Crollo della natalità e crisi dell’Occidente

Il punto Mauro Fornaro

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Massimo Gramellini col suo solito stile che punta a stupire col paradosso, ma a prezzo di non poche superficialità, si interroga nell’articolo di fondo del Corriere della sera, del 31 luglio,  sul vistoso calo della natalità nei Paesi occidentali (meglio dire Paesi europei, il fenomeno negli USA è meno avvertito) e sulle conseguenze per il futuro della civiltà occidentale. La gravità del fenomeno non sarebbe avvertita dai governanti né dalla popolazione, nonostante il fatto che la prosecuzione di questo trend porterebbe a un declino dell’Occidente e dunque a un suo ruolo secondario nella storia dell’umanità. La fiaccola della civiltà e del suo sviluppo rischia di passare di mano – così sembra paventare l’articolista nelle battute conclusive –  alle più popolose Cina e soprattutto India. Solo i Paesi del Nord Europa sarebbero sensibili ai problemi della denatalità, tanto da avviare  una politica che sollecita la popolazione autoctona a fare più figli, anche utilizzando pubblici manifesti in cui si esalta la bellezza del sesso procreativo.

Un calo di desiderio erotico nei giovani d’oggi o un calo di spermatozoi nei maschi (nuovamente attestato da studi dell’Università di Gerusalemme, dovuto a certe sostanze inquinanti che agiscono sul sistema endocrino maschile)? O tutti e due? Gramellini ci lascia nell’ “atroce” dubbio, facendo solo un cenno a questi  due fattori causativi della denatalità, per scivolare subito oltre.  La domanda preliminare alla preoccupazione per il tramonto demografico – “perché non facciamo più figli?” come suona lo stesso titolo dell’articolo – resta in sostanza inevasa, né basta appellarsi alle difficoltà economiche e abitative delle giovani coppie. Gramellini insiste invece su una sciocchezza: la correlazione tra numerosità della popolazione  e sopravvivenza  di una civiltà. Certo, se una popolazione sparisce, la sua civiltà resta un ricordo, ma la storia ha mostrato tanti casi di assimilazione in cui la popolazione subentrante ha assunto per molti versi cultura, costumi e tecnologie di quella preesistente, se sentita più progredita, seppur con adattamenti e forme di ibridazione. In effetti, il vero timore che sembra aleggiare nell’articolo è quello del sorpasso numerico alla lunga degli immigrati sugli autoctoni.

E’ verosimile che le ondate di immigrati in Europa, che vengono a colmare i vuoti lasciati dalle nostre culle, assimilino col tempo la nostra cultura, in nostri costumi civili e amministrativi, assieme alla più avanzata tecnologia. Questo fenomeno è già attestabile per le popolazioni balcaniche (albanesi, romeni) e quelle subsahariane, meno per le popolazioni legate a forti tradizioni etnico-religiose come gli immigrati dai paesi a forte prevalenza musulmana, magrebini ed egiziani. Il precedente secolare degli Ebrei della diaspora dice che una certa assimilazione con le culture locali unita a un mantenimento di radici etnico religiose è possibile, seppur  passando per momenti di aspri conflitti, ma dando altresì luogo a inedite forme di ibridazione culturale e a vantaggi reciproci. Personalmente credo e spero che l’incremento ulteriore delle popolazioni immigrate rispetto alle autoctone vada alla lunga nella suddetta direzione di una qualche reciproca ibridazione, ma sotto l’egemonia degli ineludibili diritti per la persona (che è la vera conquista civile dell’Occidente coi principi di liberté, égalité e fraternité) e non nella direzione di una sparizione della civiltà occidentale per denatalità degli autoctoni.

