Giovani e politica

Marco Ciani

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Ormai da diverso tempo ogni discorso che abbia per oggetto la politica suscita in buona parte degli italiani (ma non solo) un rifiuto istintivo. E sarebbe strano il contrario, considerando il teatrino inverecondo al quale assistiamo quasi quotidianamente. Da questa avversione sgorga una buona parte della protesta che si manifesta nei fenomeni dell’astensionismo per un verso, del populismo per l’altro. Sommati, i due eventi rappresentano un’ondata assai potente ed in crescita costante.

In trasparenza, il vocabolo ed ogni sua derivazione suscitano anche in chi scrive un inconsulto fastidio. Peccato, perché politica designa ciò che appartiene alla dimensione della vita comune e in quanto tale dovrebbe, al contrario, essere considerata come la più nobile delle arti. Se non fosse che…per dirla con Leo Longanesi, “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee”.

Ci sono anche in queste circostanze avverse tante persone per bene che, con coscienza e dedizione, decidono di dedicarsi alla politica. Personalmente ne conosco più d’uno, anche di orientamento diverso, e li considero quasi degli eroi, o degli incoscienti, date le circostanze. Non da ogni erba un fascio, ma oggi per fare politica onestamente, anche in senso intellettuale, bisogna avere del fegato.

Non credo però che le classi dirigenti scadenti (complessivamente), come anche quelle eccellenti, si formino per fortuna o per caso. Immagino piuttosto che manchi il terreno fertile. Cioè difettano le precondizioni, i fattori abilitanti (per dirla con un gergo aziendale) che possono produrre un esito desiderabile.

Sono tra coloro che reputano le vecchie dicotomie (destra/sinistra, conservatori/liberal, etc.) e le ancor più vetuste etichette tradizionali ormai definitivamente superate. Non sono scomparse però alcune esigenze che la politica dei partiti otto/novecenteschi poneva. Non è svanita ad esempio, l’esigenza di una maggiore giustizia nella società. Anzi. Anche se mi pare di poter dire che l’opinione pubblica la sente in modo molto meno pressante di un tempo. Penso a causa dell’atomismo sociale imperante, che possiamo anche definire individualismo egocentrico. La società dei consumi ce lo chiede. Chi nutrisse dei dubbi, può rileggere l’ancora attuale “Avere o essere?” di Erich Seligmann Fromm, pubblicato esattamente 40 anni fa, nel 1977.

Se fino agli anni ’80 la faglia della politica si situava prevalentemente sulla linea di frattura capitale/lavoro, con la destra sbilanciata sul primo termine e la sinistra sul secondo (e il centro in posizione di mediazione), come possiamo interpretare oggi il quadro? Quali gli elementi distintivi di una ipotetica suddivisione?

Non so, in epoca di globalizzazione, se abbia ancora molto senso discutere di capitale/lavoro. Probabilmente è una distinzione ancora sussistente, ma molto riduttiva, data la “complessificazione” (mi si passi il pessimo neologismo) sociale.

Forse bisognerebbe innanzitutto distinguere il capitale in capitale produttivo, cioè quello che genera nuova ricchezza e lavoro, e capitale morto, in parole povere la rendita, idea invero affatto nuova, se già ne argomentava Adam Smith alla fine del ‘700.

Credo sia nell’interesse della società favorire il primo e penalizzare il secondo, ad esempio con robuste dosi di tassazione che aiutino a ristabilire un processo di equità.

Il lavoro a sua volta è soggetto a diverse segmentazioni. Ad esempio, la distinzione tra lavoro ripetitivo e/o standardizzato (destinato probabilmente ad essere soppiantato da industia 4.0 e intelligenza artificiale) e lavoro creativo, imprevedibile, ad alta personalizzazione che invece dovrebbe costituire la nuova frontiera.

La cesura più importante, a mio modesto avviso, passa oggi tra lavoratori formati (o maturi), normalmente occupati, meglio retribuiti e col posto mediamente più sicuro, e i giovani: quasi sempre precari e mal pagati, nonostante risultino in generale più scolarizzati, disoccupati o addirittura NEET (cioè coloro che hanno gettato la spugna e non risultano impegnate nello studio,  nel lavoro  nella formazione).

Non so fino che punto i nostri ragazzi si sentano parte di una stessa classe, anche per motivi svariati. Hanno, ad esempio, modi diversi di comunicare rispetto al passato. Più indiretti, spesso filtrati dai social e più in generale intermediati dal mare magnum di internet.

Fanno poco squadra, risultano poco o per nulla sindacalizzati, sono per dirla alla maniera di Zygmunt Bauman più “liquidi”. Lo sono i loro rapporti, le relazioni sociali che intrattengono. Ciò può rappresentare un grosso problema perché non producendo legami stabili e forti, difficilmente riescono a conseguire una massa critica sufficiente ad influenzare i processi decisionali della politica.

In sintesi: a deboli connessioni corrisponde una rappresentanza altrettanto debole.

Quindi, da dove partire?

Se la risposta deve seguire dalle premesse, dai giovani, senza dubbio. Il nuovo proletariato. Esclusi dalla luce della ribalta e relegati al ruolo di eterni aspiranti attori, sedati dall’oppio virtuale che viene loro propalato da genitori premurosi, ma castranti.

