Dieci lamentazioni pre-natalizie

Nuccio Lodato

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Accade talvolta -o più verosimilmente, anzi, spesso: l’inverno del nostro scontento…- che in pochi giorni si faccia raccolta di parecchie cose (magari tra le più disparate) che abbiano il potere di irritarci. Forse il modo migliore di farci i conti può essere quello di buttarle fuori scrivendone. Purché ovviamente si abbia la presunzione che gli argomenti possano avere un minimo di interesse collettivo, e che magari perfino qualcuno dei singoli mugugni possa trovare almeno parziali e momentanee condivisioni in radi ascoltatori.

Eliminando qualche tossina del negativo, si fa forse il proprio ingresso nel  percorso delle feste, se non proprio sereni, almeno un po’ alleggeriti. Ordine logico cronologico: casuale, come il fluire dei giorni. Chi abbia voglia di avventurarvisi lo faccia come tra i cocci di piatti lanciati a mezzanotte dalla finestra per liberarsi dell’anno vecchio (e l’ipotetico lettore masochista potrà dosarsi un pezzettino al giorno: per tutti i feriali delle festività imminenti, appunto).

  1. Per Luciano

Il 1° dicembre, dopo lunga e straziante malattia sopportata con un’umanità e una classe più uniche che rare, è mancato a 68 anni nella sua Asti Luciano Nattino.

Chiunque in Piemonte abbia seguito o segua, anche solo da spettatore avvertito, le vicende dello spettacolo dal vivo, sa quanto essenziale e generosamente insostituibile sia stato il suo contributo, creativo e organizzativo, alla vita teatrale regionale e nazionale. Dal Mago Povero, al festival Asti Teatro (con Giorgio Guazzotti e Salvatore Leto…), dal lungo mandato di assessore comunale alla Cultura alla Casa degli Alfieri, Luciano è stato, negli ultimi quattro decenni, un’autentica ed esemplare avanguardia per il meglio dei palcoscenici, e un esempio vivente di come si dovrebbe fare l’amministratore pubblico. Da vogherese, gli devo anche il contributo decisivo alla rinascita di un minimo di costante vita teatrale nella mia città, unitamente a Sandra Genola; da spettatore itinerante, una caterva di magnifiche occasioni.

Di fronte a questa perdita, tutti o quasi i maggiori quotidiani italiani hanno scandalosamente “bucato” od omesso non dico analisi e commenti, i famigerati coccodrilli, ma la notizia stessa. L’edizione nazionale de «La Stampa», pur distintasi in positivo tra le testate concorrenti di pari forza, ha a malapena accordato a Guerrieri una quindicina di righe competenti, solo siglate. Vero è che lo spettacolo sta letteralmente scomparendo dalle pagine, anche e soprattutto dei giornali che se la danno o vorrebbero fare le viste di darsela (per chi ci cade). Lo stesso «manifesto», che pure è rimasto l’unico quotidiano nazionale ormai, e proporzionalmente a foliazione e diffusione, e in assoluto, a trattare teatro, cinema e musica come si deve, e annovera oggi in Gianfranco Capitta -dopo la scomparsa di Franco Quadri- il più attento, curioso e attendibile critico teatrale italiano, non è riuscito nell’impresa.  Se la sono cavata meglio, almeno loro, le edizioni locali: quella torinese di «Repubblica» con Maura Sesia, e naturalmente quella astigiana della stessa «Stampa» con Carlo F. Conti. Insomma, niente da fare: l’intenso e magistrale lavoro di Luciano è stato percepito e classificato come “locale”. Vige infatti oltretutto nella vita italiana, non solo dello spettacolo, una sorta di provincialismo alla rovescia, avvalorato e confermato dal modo in cui sono confezionati tutti i telegiornali pubblici e privati, per cui se non sei a/di Roma o Milano sei fuori. Figuriamoci se ad Asti.

Il modo migliore che potrà avere chi legge di conoscerlo, direttamente, meglio, sarà la lettura postuma del suo testo teatrale originato dalla stessa malattia Un regalo fuori orario (www.aislaasti.it).

