In cerca di pace (Migranti e rifugiati al centro della giornata della Pace 2018)

Carlo Baviera

Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2018 (giornata che si celebra annualmente il primo di gennaio), porta la data del 13 novembre 2017, Memoria di Santa Francesca Saverio Cabrini, Patrona dei migranti. Non a caso il titolo del Messaggio per il 2018 è “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”

 Il Papa ricorda gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati.

“Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura. Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate”. Subito Francesco ci richiama alla concretezza, senza sentimentalismi.

Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».

Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano, mentre dice il Papa, sono opportunità per costruire un futuro di pace.

Il Papa ricorda che tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Che i migranti (insieme ad un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni) portano anche i tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono.

Desidero soffermarmi solo su due aspetti. Il primo è dato dall’immagine della nuova Gerusalemme, che il Papa richiama. “Il libro del profeta Isaia (cap. 60) e poi quello dell’Apocalisse (cap. 21) la descrivono come una città con le porte sempre aperte, per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze. La pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno. Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace. … Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati”.

Molto significativo questo richiamo ad uno sguardo altro rispetto a quello che in genere abbiamo per le nostre città. Questo saper riconoscere ciò che di buono c’è già e sta crescendo; saper costruire <cantieri di pace> proprio in una logica di apertura e di una prospettiva di non conservazione e di identitarismo.

Il secondo aspetto da sottolineare sono quelle che il Papa definisce le Quattro pietre miliari per l’azione, cioè “una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. “Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. “Proteggere” ricorda il dovere di impedire lo sfruttamento di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza. “Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale come l’accesso a tutti i livelli di istruzione. “Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali”.

Quest’ultimo passaggio, che richiama la partecipazione alla vita sociale, mi ricorda che anche l’affermarsi della democrazia nelle nostre società occidentali, in fondo, è stato un rivendicare da parte degli esclusi e degli emarginati quegli spazi e quelle occasioni e istituzioni civili e politiche per immetterli con parità di diritti e responsabilità nella vita pubblica. Esclusi ed emarginati sconquassavano gli equilibri precedenti e sconvolgevano la tranquillità dei nobili e degli abbienti.

E’ ciò che oggi ci è richiesto di riconoscere e consentire: creare istituzioni e occasioni che integrino le differenze per arricchire sotto tanti punti di vista le nostre società, vecchie, abitudinarie, rivolte al passato, a difesa di un incerto e labile benessere. Creare cantieri di pace, non significa solo salvare vite umane, e dare dignità a persone che sfuggono da vite-non vivibili, ma anche porre le basi per arricchire le prospettive del nostro futuro.

Non aver approvato lo “ius soli” – “ius culturae” è una macchia che pesa sul Senato che ha finito il suo mandato, e sulla politica; su chi, per un verso o per l’altro, con una scusa o con un’altra, ha scelto di non riconoscere diritti sacrosanti a chi è italiano di fatto, ma non lo è per i documenti. Una ingiustizia stratosferica che inficia la cultura e la storia di una nazione che si dice e vuole essere democratica, civile, radicata nel cristianesimi, e sviluppatasi con l’illuminismo.

Però mi auguro che, nonostante i sondaggi dicano il contrario, gli elettori portino nelle nuove Assemblee Parlamentari una maggioranza che corregga quella ferita anti-cittadinanza, affinché si possa concretamente e sinceramente realizzare <cantieri di pace>.

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