Non compaiono quasi mai nelle (per il resto) dettagliatissime classificazioni sociologiche, abbondanti invece di riferimenti alle classi sociali, ai generi, all’origine etnica, perfino alle devianze ed ai consumi.

Non hanno la (auto)consapevolezza necessaria, nella maggior parte dei casi, di appartenere ad una categoria specifica. Ad una classe.

Lo sanno bene invece le aziende. Che li definiscono un “segmento” o “cluster” (tra gli altri, ovviamente). Le imprese più strutturate “segmentano” tutte le persone, ovvero i clienti (sia esterni che interni), in modo da potenziare la propria efficacia e poter costruire un’offerta, tipicamente di natura commerciale, “dedicata” a questa o quella particolare porzione di società, in base ad una supposta omogeneità di preferenze, attitudini e possibilità di spesa.

Al contrario, una tale coscienza esiste, ed è chiaramente percepita, nella fascia di popolazione più anziana. Che è potente, organizzata, condizionante. Basti pensare, ad esempio, che la metà dei 10 e passa milioni di iscritti al sindacato nel nostro paese è costituita da pensionati che sanno strutturarsi benissimo, risultando assai influenti. Giustamente. E come tali riescono a mettere in campo una forza che la militanza condivisa amplifica ed esalta.

I giovani no. Privi come sono del senso di appartenenza ad un comune destino, che non è cinico e baro, ma più che altro subito con pochi clamori. E non sono una classe. Preferiscono fare da sé. Non si organizzano. Si limitano all’indignazione. Al massimo votano Grillo. O se ne vanno all’estero in cerca di migliori opportunità. A lenire le ferite ci penseranno lo smartphone e le cure amorevoli di mamma e papà.

Mi rendo conto perfettamente che questa rappresentazione è molto stereotipata, e probabilmente una buona parte di giovani non si riconosceranno nella mia descrizione, ritenendo che sia una perfetta accozzaglia dei più triti luoghi comuni.

Mi dispiace, ma l’evidenza empirica mi porta in quella direzione.

Se solo prendeste coscienza, cari giovani, meglio istruiti e nutriti dei vostri genitori e nonni, delle potenzialità che avreste mettendovi assieme, se solo individuaste delle parole d’ordine comuni, se solo organizzaste il vostro sdegno in una forza disciplinata, il mondo sarebbe vostro.

Una ragazza molto intelligente qualche giorno fa mi scriveva “Una generazione incapace di unire le forze, al suo interno iperframmentata sin dai banchi di scuola, impossibilitata ad alzare la testa pena perdere quel poco di guadagnato, una generazione che non ha punti di incontro, spazi, che vive e si confronta per lo più attraverso uno schermo, come la si rintraccia? Come può fare massa critica ed organizzarsi? Ci sono solo timidi (non sempre tanto timidi) tentativi di ribellione ognuno diverso dall’altro, spesso rivendicando diritti diversi e opposti”. 

Non occorre esser un Karl Marx o un Max Weber per apprendere, anche solo intuitivamente, la potenza dell’organizzazione. Come far circolare un foglietto anche via internet o mail, aprire un blog a tema, promuovere manifestazioni o flash mob, occasioni di incontro e di contestazione. Provocare fastidio a chi detiene il potere – purché lo si faccia assieme – costituisce un’arma tanto influente quanto sottovalutata. Avanguardie creative e strutturate in grado di prendere per mano l’avvenire e di guidare i loro simili possono muovere realmente la storia come le locomotive i treni.

Prendiamo ad esempio le lotte per la parità di genere. Cosa sono i gay pride se non delle carnevalate, qualora visti con gli occhi della gente comune? Eppure sono state anche quelle feste colorate e chiassose, malgrado il corollario di disgusto che esse suscitavano nella maggioranza della pubblica opinione a portare gli omosessuali (in senso lato), prima a uscire dalla clandestinità, poi a rivendicare i loro diritti, ed infine ad ottenerli. Dalle unioni civili al matrimonio gay, fino a lanciare la pur contestatissima teoria del gender.

E cosa fecero, prima di loro le minoranze razziali dall’America al Sud Africa?

Perché un simile percorso non può essere intrapreso dalle nuove generazioni? Chi o cosa lo vieta?

Io non posso che invitare i diretti interessati a pensarci e soprattutto, per l’amor del cielo, a muoversi. Organizzatevi. Manifestate. Entrate nei soggetti collettivi che contano e prendeteli. Se non vi piacciono fondatene di nuovi e diversi. Uscite di casa e lottate! Rivendicate ciò che vi appartiene. Insomma, abbiate il coraggio di rompere i coglioni a chi vi discrimina. Perché indignarsi non basta più. E le cose non cambiano da sole. Oppure rassegnatevi a questo stato di apartheid.

Concludo parlando anche a coloro che ragazzi lo sono stati. Chi fosse in grado di fornire ai giovani delle parole d’ordine nuove, un pensiero aggregante, una visione costruttiva del futuro, un’organizzazione e un metodo ordinato, ebbene questa persona o questa forza strutturata sarebbe in grado di cambiarne la traiettoria. E di ipotecare, con la forza dell’acquisita egemonia, il futuro.

Non è mai troppo tardi.

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