  1. Open Schools…?

Sono riuscito a scappare dalla scuola secondaria (di primo grado, beninteso…) ormai quindici anni fa e non me ne sono mai pentito, se non provando il rimpianto postumo di non aver provveduto a farlo, com’era possibile, un anno prima, a motivo di un mio incidente di ignoranza sul computo del servizio di leva. Ieri sera, cenando con un valoroso, giovane ed entusiasta dirigente scolastico di area montana e disagiata, ho appreso con sgomento e raccapriccio -l’aggiornamento manca ormai, le tragedie si rimuovono…- che esistono le pluriclasse anche nella scuola media! (se non lo sapessi ragazzo serio e rispettoso degli anziani, avrei pensato a una burla). E dire che “ai miei tempi” avevo vissuto come un colpo di mano truffaldino la sola idea/istituzione delle scuole comprensive nell’area dell’obbligo. Ero già out nei fatti senza rendermene conto: meglio davvero chiudere.

Ma questo non comporta la perdita (almeno per ora!) dell’attenzione e della capacità di stupore. Nella città in cui vivo (che non nominerò per riguardo qui, pur essendo un segreto di Pulcinella), tra i molti, stagionalmente immancabili quanto implacabili manifesti e locandine annuncianti con gaiezza il fine settimana di “scuola aperta”, alla ricerca spasmodica e concorrenziale dell’alunno/cliente, vitale per sopravvivere alla ferocia del regnante darwinismo scolastico, ne noto due, particolarmente felici dal punto di vista della comunicatività grafica. Promettono alle famiglie i consueti mari e monti ecc. Fin qui, nella da segnalare, ormai ordinaria amministrazione. Ma guardando bene, una cosa mi lascia senza parole: tra informazioni, capoversi, dettagli precisativi e gli ormai immancabili mini-loghi a raffica che contrassegnano la sia pur minima iniziativa pubblica di qualsivoglia genere e specie, non c’è una riga o un disegnìno che notifichi che le due “istituzioni scolastiche” -che non rivelo qui per antica omertà di corporazione, nonostante tutto sopravvivente…- SONO STATALI. Sono due scuole statali pubbliche CHE HANNO SCELTO DI OMETTERE DI QUALIFICARSI COME TALI!! Delle due l’una, come si diceva una volta: o ci fanno o ci sono. Lascio al lettore di decidere quale delle due ipotesi sia la più o la meno catastrofica. Personalmente faccio la fine dell’asino di Buridano.

  1. «Lavoro e Dignità»?

Gira che ti rigira, puoi scuotere la testa scettico e disincantato fin che vuoi, ma alla fine il richiamo della foresta fa la sua parte. Involontariamente mancati per concomitanze non aggirabili i recenti appuntamenti inaugurali alessandrini di SI e MDP, eccoci ligi e ben disposti domenica mattina scorsa nell’amata Casale, per prendere parte, nella sempre bella S. Chiara sconsacrata di via Facino Cane (il capitano di ventura distruttore ed eversore con ambizioni signorili…) alla manifestazione di MDP-SI-Possibile che consentiva di recuperare Enrico Rossi perso ad Alessandria, con la doppia aggiunta graditissima quanto stimata di Airaudo e Grimaldi. Riabbracciando magari “vecchi compagni” dopo anni senza, nel ricordo accomunante della lezione e dell’affetto di e per Salvatore Sanzone.

Assai bene gli oratori, dal nostro punto di vista convincenti e persuasivi tutti e tre: pacato e ficcante Rossi, sicuramente leader di potenziale statura nazionale oltre la sua Toscana; al solito magnifico nella sua concretezza FIOM/Torino, sebbene occasionalmente senza voce, Airaudo; vibrato e decisamente cresciuto nell’esperienza volitiva di consigliere regionale non transfuga verso altri lidi Grimaldi, memore della comune campagna elettorale 2014.

