Da un secolo e mezzo a questa parte, più o meno, la nozione di verità oggettiva, nell’accezione che da Aristotele procede fino a Tarski di corrispondenza tra fatti ed enunciati, è andata progressivamente svaporando. Prima nella testa delle élite intellettuali. Quindi nel volgo. Fino ad arrivare nel 2016, all’elezione del vocabolo “post-truth” (in italiano “post-verità”), come parola dell’anno. Non casualmente, ciò è avvenuto nello stesso anno della Brexit e dell’elezione di Trump.

L’Enciclopedia Treccani definisce la post-verità come “argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica”. In alcuni casi si parla di “verità alternativa” (sigh! sob!).

Il fenomeno non è nuovo. Come detto in altre occasioni, le emozioni, i sentimenti, le passioni influenzano il nostro modo di leggere la realtà normalmente assai più dei fatti. Ma oggi questa tendenza appare dominare incontrastata, senza che un sussulto di realismo riporti le persone con i piedi per terra.

Tale elemento appare con maggiore evidenza in campo politico. Programmi evidentemente assurdi (per i soggetti raziocinanti) di riduzione delle tasse o aumento dei sussidi, completamenti privi di coperture finanziarie, possono tranquillamente essere spacciati per accettabili. E condizionare in modo decisivo le scelte degli elettori.

Ma non solo. Vanno nella medesima direzione anche la diffusione della credenza che i vaccini provochino l’autismo, o che il riscaldamento globale sia una bufala oppure, nella migliore delle ipotesi, una questione opinabile.

Appare altrettanto indubitabile che la diffusione dei social network come Facebook incentivino a dismisura tale inclinazione. Aveva ragione l’alessandrino Umberto Eco a sostenere che internet ha dato diritto di parola agli imbecilli. Purtroppo con conseguenze molto preoccupanti.

Devo ammettere che fino ad un recente passato, anche a me il richiamo continuo alla verità, reiterato ad esempio in ambito ecclesiastico (pensiamo alle encicliche Veritatis splendor di Giovanni Paolo II nel 1993, o alla Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009), produceva una certa insofferenza. Mi pareva che il concetto venisse usato come una specie di randello nei confronti di chi non seguiva le direttive del magistero petrino.

Allo stesso modo del richiamo, che destò all’epoca un certo scalpore, alla “dittatura del relativismo”, nominata dal Decano del collegio cardinalizio Joseph Ratzinger nell’omelia tenuta nel corso della Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, cioè a seguito del funerale di Karol Wojtyla.

Dunque va tutto bene. Anything goes direbbero gli americani. Magari in compagnia di Paul Feyerabend. Anzi, chi agita lo spauracchio della verità è un pericoloso assolutista.

Come sarebbe ragionevole attendersi, tale canea di interpretazioni che ha visto in prima fila i postmoderni, non poteva non suscitare la reazione di chi continua a pensare (come il sottoscritto) che ci sono fatti oggettivi e interpretazioni soggettive (o perlomeno falsificabili).

Tra questi il prof. Maurizio Ferraris che in due saggi, il “Manifesto del nuovo realismo” del 2013 e il più recente “Postverità e altri enigmi” uscito l’anno scorso, sostiene un approccio anti/soggetivistico, cioè basato sul presupposto che esista una realtà indipendente dall’osservatore, il quale la può cogliere e spiegare certamente, ma non negarla.

Per fare un esempio banale, se ci trovassimo di fronte ad un bicchiere d’acqua, potremmo anche pensare con tutte le nostre forze che sia vino, ma ciò non ne muterebbe la composizione chimica. Diverso sarebbe l’argomentare se abbia un buon sapore oppure no, se si debba utilizzarla per bere, per innaffiare un fiore, per pulire un tavolo, etc.

Purtroppo il termine nuovo “realismo” utilizzato da Ferraris si presta a interpretazioni diverse. Il che può indurre in confusione. Realista (tolto chi sostiene la monarchia, che non è argomento che ci interessi) è definito per esempio in politica chi accetta lo status quo o comunque chi mira alla conquista del potere in quanto tale, contrapponendosi, in entrambi i casi, all’idealista e all’utopista. Pensiamo alla celebre frase “non sono pessimista, né ottimista: sono realista”. Il più famoso ed importante teorico del realismo politico è stato Niccolò Macchiavelli, che infatti scisse l’etica dalla politica.

