La fine dei padri. Da Bauman alle “nuove famiglie” di sole donne

Mauro Fornaro

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Con linguaggio più da guru che non da sociologo positivo Zygmunt Bauman, in un brano apparso su Avvenire del 5 settembre u.s. (tratto dal recente volume Elogio della letteratura, editore Einaudi, che riporta il dialogo con Riccardo Mazzeo), accenna alla figura del padre. La redazione di Avvenire ne fa occasione per una roboante intitolazione, “Che ne è dei padri?”, alla quale fa seguire la breve sintesi introduttiva: “In un Occidente che nega il Dio onnisciente e onnipotente si dissolve anche la figura paterna. Ma i surrogati li offre il mercato”.

Il brano, come del resto capita in una conversazione a ruota libera, è invero più allusivo che non chiaramente determinativo, e pertanto si presta a più letture; ma l’interpretazione offerta nella menzionata sintesi è discutibile, come se Bauman volesse dire: “Vedete cosa capita quando si nega il Dio onnisciente e onnipotente”. Non risulta però che Bauman voglia risuscitare un siffatto Dio o che, tanto meno, plauda alla triade “Dio, Padre, Patria”, con cui si apre il brano, anche se il declassamento di Dio non toglie un sogno di onnipotenza. In effetti così legge Bauman il fallimento dell’umanesimo illuminista succeduto allo “sfratto di Dio” dal centro dell’universo: “i manager umani” hanno gestito in modo disastroso sia la ragione sia il senso morale, mostrando quanto “siano tenaci i vincoli che impediscono agli esseri umani di avvicinarsi all’onniscienza, figuriamoci poi all’onnipotenza”. Insomma il sogno resterebbe, ma frustrato.

Che c’entra poi il padre (ora con la p minuscola)? L’ “evaporazione” della sua figura – lamentata da vari psicoanalisti ma meno che in passato, dopo che è stato messo in discussione l’Edipo freudiano – non consegue causalmente, cioè come effetto, al tramonto di quei grandi valori (Dio, l’umanesimo), ma si riflette analogicamente nel contesto della società liquida priva di valori forti. Bauman usa infatti l’interessante metafora dei frattali, cioè quelle figure geometriche che ripetono in miniature sempre più piccole la forma generale complessiva cui appartengono, e afferma: “Il padre in carne ed ossa appartiene al frattale più piccolo nella successione/gerarchia dei frattali”. Detto più semplicemente, il suo odierno appannamento è coerente con il quadro socio-culturale complessivo della nostra epoca.

Ma chi è poi questo padre in carne ed ossa? Bauman lo definisce in maniera indiretta, cioè attraverso la sua funzione di “interfaccia di trasferimento/scambio” tra societas (la Gesellschaft dei tedeschi, il luogo di rapporti pubblici, formali) e communitas (la Gemeinschaft, luogo di relazioni affettive, informali). Detto in soldoni, il padre funge da cerniera tra società e famiglia. Tant’è che la crisi della sua figura è collegata da Bauman non solo alla generale crisi del senso dell’autorità, di cui tradizionalmente il padre (con la P maiuscola e la p minuscola) è l’interprete nella società come nella famiglia, ma più concretamente è collegata alla “volatilità dei mercati del lavoro” e alla “intrinseca fragilità [ …] delle posizioni sociali”. Come dire che nella società liquida i padri hanno perso quel potere e quell’autorità derivante dal fatto di avere una posizione stabile e riconosciuta nella società, che li legittima pure come “capifamiglia”, per essere invece soggetti alla precarietà del lavoro, alla svalutazione del ruolo sociale.

Ma una colpa l’avrebbero i padri stessi, secondo Bauman, per via della “rinuncia”, coatta o volontaria, a una “notevole fetta di responsabilità genitoriali “. Ed è una colpa poi coperta , a mo’ di “tranquillanti morali”, coi “beni offerti dai mercati del consumo”. Interpreterei queste affermazioni criptiche come allusioni a quel notevole cambiamento nel rapporto coi figli avvenuto negli ultimi decenni, anche a seguito del Sessantotto: i figli da oggetto di obbedienza e disciplina, sono sempre più vissuti come soggetti di diritti e di talenti, supposti o effettivi, da valorizzare, da blandire.