Le perplessità sono semmai a monte, quand’anche -è pure giocoforza- superabili. A partire dal nome, lasciando da parte le facili polemiche e battute sulla E a tre foglioline separate del simbolo inventato da Civati jr (femminismi a parte, qualcuno voleva insinuare rappresentassero inconsciamente la diversa consistenza delle tre forze politiche convergenti…). Non che “liberi e uguali” non vada bene, per carità, sebbene suoni vagamente giacobino senza fratelli: ma forse “Lavoro e Dignità” sarebbe stato ancora più chiaro e incisivo nell’attuale quadro politico italiano e riguardo alla stessa fase mondiale (e stupisce che in una dichiarazione tv Fassina -quella con la a…- insista proprio su questi due concetti anzi che sull’accoppiata scelta: ma pazienza e vada per LeU). Per proseguire col modo in cui ci si è giunti: le tre forze ancora rigorosamente separate, se pure col proposito di fondersi dopo le elezioni. Perplessità: gli MDP-Art.1 sono trasmigrati dalla sponda renziana vistosamente fuori tempo massimo, con tutte le ricadute negative del caso (e Rossi ha la splendida franchezza di dichiararlo: il nostro punteggio sale vertiginoso…); quelli di SI sono la parte superstite dell’esplosione inattesa di SEL post-Vendola (finiti ovunque: nel Pd diventando anche renziani stretti; con Pisapia restando a mezza strada del suo indecifrato itinerario forse concluso; magari con Montanari e Falcone a loro volta sfilatisi) e ne hanno ancora -ne abbiamo ancora, volendo…- tutte le ammaccature; i civatiani di “Possibile” usciti loro sì con maggior tempismo dalla casa madre, ma subito preoccupati di un trinceramento leaderistico-identitario a priori di cui non è stato, con tutta la buona volontà, facile cogliere subito la peculiarità politica distintiva. Oltretutto in un momento in cui era ancora sperabile si confluisse tutti in un grande fiume di base momentaneamente indistinto (spero sia stata la mancata attuazione di tale processo ad aver motivato il gran rifiuto di quelli del Brancaccio, altrimenti altrettanto misteriosi di Pisapia nel loro vagare intransigente). E ancora la leadership oggi di Grasso (e dopodomani probabilmente di Boldrini: così finalmente almeno i mugugni sulla limitata presenza femminile si ridurranno) in sé incontrovertibile, ma preciso indice quanto meno di un’incertezza o di un problema di leadership, visto che i “vecchi capi” vengono considerati non proponibili, e che i nuovi, con tutta la buona volontà, almeno per ora non appaiono i necessari pesi massimi di una politica che ormai si gioca quasi integralmente, piaccia o no (non piace!!) sui teleschermi, e negli streaming dei pc e degli smart. Per non dire del fatto che ahimé, senza voler fare i disfattisti, nella non affollatissima riunione noi due, che insieme facciamo 130 anni esatti (assai preponderante il mio contributo alla media…), sembravamo quasi le mascotte della situazione.

Al di là del risultato del 4 marzo o di quando sarà, tenendo anche conto del risultato, dovrebbe essere all’ordine del giorno il problema… dell’unificazione. I tre leaders dovranno diventare uno, a Roma e in periferia. Questione complessa: che scrive spera proprio, dopo quelle Psi-Psdi degli anni Sessanta, “manifesto”-Psiup dei Settanta e PdS-Margherita dei …, di non dover essere il partecipe/coinvolto di una quarta fusione regressiva.

Nel frattempo, però, si comincia almeno a scorgere dove indirizzare un imminente voto altrimenti assai inindirizzabile. Coi tempi che corrono, non è davvero poco…

  1. Casale cassato

Ma negli stessi giorni ancora Casale di nuovo al centro dell’attenzione nazionale per la nota sentenza della Cassazione che fa di fatto tornare al punto di partenza l’intero processo amianto. Dire che cadono le braccia è assolutamente assai poco. Oltre che dei processi, si renderebbe necessario un più vasto, deciso e radicale Processo di spacchettamento della giustizia italiana, di fronte a un’opinione pubblica sempre più lacerata tra giustizialismo populista e garantismo a vuoto. Ma accomunata dal disorientamento radicale sui sempre più numerosi casi, di rilevanza nazionale, di sentenze completamente e radicalmente ribaltate da un grado all’altro di giudizio, dopo una traversata di primi gradi, appelli e contrappelli che si trascinano attraverso lustri, per poi magari scoprire, spesso e malvolentieri, una volta giunti in Cassazione, che era tutto sbagliato e soprattutto da rifare ricominciando da zero, dopo aver accumulato intere biblioteche di atti di utilità solo storica. O magari pervenire “a sentenza definitiva” dopo 43 anni, come nel caso dei processi per la strage di Brescia (maggio ’74). No comment, anche per prudenza e autotutela. 