Ma qui si intende una cosa diversa: realista contrapposto a soggettivista (categoria nella quale rientrano postmoderni, ermeneutici, sostenitori della svolta linguistica, etc.). Cioè colui il quale crede (repetita iuvant) esista una realtà esterna indipendente dall’osservatore. In questa accezione realista non è chi difende la situazione in atto, o il cinico. Piuttosto chi pensa che la verità (con la “v” minuscola, cioè quella dei fatti e non dei grandi principi universali) sia un baluardo a difesa di chi ha mezzi scarsi. E uno strumento indispensabile per comunicare, cioè il terreno comune del confronto dialettico.

Se infatti tutto è interpretazione, il rischio è che chi possiede più risorse mediatiche, economiche, etc. o anche chi riesce meglio degli altri a sfruttare istinti, pregiudizi, stereotipi della gente incanalandoli a proprio uso e consumo riesca ad imporre la sua visione molto più facilmente rispetto a chiunque. In fondo il trionfo dei populismi moderni sta soprattutto qua.

Le posizioni di Ferraris sono state pesantemente attaccate dai maggiori filosofi italiani. A partire, e non poteva essere diversamente, dal principale alfiere del pensiero debole, cioè Gianni Vattimo. Ma anche Carlo Sini, che dice “Il nuovo realismo di Ferraris? Tutte cazzate”. Il valenzano Costanzo Preve. Con una posizione più articolata da parte di sua maestà Emanuele Severino. E per finire, perfino la macchietta che risponde al nome di Diego Fusaro, il Daniele Capezzone della filosofia.

Comunque, torniamo a noi. Il problema di per sé si ridurrebbe a una diatriba tra personaggi di un disciplina ormai abbastanza sorpassata come la filosofia, se non fosse che i suoi effetti condizionano in modo determinante le scelte politiche degli elettori.

Il problema ci pone innanzi ad una domanda semplice solo in apparenza: come contrastare il dominio delle fake news che, come ricordava oggi Mario Monti sulle pagine del Corriere della Sera “ha aperto la strada a fenomeni collegati: i fake programs, particolarmente immaginativi per partiti nuovi, che non possono per ora attrarre sulla base di comprovate capacità di governo, e le fake histories, con le quali viceversa partiti che hanno governato in anni recenti o recentissimi cercano di riscrivere gli episodi meno felici di quelle fasi”.

Alcuni avanzano l’ipotesi di improbabili censure che costituirebbero però una medicina peggiore del male, dato che la minaccia alla libertà di espressione costituisce un pericolo ancora maggiore per la democrazia.

Si potrebbero lasciare le cose come stanno, sperando che passi la nottata. Ma poiché le tecnologie non sono reversibili e appaiono semmai destinate ad incrementare la loro pervasività (le persone tendono sempre di più a costruire la propria realtà mediaticamente), questo significherebbe non risolvere il problema. Forse aggravarlo.

Una terza ipotesi a cui sembrerebbe stiano lavorando i social interessati, a cominciare da Facebook, prevede l’implementazione di meccanismi tecnici per dare priorità alle fonti affidabili, grazie all’aiuto degli utenti. Staremo a vedere.

Quello che temo è che il fenomeno del divorzio tra realtà e pubblica opinione non sia episodico o destinato a costituire un momento di passaggio. Premesso che è già in corso la compressione di alcune democrazie europee (Polonia, Ungheria…) costruita sulle balle riguardanti gli immigrati e l’Europa, quando purtroppo le persone si creano aspettative irrealistiche e sbagliate (non in base alle scelte possibili, ma ai vincoli esterni) il dramma è dietro l’angolo. In queste situazioni le spiegazioni più facili portano dritti al complottismo, alle leggende della “pugnalata alle spalle”, come accadde in Germania dopo la prima guerra mondiale. Con le ben note conseguenze.

A chi non si rassegna, non rimane che tenersi stretta la realtà, come il nonno di José Saramago che “contadino pastore analfabeta, prima di morire va ad abbracciare ad uno ad uno i suoi alberi”. Forse una delle immagini più belle dell’unione, non impossibile, tra sentimento e verità.

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2 thoughts on “Scomode verità

  1. Pregevole contributo, che dovrebbe essere tenuto in debito conto in particolare da coloro che ricoprono cariche pubbliche …specialmente se politici (speriamo che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione…)
    Roberto Cresta

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