In effetti, funzioni ritenute comunemente di pertinenza paterna, come l’imposizione di norme e limiti, l’educazione al duro impegno per la realizzazione di sé, sembrano difficili da esercitare in una società in cui crescono le aspirazioni all’immediato benessere, al facile successo individuale quando non individualistico. In siffatto contesto si vorrebbe avere e dare ai figli tutto e subito, piuttosto che allenarli alla meritata e progressiva conquista. Spesso sono figli unici, lusingati da genitori e nonni circa un radioso avvenire piuttosto che avviati al perseguimento di valori di rilevanza sociale: diventa così prioritario assecondarli e coltivarne le ambizioni narcisistiche. La naturale benevolenza del genitore rischia di scadere in permissività, la doverosa comprensione in giustificazione anche di comportamenti discutibili.

L’altra novità epocale, trascurata in questo brano da Bauman, e che ha avuto l’effetto collaterale di concorrere all’appannamento del padre come cerniera tra famiglia e società e come “capo” della famiglia, è la crescente parificazione tra donne e uomini nella realtà sociale ed economica. E’ una parificazione che ha portato alla femminilizzazione di tante professioni, come l’insegnamento e l’arte medica, nonché all’accesso a settori già di esclusiva pertinenza maschile, come le forze armate e gli incarichi politici. (Di converso non v’è stata mascolinizzazione di attività di cura, come quella di baby sitter, di colf, di badante). Il risultato è che il patrimonio è sempre meno un patris munus, cioè un “compito del padre”: in più famiglie il reddito principale viene dalla donna madre, mentre è dato assistere a padri che fungono per necessità o per vocazione da “mammi”, occupandosi principalmente della casa e della cura dei piccoli.

Su questa falsariga vi è chi arriva ad ipotizzare, anche dietro la spinta di talune correnti femministe, che le funzioni genitoriali siano del tutto interscambiabili: fatto salvo il diverso ruolo nella procreazione, tutte le altre funzioni genitoriali sarebbero esercitabili indifferentemente e con pari efficacia dalla madre e dal padre. E stante il dato di fatto che nell’infanzia è ampiamente preminente il rapporto di cura da parte femminile, allora ai padri non resterebbe che esercitare una funzione di doppione di quella femminile e materna, il “mammo” appunto. In altri termini, avendo perso di importanza le funzioni paterne ereditate dalla filogenesi (protezione della compagna madre e della prole) e dalla tradizione (fonte principale di sostentamento per la famiglia), quali possono essere, ammesso che ci siano ancora, le funzioni tipicamente paterne?

Purtroppo all’incertezza odierna circa la specificità del ruolo paterno ha contribuito una parte consistente della psicologia dello sviluppo. Dal secondo dopoguerra in poi una schiera di psicologi e pediatri di lingua inglese, come Winnicott, Spitz, Bowlby, ha insistito sul carattere decisivo, per la formazione della personalità, del rapporto con la figura materna in età infantile. Questa insistenza ha finito col lasciar pensare che il padre non abbia che un ruolo di appoggio e di sostegno alla compagna e madre.

In controtendenza rispetto a questi orientamenti, la scuola di Jacques Lacan ha evidenziato il carattere strutturale della funzione del padre: “il-Nome-del Padre”, per sottolineare l’aspetto simbolico di questa funzione. In difetto insorgono gravi patologie. Detta funzione consiste nel disarticolare la relazione tendenzialmente fusionale tra madre e bambino/a, per richiamare di contro entrambi a una realtà terza, cioè il mondo esterno, la società. In questa prospettiva viene sottolineata la funzione paterna, e non già la presenza di un padre pur che sia. Infatti è osservazione comune che dei padri, benché fisicamente presenti, sono delle nullità quanto a esercizio di funzioni genitoriali, mentre madri single o vedove intelligenti, seppur in condizioni più difficili, sanno differenziarsi dal rapporto simbiotico e possessivo col figlio/a, incoraggiandone l’autonomia e le relazioni col mondo esterno. Ma le posizioni lacaniane sono criticabili per la carenza di verifiche empiriche.

Le ricerche empiriche recenti sulle “nuove famiglie” sembrano però comportare passi indietro rispetto all’affermazione di uno specifico ruolo paterno. Si tratta principalmente delle famiglie costituite da madri single, da coppie omosessuali con prole, da coppie eterosessuali con prole avuta da fecondazione eterologa. Ebbene, le ricerche su queste famiglie hanno il pregio di poter studiare, tra l’altro, le funzioni genitoriali separatamente dalla procreazione, la quale nei suddetti casi avviene al di fuori della coppia genitoriale (come del resto già nelle adozioni da parte di coppie eterosessuali).

