Richelieu fuori tempo e fuori luogo

Agostino Pietrasanta

Senza nome

Un autorevole quotidiano ha pubblicato, giorni addietro, un editoriale tanto interessante quanto pregevole in cui si affermava la continuità della forza nazionale della Francia; in particolare veniva sottolineata la tradizione cui Macron si rifarebbe, a cominciare da Richelieu.

Al netto del mio approccio personale, molto meno autorevole e/o dei possibili fraintendimenti, rimango perplesso. Certamente è vero che una tradizione della Francia ha spesso proposto una prospettiva che la faceva guardare all’Europa con finalità di potenza interna, ma mentre Richelieu e Mazzarino (ma soprattutto il primo) così facendo, guardavano avanti, Macron, come tutti in Europa, guardano indietro e della tradizione più che interpreti sono prevalentemente succubi.

Non avrei osato affrontare la questione se al mio “domenicale” della settimana scorsa, non fosse seguito un commento articolato di Andrea Zoanni che, a mio parere, conferma le osservazioni che mi sento di proporre, mentre rimango dubbioso circa la conseguenze prospettate dai ragionamenti dell’editorialista di riferimento.

Certo Richelieu guardava alle possibilità offerte da alcuni Paesi europei (evito volutamente la parola Stato, in considerazione del contesto storico) per fondare e rafforzare lo Stato (parlando della Francia del secolo XVII il termine mi sembra invece proponibile) e la nazione Francia. Lo faceva però con visione lucidissima dei processi che si andavano delineando, lo faceva perché consapevole dei fenomeni o delle strutture di lungo periodo che erano in atto.

Richelieu guardava avanti: almeno attraverso tre prospettive d’intervento.

Primo. Aveva ben chiaro che le spinte centrifughe o se vogliamo di stantio autonomismo presenti nel Paese avrebbero ritardato il consolidamento dello Stato e la sua potenza sullo scacchiere europeo. Vedeva con chiarezza che la formazione/consolidamento dello Stato era l’unica forma istituzionaloe del futuro e che nel futuro avrebbeb trovato ragione di crescita grazie alla nascente borghesia produttiva, al netto dei vari condizionamenti che ancora per un secolo e mezzo e fino alla rivoluzione, essa avrebbe dovuto subire.

Secondo. Nel contesto di questa prospettiva fondò una politica estera, tanto spregiudicata quanto vincente. Se all’interno dello Stato fece piazza pulita dei freni all’accentramento indispensabile, freni anche collegati ai fenomeni di resistenza religiosa (si pensi all’assedio della Roccella e la lotta ai calvinisti), nel contempo, lui cardinale della Chiesa cattolica e vescovo ordinato, non si fece scrupolo di aiutare i protestanti nel canton dei Grigioni; sapeva che proprio lì, gli Asburgo, nemici della potenza e dello Stato di Luigi XIII e del futuro Luigi XIV, potevano fruire di un passaggio di accerchiamento della Francia da parte della Spagna fino ai territori dell’Europa centrale: con l’aiuto dei Grigioni ruppe il pericolo intuito ed affrontato.

Terzo. Rafforzando il potere centrale della nazione e di conseguenza l’assolutismo regio, egli contribuì in modo determinante a realizzare un apparato statuale che favorì nei decenni successivi la soluzione di continuità nei privilegi localistici, ma nel contempo realizzò il più decisivo passaggio dallo Stato personale e relativa autorità (si pensi al Principe di Machiavelli) allo Stato apparato: quando Luigi XIV reclamava di essere lo Stato lo faceva perché sapeva benissimo che questa identificazione era di fatto superata.

Ne deriva una semplice consatazione: la forza della nazione e dello Stato in quel contesto era la soluzione, era l’inevitabile sbocco del futuro; e non si può che riconoscere a Richelieu, il merito di aver promosso una politica che finiva per asservire gli altri Paesi europei e talora anche la Chiesa, agli interessi dello Stato.

Una politica di questo tipo sarebbe oggi fuori tempo e fuori luogo, al netto della constatazione che non mi sentirei di sostenere un qualunque confronto tra Macron ed il grande cardinale: sarebbe impietoso. Fuori tempo perché lo Stato nazionale è crollato soprattutto (ma non solo) con l’esperienza dei totalitarismi; fuori luogo perché non è più in Europa che si decidono le linee di svolgimento del futuro, soprattutto perchè l’Europa non c’è e gli Stati nazionali rappresentano un ectoplasma in rovina definitiva.

A meno che si capisca finalmente che solo la rinuncia a gran parte delle prerogative nazionali potrebbe determinare un cammino europeo capace di presentare un corpo ed un’identità al mondo.

Campa cavallo!

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