Tornando alla domanda inaugurale del perché non si facciano figli, demografi, sociologi e psicologi hanno già versato fiumi di inchiostro. Ma la domanda potrebbe esser capovolta: perché fare figli? Le motivazione del passato non valgono più nella nostra società “liquida”:  né le motivazioni socio-economiche (più figli uguali più braccia per la terra e inoltre una vecchiaia assicurata in mancanza di pensioni e sistemi assistenziali), né quelle di potenza dello Stato (più figli uguale più ricchezza collettiva e inoltre più “baionette”), né quelle culturali legate alle differenze di genere (l’uomo si realizza nel lavoro e nella società, la donna nella casa e facendo figli), né tanto meno quelle etico- religiose (il piacere sessuale finalizzato alla procreazione).  Anzi, una volta sciolta l’equazione donna uguale madre e caduta in ridicolo l’equazione sesso e unione coniugale uguale riproduzione, l’emancipazione femminile ha comportato la realizzazione di sé anche al di fuori di ogni progetto di famiglia e di maternità. Non solo è meno avvertito dalle giovani d’oggi, specie quelle “in carriera”,  il senso di un vuoto per la rinuncia alla maternità, non solo la rinuncia è a volte deliberatamente programmata, e non invece forzata, ma si dà il caso di confessioni che potevano apparire scandalose fino a non molto tempo fa se sbandierate:  il dolersi di esser diventate madri, come suona il titolo di una ricercatrice israeliana, Orna Donath, Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù (ed. Boringhieri, Torino 2017).

Neppure è persuasiva la correlazione della denatalità con la povertà: la povertà  è una variabile che concorre sì, ma in maniera non lineare, intrecciandosi con altre variabili (popolazioni poverissime oggi, e in passato pure da noi, continuano a prolificare abbondantemente nonostante le condizioni precarie). Controprova della parzialità della suddetta correlazione  è che con il miglioramento delle condizioni economiche e abitative, le giovani coppie nostrane mettono al mondo uno, al massimo due figli, raramente di più, o anche nessuno (per scelta e non solo per sterilità favorita dall’età sempre più avanzata in cui si decide di far figli). Le pressioni alla conformità sociale, ai valori sociali, quali motivazione alla procreazione pesano sempre meno e tra le ultime motivazioni nelle coppie d’oggi certamente sta la preoccupazione di Gramellini per il tramonto della nostra civiltà: troppo presi dal presente e dall’immediato benessere, che importa di conseguenze a più lunga scadenza? Chi mai mette al mondo figli per il pensiero che così in futuro ci sarà chi paga le pensioni? E ancora, chi mai delle giovani coppie d’oggi ha il problema di creare una discendenza che continui la famiglia, il casato (come i nobili di una volta), salvo pochi capitani d’industria  che hanno un nome o un bene di famiglia da tramandare, un ruolo sociale da custodire? Più verosimilmente nel bisogno di procreare permane in tutti i contesti sociali qualcosa di istintivo, come un tentativo di superamento della propria morte:  nei figli c’è un futuro che continua. Certo chi non spera nel futuro, difficilmente è portato a far figli, come la coppia di amici, ambo insegnanti di ruolo e dunque propriamente non disagiati, che mi diceva: «Il mondo d’oggi è troppo brutto, è destinato a peggiorare, inquinamento, conflitti, precarietà crescente… metter al mondo figli è far loro un torto».

Dunque la speranza e le motivazioni soggettive: i figli sono oggi più che mai scelti, anzi “programmati”, raramente nascono per caso o non voluti, come invece ricorrentemente in passato. Nascono principalmente per ragioni di realizzazione personale:  il genitore mostra a sé e al mondo una capacità, una potenzialità attuata, un compimento dell’amore reciproco nel caso della coppia, una continuazione più o meno narcisistica di sé. Anche le coppie sterili e pure le omosessuali oggi  vogliono avere un figlio anche a costo di grossi sacrifici, grazie ai nuovi mezzi di procreazione medicalmente assistita: avere un “mio” figlio/a (quando se ne potrebbero adottare di abbandonati).  In passato i gay si vantavano di non contribuire alla sovrappopolazione della terra, oggi in numero crescente reclamano una loro prole con la cosiddetta gravidanza surrogata.

La procreazione dunque come forma di realizzazione personale,  il figlio/a un “mio” a cui dare, ma anche in cui specchiarmi. E’ così che i figli devono essere pochi ma buoni, anzi eccellenti: in tanti casi quattro nonni, due genitori, un figlio, e sul figlio e nipote la piramide rovesciata riversa aspettative di successo, coccolato e assecondato nell’attesa di un avvenire radioso. Se prima era il bambino anzi i numerosi bambini che dovevano adattarsi alle leggi della casa, della famiglia, ora è la casa e la famiglia che si adattano alle richieste del bambino, autonome o indotte dai genitori stessi. E’ chiaro che con queste prospettive, unite al notevole impegno di tempo e di denaro che oggi richiede il far crescere  “sua maestà il bambino” , uno solo basta, due colmano la misura. E con meno di 2,17 figli in media per donna la statistica insegna che una popolazione è destinata a decrescere.

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