Si è così potuto vedere tra l’altro che cosa accade quando nella famiglia manca il padre biologico. Le comparazioni tra padri nelle coppie eterosessuali e madri sociali o co-madri nelle coppe lesbiche, tra madri single e madri in coppie lesbiche hanno portato a risultati piuttosto sorprendenti. La maggior parte delle ricerche, ma non tutte, arriva a concludere che ai fini del sano sviluppo dei figli è sufficiente il buon rapporto affettivo e di cura della coppia genitoriale, a prescindere dal fatto che i genitori siano di sesso diverso o dello stesso sesso, che siano genitori biologici o solo “sociali” (Susan Golombok, Famiglie moderne. Genitori e figli nelle nuove forme di famiglia, EDRA, Milano 2016). Sono stati invece rilevati disturbi nella prole di famiglie formate da madri single, ma deriverebbero non tanto dall’assenza del padre, quanto dalle condizioni economiche in genere precarie di queste famiglie e dalla mancanza di un partner convivente per la madre, femmina o maschio che sia (ibidem). Insomma, la presenza di un partner maschile ovvero di un padre (biologico o sociale) non sarebbe indispensabile.

Tuttavia a ben vedere queste ricerche manifestano un limite conseguente alle concezioni che riducono le funzioni genitoriali sostanzialmente alle capacità di cura, di accudimento, di partecipazione empatica: in queste funzioni mediamente eccellono le donne e le madri. Si trascura invece di valutare le non meno genitoriali capacità di dar regole e porre limiti, in cui in genere i padri hanno punteggi superiori nei test loro somministrati. Insomma, come già per i menzionati studiosi della prima infanzia, le funzioni genitoriali appaiono discutibilmente ridotte a funzioni comunemente ritenute di preminenza materno-femminile. Siamo allora sicuri che bastino le madri?

Al di là delle controversie sulle suddette ricerche, comunemente si osservano attitudini e comportamenti differenti tra madri e padri, quale che sia la loro origine, culturale o naturale. Le madri appaiono mediamente più sensibili ai bisogni dei figli, piccoli e grandi (guai farli soffrire!), attente ad evitar loro rischi e pericoli, più partecipi alle loro emozioni; i padri tendenzialmente più disposti – anche se meno che non in passato, come sopra detto – a fornire le frustrazioni maturative, a differire la soddisfazione dei desideri così da temprare i figli al rapporto con un mondo esterno non sempre benevolo, a spingerli al progetto intraprendente. Sono temi su cui ha insistito l’analista junghiano Luigi Zoja (Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Boringhieri, Torino 2000), che rimpiange la “scomparsa del padre” nella nostra società, facendosi forte delle concezioni mitologiche del Maschile e del Femminile, del Padre e della Madre affermatesi nell’Occidente.

In ogni caso, se si riconosce che esistono attitudini genitoriali tipicamente maschili, forse che possono essere esercitate altrettanto bene dalle madri? In particolare, che dire dell’educazione al comportamento conforme al proprio genere, se manca al figlio maschio il modello rappresentato da una figura genitoriale maschile? La psicologia dello sviluppo insegna che in ciascuno, donna o uomo, esistono più o meno sviluppati pure tratti identitari e attitudini comportamentali tipici dell’altro sesso: nessuno è al cento per cento o maschio o femmina. Ebbene, questa rilevazione ha consentito di affermare che ciascun membro di una coppia genitoriale può svolgere in qualche misura, in base alle proprie caratteristiche di personalità, anche ruoli tipici del genitore d’altro sesso.

Tuttavia, pur ammettendo che una madre possa avere competenze per svolgere anche funzioni tipicamente paterne, è improbabile che esse siano esercitate, a parità di altre condizioni, altrettanto agevolmente e con pari performance rispetto a un efficiente padre in carne ed ossa. Inoltre il gioco dei ruoli complementari di madre e padre, se impersonati da sessi diversi, facilita nei figli la percezione delle differenze e dunque l’acquisizione di un’identità e di un comportamento di genere coerenti col proprio sesso.

Insomma l’evaporazione della figura del padre sembra dovuta, più che all’eclissi di Dio onnipotente, a un’eclissi del tradizionale ruolo di potere dell’uomo nella famiglia e nella società, cui non ha corrisposto un’adeguata ricalibrazione dei rapporti donna uomo che valorizzasse le rispettive attitudini, in un’ottica di feconda complementarità. Il che è avvenuto anche a seguito di una confusione tra (doverosa) parità di diritti tra donne ed uomini, e (discutibile) indifferenza di funzioni e attitudini. Quanto poi al tradizionale binomio di Dio onnipotente e Padre – già addotto a giustificazione dell’autorità dei padri – a spezzarlo ci sta pensando papa Francesco, e prima di lui papa Luciani, che di Dio dicono pure essere Madre, rovesciando così l’assunto redazionale di Avvenire, da cui è partita la presente riflessione. L’immagine di Dio si adegua ai tempi, più che non il contrario!

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