  1. Orinare e defecare… non gratis

«Paghiamo per la fisiologia -per scegliere cosa mangiare o cosa bere tra gli stand di una fiera- e anche per andare in bagno a espletare le nostre funzioni. In Italia non si orina e non si defeca gratis a meno di non farlo bestialmente (come sempre più spesso avviene proprio a Roma) tra i cassonetti e le auto in sosta. Logico dunque ed equo che si paghi anche per entrare in un monumento, il Pantheon, di incalcolabile bellezza e vetustà che bisognerà pur mantenere, riparare e proteggere dall’usura del tempo. Poiché ciò che è di accesso libero viene purtroppo considerato non proprio ma di nessuno e quindi oltraggiato sbadatamente, come accade alla scalinata di Trinità dei Monti o a piazza Navona. […] Perché in Italia non si paga la visita di un cimitero, di un ossario o di una rovina abbandonata. Paghiamo. Dunque il Pantheon è di qualcuno e non è morto. Ah, un’altra cosa non si paga al mondo. L’accesso al centro commerciale, cioé al luogo dove tutto si compra. Ecco, il Pantheon non si può comprare né rifare. Quindi bisogna averne cura».

E’ la penna, qui insieme pacata e caustica, della grande Melania Mazzucco (Proteggere il Pantheon da noi stessi, “la Repubblica”, 13 dicembre, p. 35). Non mi interessa qui tanto per il Pantheon -che comunque torna presto in scena di striscio, non temete, mugugno n. 9 a seguire)- quanto il duplice discorso che una delle maggiori narratrici italiane viventi, sensibilissima ai tempi della bellezza e dell’arte e del loro tramandarsi (soprattutto per quanto attiene alla pittura: il magnifico ordito tintorettiano de La lunga attesa dell’angelo, Rizzoli 2008; la splendida serie dei 52 ritratti di capolavori che ha illuminato per un anno esatto i numeri domenicali proprio di “Repubblica”, poi confluiti ne Il museo del mondo, Einaudi 2014).

E’ una situazione disperante: quali le ragioni per cui la maggior parte dei nostri connazionali considera la strada cosa diversa dal salotto di casa, e butta o lascia cadere sul marciapiede o dall’auto qualsiasi cosa, che negli scenari urbani viene prima o poi in qualche modo ripulita alla bell’e meglio, ma appena si passa ai bordi di strade o autostrade in campagna forma mucchi di rifiuti probabilmente destinati a restare lì per l’eternità. Questa sporcizia generalizzata dei suoli, urbani e rurali, dove la plastica regna incontrastata nella sua indistruttibilità, è l’autentico principaù segnale visivo della crisi del nostro paese, l’epidermide butterata se non addirittura impestata dell’Italia odierna. L’incuria dei monumenti e della bellezza di cui parla la Mazzucco è un’altra autentica tragedia, ma minore rispetto alla diffusione della precedente. Che rende brutto anche il bello. Ma, sebbene minore, non va trascurato neppure l’altro problema cui la scrittrice provocatoriamente accenna: perché dalle città sono totalmente spariti tutti i gabinetti pubblici, senza che nessuno protesti o faccia qualche osservazione? Sarà un modo di sostenere gli introiti pencolanti dei bar in tempo di crisi? Perfino nelle stazioni ferroviarie è ormai un’avventura a incerto esito il reperire una toilettte praticabile, e sugli stessi treni bisogna dar loro la caccia. Per non parlare delle… toilettes a pagamento nelle principali stazioni: per tenere lontano i sans papier, va da sè!

  1. Ludopatia no (o sì??)

L’amico Renato Balduzzi fu probabilmente il miglior ministro di un governo, quello di Mario Monti, col quale alla UE riuscì elegantemente, col suggello dell’europeistissimo presidente della Repubblica del tempo, di commissariare il nostro paese fingendo di non darlo a vedere. Alcune cose che sarebbe stato giusto gli lasciassero fare fino in fondo non riuscì invece a farle: a cominciare dal tentare di mettere le cose a posto, in chiave preventiva rispetto a obesità, diabete e via dicendo, in particolare di bambini e ragazzi, in tema di merendine, fast food ipercalorico, bevande gassate ed eccitanti e via dicendo. Certo, in fondo a quell’agire che il lobbismo, vero deus ex machina del nostro parlamento, gli fece finire in buca, si agitava anche un eterno quesito etico-filosofico: è legittimo e corretto che uno Stato, un governo si ingeriscano nelle abitudini e nei consumi dei cittadini? Sarebbe da spiegare perchè gli stupefacenti siano -giustamente, beninteso- tutti perseguiti, anche se forse l’allentare determinate molle proibizionistiche rispetto ad alcune sostanze potrebbe assestare un colpo non da poco alla malavita organizzata, mentre nicotina e alcool legittimati dal monopolio di Stato non soltanto vengono allegramente (alla faccia dei teschi sulle confezioni!!) venduti, ma altrettanto liberamente e impunemente consumati.

