Che i morti seppelliscano i loro morti

Agostino Pietrasanta

Non li ho mai capiti, né tanto meno apprezzati: il mito risorgimentale del re “galantuomo” (Vittorio Emanuele II) del “re buono” (Umberto I) e del “re soldato” (Vittorio Emanuele III) mi ha sempre infastidito, anche quando mi veniva propalato dai testi scolastici della Repubblica. E non si tratta solo, come si sottolinea in questi giorni, giustamente, delle responsabilità di “spadetta”, connivente col regime totalitario.

Intanto su Vittorio Emanuele II detto anche “padre della patria”. Il vero realizzatore dell’unità dello Stato, al netto dello scarso senso della nazione, fu Cavour con la collaborazione di diverse componenti della destra e della sinistra storiche. Il “re galantuomo” creò non pochi problemi per una politica estera personale e parallela a quella dell’esecutivo, che mise il governo in difficoltà con le cancellerie europee come nel caso dell’armistizio di Villafranca siglato, se non ad insaputa di Cavour (qualcuno l’ha sostenuto), per iniziativa non concordata. Ha messo in difficoltà i vertici delle forze armate, già piuttosto inadeguati, quando volle gestire la ritirata di Custoza a suo arbitrio, provocando un disastro tattico alle truppe e strategico ai fini delle operazioni militari. Non parliamo dell’imbarazzo che spesso creava durante le sue scorribande nelle capitali dei Paesi alleati; al confronto i rimpiattini di Berlesconi con frau Merkel appaiono giochi innocenti. E tanto basti: sepolto al Pantheon.

In seconda battuta il “re buono” che ha premiato il Bava Beccaris per sanguinose repressioni in nome della pace interna. Tanto “buono” non direi: sepolto al Pantheon.

E veniamo al “re soldato” il quale non ha mosso mano per impedire, da soldato, i plotoni d’esecuzione messi in atto da Cadorna e soci durante la prima guerra mondiale, plotoni che spesso hanno anche agito sommariamente senza processi.

Resta inteso che le responsabilità più gravi sono successive e sono anche quelle, oggi, più rimarcate. Intanto non ha solo contribuito all’ascesa del fascismo ed alla soluzione totalitaria, ma quando l’opposizione aventiniana si è rivolta a Lui capo dello Stato perché difendesse il ruolo del Parlamento, ha glissato su una norma statutaria interpretata a suo piacimento. Non parliamo poi della firma alle leggi razziali; se si sentiva impossibilitato ad intervenire, avrebbe dovuto rammaricarsi di aver ceduto durante gli anni precedenti, a stravolgimenti dello Statuto Carlo/albertino che gli avrebbe dato ampi poteri d’intervento: Il sistema totalitario instaurato, a sua responsabilità, lo rendevano ora prigioniero del comportamento precedentemente posto in essere. Infine la fuga del settembre 1943 che ha lasciato un vuoto istituzionale, politico e militare devastante; e Vittorio Emanuele III era il capo delle forze armate che si sono sciolte come nebbia al sole. Solo la presenza della Chiesa che, nonostante i passati compromessi col regime, rimase al proprio posto nei suoi vertici apicali, provvide a coprire le inadempienze istituzionali; fatto rilevato dallo Chabod iltellettuale azionista ed anticlericale. In ultima battuta, una inspiegabile resistenza a passare la mano, fino alle estreme consaeguenze, nel maggio del 1946, con relativo imbartazzo tanto per i partiti della rinata nazione, quanto per larga parte degli alleati che non avrebbero sgradito la salvaguardia dell’Istituto monarchico, ma senza lo screditato sovrano in carica.

E questo è il “re soldato”. Pietà umana e cristiana lo vedono sepolto, si spera senza ulteriori e future reazioni, che sarebbero frutto di improvvida polemica, nel santuario di Vicoforte. E con tutti gli onori; anche se si sarebbe gradita una sepoltura del tutto privata: il sindaco con fascia tricolore mi è parsa presenza esorbitante.

Sul serio mi vien da pensare al brano di Luca. “… che i morti seppelliscano i loro morti”.

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