La corta scuola

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Dopo la buona viene la corta, né personalmente voglio sposare alcuna preclusione e pregiudizio; tuttavia nutro seri dubbi. Ancora una volta siamo di fronte ad un intervento “scorporato” estraneo ad una visione complessiva di un sistema scolastico adeguatamente riformato. Si procede, e non da oggi, a tentoni, ad “improvvisazioni” scollegate, al di fuori di un obiettivo organico. Intanto sgombrerei il campo dall’obiezione che anche gli altri fanno così perché non sempre si finisce per imitare il meglio; il criterio dovrebbe essere il raggiungimento del massimo possibile di formazione con riferimento alle capacità personali. E visto che si invoca sempre la Carta costituzionale come bussola di percorso, si tratterebbe proprio di ciò che nella Costituzione della Repubblica viene indicato. Inoltre riterrei semplicemente provocatoria l’ipotesi dichiarata e sostenuta che, in tal modo si faciliterebbero i tempi dell’inserimento occupazionale perché è fin troppo lampante che si ingrosserebbero le file dei disoccupati e dei precari. Ed infine sgombrerei anche il campo dalla speranza di un inserimento facilitato ed accelerato nei percorsi universitari: stante la situazione attuale mi sembrerebbe possibile se non probabile se si andasse ad implementare le squadre dei fuori corso.

Ciò posto e sempre al netto del dubbio che qualcuno ne approfitterà per un’ inconfessata prospettiva di orientamento esposto alla concorrenza da mercato (venite da me che studierete meno e con vantaggi anticipati), vorrei venire al merito del problema dal momento che qui non si tratta di accorciare di una anno, ma di sapere ciò che si vuole. Lo direi con tre brevi accenni. Il primo e fondamentale presupposto: una comunità nazionale che non conosce la funzione del merito non può proporre un sistema formativo adeguato; e sia ben chiaro, un merito calibrato sulle capacità personali. Tuttavia una scuola che non mette a disposizione le persone che sta formado per contribuire alla crescita complessiva della nazione, manca al suo ruolo. E per promuovere il merito o il talento di ciascuno, comunque stiano le possibilità personali di partenza, si pongono presupposti di impegno, di fatica di gusto della ricerca al di là di una ripetività obsoleta e manualistica e bene spesso banalizzata. Resta ovvio che i tempi per una prospettiva di percorso adeguato non sono proprio brevissimi. Non si tratta di nutrire delle illusioni per nessuno; si ha un bel dire che si farà in quattro anni ciò che già si fa in cinque: forse si potranno proporre le stesse nozioni (forse!), ma non certo portarle a farsi strumento di abilità adeguate ad un giudizio critico che tra i diciassette e i diciotto anni marca un importante processo in crescita.

Il secondo. Bisognerebbe avere il coraggio di dire una buona volta che ci sono discipline e discipline e non tutte sono ugualmente formative. La storiella della pari dignità delle materie di studio serve solo a mantenere degli organici. Mi dispiace, ma togliere il latino da alcuni corsi per sperimentare dei licei sportivi non mi sembrerebbe compatibile coi fini del sistema scolastico. Non che lo sport non sia necessario, anzi. Resta il fatto che il latino non lo insegna se non la scuola, lo sport viene offerto ad ogni angolo della città; se mai sarebbero da controllare i costi che si impongono agli utenti, che peraltro non mancano di certo; magari non si comprano libri, ma i soldi per un corso delle più varie esercitazioni ginniche si trovano spesso. La matematica non la insegna nessuno al di fuori della scuola, l’educazione stradale si fonda sia sulle premesse di una scuola che forma alla ragionevolezza dei comportamentri, sia con le competenze delle scuole guida. Non carichiamo la scuola di tutte le zavorre possibili; lasciamole il suo compito fondamentale che, fino a prova contraria, rimane il leggere, scrivere, far di conto. Ovviamente con tutte le complessità che oggi tali obiettivi comportano.

Il terzo. Non avrei dubbi a sostenere che tra le discipline formative oggi necessita scegliere. Faccio un esempio, sfidando forse qualche ira. Sicuramente le lingue straniere rispondono tutte a finalità di formazione assolutamente attuali; resta però che se nella scuola media ci sono cinque ore disponibili sarebbe opportuno riservarle all’inglese, proponendo una seconda lingua come facoltativa, ma prolungandone la stessa facoltatività anche nelle secondarie superiori. Programmare una seconda lingua obbligatoria nelle medie per poi abbandonarla del tutto alle superiori mi pare inadeguato ai fini di una formazione competente.

Aggiungerei per contentino. Sono favorevole ad ogni tentativo di sperimentazione su rapporti scuola ed aziende (scuola/lavoro), purchè le relative programmazioni rispondano a finalità formative in capo alla responsabilità del sistema scolastico ed alla realizzazione dei Collegi docenti e Consigli di classe.

Non si perda del tempo prezioso e non ci si illuda che la “corta scuola” possa dare frutti migliori della “buona scuola”.

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One thought on “La corta scuola

  1. L’ho pubblicata ieri su Facebook. Hanno riso in molti. L’ho inventata io:

    Il figlio 14enne al padre: “Papà, a me mi piace tantissimissimo la cuccina. Se farei l’istitutto Albergotel, diventassi cuocio”.

    Il padre: “No, Tu frequenterai il liceo classico di 4 anni e diventerai Ministro della Pubblica Istruzione”.

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