Lo stesso discorso, per altro verso, è quello attinente alla “ludopatia”, che sta altrettanto sacrosantamente dilagando, dopo i primi allarmi operativi dello stesso Balduzzi, in molteplici sedi. Poi però una Regione come il Piemonte prende maledettamente sul serio l’attuazione delle nuove disposizioni, e il governo centrale in buona sostanza le fa capire che non è il caso di esagerare troppo. Mentre i superenalotti continuano allegramente a prosperare, i gratta e vinci di ogni sorta vanno a ruba come il pane, per non parlare dei casinò on line. Basta decidere quali sono le priorità, amici: viene prima il debito pubblico o la pubblica salute? (per non parlare della…salute pubblica!).  

  1. No mensa e no vax

Tra le molteplici ragioni che mi rendono felice di aver lasciato in tronco e anzitempo la scuola, la principale è probabilmente che ho fatto in tempo a scansarmi totalmente dalla nascita dei gruppi genitoriali whatsapp di classe.  Vero è che la stampa quando si occupa di scuola, oltre a farlo nove volte su dieci con manifesta incompetenza, di tutto prlaa tranne che delle autentiche, uniche materie di lavoro della branca istruttiva: l’educazione e lo studio. Certo che però se ne leggono e sentono autenticamente di tutti i colori, e non c’è giorno che non si aggiunga all’attenzione, da qualche parte del paese, una nuova follìa intra- o inter-scolastica.

Spiace però che in questo scenario eccella purtroppo la città di Torino: la buriana legale e materiale iniziatasi l’anno scorso riguardo al diritto di astenersi dalla mensa scolastica portandosi il cibo da casa, è equivalsa al sistemare una carica di dinamite sotto ciascun edificio scolastico interessato, beninteso a livello organizzativo. Il fatto che ministero, direzione regionale e provinciale e singoli uffici delle istituzioni scolastiche abbiano dovuto soggiacere a questa follìa antieducativa e antisociale è un segnale terrificante delle strade che, sulla scia imitativa resa quasi automatica dalle un tempo dette “nuove tecnologie”, si stanno imboccando. Follìa moltiplicata per una cifra esponenziale dal nuovo fronte genitoriale antivaccinazioni, che qualche forza politica assolutamente digiuna di mentalità istituzionale corretta cavalca e incoraggia a più non posso. E’ perfino difficile commentare simili scelte, in un paese che sempre più, paradossalmente, pare voler dare corpo all’attuazione impossibile di una sorta di anarchia di destra, propiziata da robuste dosi di individualismo qualunquista (travestito, ovviamente, da liberalismo). Ma bandire populismi, demagogie e fake news è molto più difficile che combattere i cibi spazzatura: e il vaccino non si è ancora neppur lontanamente trovato.

  1. Boldrini e la buona educazione

In questo disgraziato quinquennio di presidenza della Camera, Laura Boldrini ha dovuto assuefarsi a qualunque tipo di insulto e di vilipendio, provenientei da quella stessa area di”opinione pubblica” che dal ’94 al ’96 considerò quella di Irene Pivetti una presidenza “normale”. Boldrini ha pagato duramente il fio di essere stata espressione, nel primo atto politico della nuova legislatura, di una presunta maggioranza che non si sarebbe poi rivelata possibile come tale, ed è quindi rimasta isolata in un’assemblea che aveva preso ben altre direzioni. Ma anche se non paragonabile ad affronti di piùà ragguardevole pesantezza, l’assenza dei presidenti dei gruppi parlamentari di maggioranza alla pur rituale consuetudine dei suoi auguri con la stampa a Montecitorio è stata un gesto insieme di una gravità e di una cafonaggine anche umana e maschile costernanti: come ha scritto Daniela Preziosi, l’«evitabile sgarbo finale da parte dei sedicenti maestri di etichetta di palazzo».

La giornalista è stata troppo generosa: non si vuole fare i lombrosiani fuori luogo, ed è sempre sbagliato pretendere di accampare giudizi su persone che non si conoscono nella concretezza della vita (anzi, sarebbe ancor meglio riuscire ad astenersene soprattutto su quelle che si conoscono: non giudicate e non sarete giudicati, con quel che segue, Luca 6, 37). Ma è innegabile che quando si vedono apparire sul teleschermo e si ascoltano le parole degli Orfini e dei Richetti, dei Rosato e dei Guerrini, si capisce in diretta -anzi, per direttissima- dove stiamo andando o siamo andati a finire. E limitiamoci per carità patria, detto alla lettera, al quadro di riferimento nazionale…

  1. Il ritorno dei Savoia

Qui è uscita fuori di nuovo veramente un’Italia bozzetistica e patetica. Col referendum del 2 giugno ’46, nonostante i nodi problematici mai realmente sciolti tutti sulla correttezza e la legittimità del risultato (ma certo che i voti tra Repubblica e monarchia fossero quasi equivalenti, dopo tutto quello che era capitato, fa già pensare a che tipo di Italia e di elettorato si andasse incontro nel ritorno alla democrazia!), si era pensato a una risposta definitiva. A prescindere da tutto il resto, ci siamo risparmiati, per così dire, l’ulteriore onere di una dimastia regnante… di poco furbi, diciamo così. Tutto il pastrocchio segreto del duplice viaggio delle regali salme da Montpellier e Alessandria d’Egitto, prima dato come ipotetico o imminente, poi di fatto già avvenuto in simultanea, può lasciare perplessi proprio in ragione della riservatezza e dell’occultamento, ma in fondo risponde a una ragione generale di pietà umana e parce sepultis in nome della quale forse, a settant’anni dai fatti, si può anche soprassedere non dico dall’accapigliarsi, ma dal discutere stesso. Un silenzio generalizzato sarebbe stato probabilmente il miglior commento politico alla faccenda. Il riemergere di antica nobiltà sabauda che parla coi giornalisti e le tv con toni gravi e ufficiali è francamente irresistibile, e rimanda a un non più esistente genere di commedia all’italiana melanconica che può fare anche tenerezza. Come l’arrampicarsi sugli specchi del buon vecchio ex-preside e Presidente della Consulta dei Senatori del Regno Aldo A. Mola, inopinatamente ospite di “Agorà”, ma che almeno ha il merito di sostenere la legittimità di Amedeo d’Aosta quale pretendente, in sostituzione dell’ineffabile Vittorio Emanuele, inopinatamente divenuto per la circostanza “IV” sui giornali e in qualche tv. Come se fosse stata rirpistinata la monarchia! E che, ogni volta che lo senti parlare, ti chiedi se sia vero o finto. E la disputa intrafamiliare su “no Vicoforte, santuario di campagna” [copyright Emanuele Filiberto, tra una comparsata tv e l’altra…], sì Pantheon” è veramente irresistibile. Ma va là, come diceva ai bei tempi berlusconiani [quelli che non potranno tornare mai, ci si ammaestrava con compatimento e sufficienza nelle riunioni di Città Futura] l’on.avv. Niccolò Ghedini, oggi plenipotenziario dell’imminente ritorno…

  1. Richieste, pressioni e sorrisi

Chiudo a tempo reale questo cahier de doléances poco dopo la deposizione di Ghizzoni davanti alla bicamerale bancaria. E’ il tormentone che ci affligge ormai da tempo immemorabile, e ci perseguiterà durante e con la prossima campagna elettorale. Immaginando che chi eventualmente legga non ne possa più come me, mi fermo, ma certo che un qualche ulteriore approfondimento su Carrai mi piacerebbe. E anche sapere se l’ex-comandante dei vigili di Firenze, poi direttora generale di quel fortunato Comune, poi capo del Dipartimento Affari Giuridici e Legislativi della Presidenza del Consiglio pur con la contestazione sui suoi titoli, infine Consigliera di Stato persino in deroga dal limite di età, si trova bene nell’assolvere al suo nuovo incarico, spalancatole dall’insediamento di Boschi a Sottosegretaria alla presidenza del Consiglio imposto -almeno auguriamocelo!- a Gentiloni dopo il referendum patatrac.

Poi il… trilemma resta: il solo sorriso irresistibile, quand’anche silenzioso, di Maria Elena [ pensate a quanto avrebbe fatto ancor meglio, tra toscani, Botticelli se nel 1482 avesse potuto disporne come modella per Venere e Primavera…] nella sua passata veste di Ministra (con la a, anche qui) Segretaria di Stato come sarebbe da rubricare: una richiesta, una pressione o… una molestia al contrario? Forse bisognerebbe chiederlo a Feltri padre, o al suo alter ego Crozza: certamente -ci verrebbe risposto- in tutti i casi un’assai potente trasfusione.

 

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